La sottile linea rossa: (de)motivazioni alla psicoterapia

“Sono veloce nelle scarpe il piede cuoce. Il cervello prende vento, ma si cuoce dal di dentro”, Skiantos.

18 MAR 2019 · Tempo di lettura: min.

PUBBLICITÀ

La sottile linea rossa: (de)motivazioni alla psicoterapia

"La sottile linea rossa" è il titolo di un film del regista statunitense Terrence Malick. Malick è considerato un regista di culto, in particolare dagli attori che, anche tra i più noti, farebbero carte false per essere inseriti in uno dei suoi film. Uno dei motivi di questo successo è la sua capacità di connettersi con l'anima profonda dei suoi personaggi.

Questo aspetto lo troviamo in tutti i suoi film, in particolare The tree of life e To the wonder ove sono frequenti i momenti in cui lo spettatore è messo direttamente in connessione con il dialogo interiore dei protagonisti, dando parole ai traumi famigliari, ai dolori delle relazioni di coppia, alle crisi di fede.

Da tempo mi affascina cercare di capire qualcosa di più sul perché una persona, ad un certo punto della sua vita, decide di incamminarsi per un percorso psicoterapeutico. Credo sia un argomento complesso e non banale, che può aiutarci a comprendere meglio come siamo fatti ed il tempo che viviamo.

Per addentrarmi in questa analisi ho sentito il bisogno (ed il piacere) di raccogliere anche le idee di alcun* collegh* sull'argomento e strutturare questo articolo come una sorta di collage, consapevole(i) che la materia e i suoi confini, se confini ne ha, è ben più vasta.

Nello stesso tempo, mi interessava capire meglio perché, anche di fronte ad un disagio marcato, certi individui che ne avrebbero necessità non fanno quel passo e non lo faranno mai, tenendosi dentro, direi quasi custodendosi gelosamente, i malesseri, col rischio di essere sempre in bilico tra lo stare in piedi e la caduta, relazioni soddisfacenti o piene di conflittualità e dolore. Osservare, quindi, il rapporto tra due dimensioni: l'essere umano e la cura (in questo caso psicoterapeutica).

A volte c'è un incontro, a volte non avviene e non avverrà mai. Forse perché si rimane separati da una sottile linea rossa. Invalicabile?

Vediamo ora le idee che sono pervenute dai collegh* che hanno accettato di percorrere questa piccola avventura intellettuale insieme a me.

L'emblema del tendere alla perfezione tipica della specie umana  

Elisa Magrinello (psicologa, psicoterapeuta, palliativista, lavora in provincia di Brescia e Milano): «Uomo, cura e guarigione: un'antica triade che richiama da sempre l'emblema del tendere alla perfezione tipica della specie umana. Se da un lato la difficoltà dell'individuo è di percepire e riconoscere i propri limiti, dall'altra troviamo una necessità impellente di riparare in modo autonomo e rapido i propri deficit. Perché il dolore diviene vincolo da dover estirpare e non accogliere e trasformare. Il lavoro terapeutico che pone la persona dinnanzi al proprio tortuoso cammino offre nuove vie, nuovi schemi che richiedono tempo e coraggio di essere ricercati. La cultura odierna, in particolar modo, non accetta aiuti né il concetto di mancanza, ergo l'uomo crea dentro sé l'illusione di una monade perfetta. Come poter scardinare ciò che con tanta fatica ci si è costruiti per scappare dal più grande terrore denominato fallimento? Eppure assistiamo ad un fenomeno inaspettato: la resilienza che porta la persona curiosa, audace, temeraria e a volte inconsapevole a spingersi oltre le colonne d'Ercole. Le relazioni che intessiamo, la nuova fruibilità delle notizie e la capacità dei professionisti di entrare a contatto con la sofferenza dei propri pazienti permette la creazione di ciò che pone sintonia nel lavoro psichico: l'alleanza terapeutica».

La perdita delle parole per descrivere il dolore

Marica Artosi (esperta in tecniche di lavoro corporeo, conduce classi e seminari di bioenergetica a Bologna): «Molte persone hanno difficoltà a decidere di intraprendere un percorso psicoterapeutico, perché non trovano le parole per descrivere il loro dolore.

Indipendentemente dalla cultura del possibile paziente, se il dolore è troppo profondo e traumatico evoca un terrore inesprimibile ed esperienze al di là delle parole, non una narrazione nitida che può essere verbalizzata. Si perdono le parole per descrivere il dolore perchè si perde il collegamento con la sensazione del corpo. Se si ritrova il corpo, si ritrovano anche le parole.

