La vergogna di far sapere che si va dallo psicologo

Perchè non ti do il nome del mio psicologo

17 SET 2014 · Tempo di lettura: min.

PUBBLICITÀ

La vergogna di far sapere che si va dallo psicologo
Ad alcuni sembrerà strano e poco in linea con i nostri tempi moderni, ma la vergogna di far sapere ad amici, colleghi, parenti, anche stretti, di essere in cura da uno psicologo è ancora molto diffusa.

E non conta il livello di istruzione, la mentalità più o meno aperta, le origini familiari o geografiche, la professione, il genere sessuale. Del sud o del nord, uomo o donna, adulto o adolescente, bancario, avvocato, panettiere o commerciante, poco conta.

Meglio non far sapere. “Non capirebbero”, mi viene spesso detto. Ma cosa non capirebbero? Di cosa hanno paura? O meglio, vergogna? Del giudizio. Di essere giudicati deboli, matti, inaffidabili, fragili, imprevedibili.

Addirittura per alcuni miei pazienti è un problema mostrare al proprio commercialista la fattura dello psicologo! E se poi il commercialista è aziendale .... la fattura non la scaricano!

Il 90% dei miei pazienti ha scelto di rivolgersi a me dopo aver fatto una ricerca su internet e aver visitato un po' di siti di psicologi.

Il passaparola non è più un canale di approdo dei pazienti perché in pochi confidano all'amico o addirittura alla moglie o al marito di sentire il bisogno di una consulenza psicologica. Quindi fanno da sé, e, per fortuna, internet offre loro un grande aiuto.

Ciò che però mi fa sorridere è che se in un gruppo di amici, durante una serata in cui si crea un'atmosfera un po' intima, uno di loro si lascia travolgere dall'istinto di confidarsi e racconta di essere in terapia....gli altri amici, a turno, ammettono di esserlo anche loro!

E la sorpresa di tutti è grande. Si guardano con occhi diversi? No, non credo, perché ognuno di loro sa che andare dallo psicologo non è anormale, ma utile, a volte doloroso, ma di grande sostegno. Allora si confrontano sui loro psicologi, sui loro metodi, approcci, proprio come si fa quando si parla del proprio dermatologo, dentista o medico di base.

A quel punto tutto sembrerà normale e, forse, qualcuno si chiederà: “ma perché non ce lo siamo detto prima?”

PUBBLICITÀ

Scritto da

Dott.ssa Alessandra Cirulli

Lascia un commento

PUBBLICITÀ

Commenti 1
  • Sisifo Bellerofonte

    Buonasera Dott.sa, le parla uno schettico che è passato per la strada della terapia. Che è consapevole di non giocare a favore della vostra categoria. Dubito che lasciarsi andare a confidenze permetta di rendere normale una cosa che di normale non possiede nulla. Come non è naturale pagare un professionista per farsi ascoltare.... a che pro? Così come non è salutare ne naturale confidarsi a dire a qualcuno "vado uno psicologo". A che pro? Tenedo conto che il setting terapeutico impone dei limiti dei vincoli al terapeuta veerso il paziente, nella relazione terapeutica chiari e precisi cosi che non vi sia un coinvolgimento emotivo. Binsi il teraputa debba essere un osservatore neutrale. Per cui la relazione non è paritaria tra due individui e di reciproco interesse per l’altro. A mio modesto parere, in entrambi i casi non vi è nessun beneficio solo inutili rischi da parte del paziente. Non ne faccio un aspetto economico, è una questione di fiducia, efficacia, risultati e rischi accettabili. Confidarsi è un rischio. Confidarsi con altri sull'andare da un psicologo non credo dia alcun giovamento. Buona giornata Cordiali Saluti SB

ultimi articoli su autorealizzazione e orientamento personale