Molti clienti che partecipano alle classi di bioenergetica, hanno potuto continuare o iniziare il lavoro psicoterapeutico perchè nel sentire il corpo e le emozioni sono riusciti a trovare le parole per esprimere il dolore».

shutterstock-580601851.jpg

Un'idea di guarigione che si ferma all’eliminazione del sintomo, come la società

Fulvio Zanella (psicologo, psicoterapeuta, vive e lavora a Ravenna): «Le motivazioni interne, ma anche le aspettative, che portano le persone ad intraprendere una psicoterapia possono essere profondamente differenti, in primo luogo a seconda del contesto socioculturale in cui si vive. Trenta-quaranta anni fa alla psicoterapia si rivolgeva un gruppo ristretto di individui, prevalentemente con un buon bagaglio culturale e sufficientemente agiati economicamente. Attualmente è certamente aumentato il numero sia di persone preparate nel riconoscere i sintomi da non trascurare sia le figure professionali da cui possono ricevere aiuto.

Oggi però, a mio parere, sono sempre meno le persone che intraprendono un percorso, alle volte anche di anni, che affronta le cause più profonde del disagio (temi identitari, di integrazione della personalità, ecc.). Sembra prevalere un'idea di guarigione che si ferma all’eliminazione del sintomo, un’idea che corrisponde alla società attuale dove tutto è più veloce, dove approfondire può apparire una perdita di tempo, dove è necessario "rimettersi in piedi" al più presto.

Un altro elemento che differenzia le motivazioni che portano alla psicoterapia è il sesso. Tendenzialmente sono più le donne ad intraprendere questo tipo di percorso. Gli uomini, anche se è in aumento la loro presenza negli studi degli psicoterapeuti, ogni volta che devono chiedere aiuto si trovano a fare i conti con il modello culturale di uomo a cui sono stati educati, un uomo che ce la deve fare da solo, soprattutto per quanto riguarda sentimenti ed emozioni, un uomo che deve riuscire a controllarsi, a "resistere", che non deve apparire fragile. Alcuni uomini trovano più accettabile medicalizzare il problema, "agire" assumendo psicofarmaci, sempre però per tempi brevi, temendo la dipendenza e ciò che questa rappresenta in termini di poco carattere e debolezza».

La necessità di innovazione

Giuseppe Silvestris (psicologo, psicoterapeuta, vive e lavora a Bologna): «Il bisogno di psicoterapia è in costante aumento e la risposta non è in linea. Per quanto riguarda il privato, i costi non sono accessibili a tutti e nel pubblico le liste di attesa sono troppo lunghe e le prese in carico non sempre riescono a sanare i problemi.

Vi è una diffusa necessità di innovazione dei servizi psicologici che dovrebbero procedere verso una maggiore differenziazione per utenza e tipologia. Spesso i tempi percepiti come troppo lunghi, i costi (e, in certi casi, le conseguenti rinunce a possedere beni o svolgere attività che sono in linea a comportamenti sociali diffusi), la paura di sentirsi "malati" andando dallo psicologo, costituiscono un limite insormontabile. Oltre ai soggetti singoli, è sempre più evidente il bisogno di assistenza psicologica di soggetti collettivi: imprese e associazioni chiamate oggi ad un nuovo ruolo nei processi di sviluppo dell'economia e dei contesti ove insistono. In questi casi, tenuto conto della centralità della persona, sarebbe opportuno costruire percorsi di sostegno personalizzati ed efficaci; trovare nuove modalità di erogazione del servizio; mettere a punto nuove esperienze di imprenditorialità sociale che nascano da idee condivise. Un altro elemento di riflessione e di cambiamento sono i canali di conoscenza e selezione che l'utenza fa nella scelta del/la professionista: approcci, tipo di servizi offerti, modalità di gestione del rapporto professionale. Sono elementi che oggi possono fare la differenza e ancora poco esplicitati quando si ragiona su temi come quelli di questo articolo. A tale proposito, sarebbe opportuno includere il ruolo delle nuove tecnologie».

Lo sviluppo come processo di patteggiamento con la realtà  

Fabrizio Stasi (fisioterapista, psicologo, psicoterapeuta, vive e lavora privatamente a Bruxelles): «Fin dalla nascita il nostro sviluppo è un processo di patteggiamento con la realtà che ci circonda. Per sopravvivere ci adattiamo, trasformandoci nel corpo e nel carattere, relegando la nostra vera essenza, corazzata, nel profondo di noi. Una volta diventati adulti, quella corazza ci pesa sempre di più e possiamo sentire il bisogno di liberarcene. Ma piuttosto che sfidare la paura inconscia di un esilio sociale, di un crollo psichico, alcuni si mantengono alla larga dalla psicoterapia. Ma stare bene è possibile solo liberandosi di quella corazza diventata prigione, per esprimere finalmente se stessi, altrimenti non resta che addobbare la gabbia, anestetizzarsi, per sopravvivere un po' meglio nel proprio ergastolo».

shutterstock-1126124192.jpg

Il malessere come parte di sé

Paolo Baroncini (psichiatra, psicoterapeuta, primario della casa di cura "Villa ai Colli" di Bologna ): «Quello che forse è in discussione è cosa significa stare bene dal punto di vista psichico. Molte persone vivono, infatti, il proprio malessere come qualcosa di proprio, riferito alla propria identità, al proprio carattere, alla propria vita vissuta e l’idea di andare in psicoterapia può venire spesso vissuto come rischiare di perdere la propria identità, "snaturarsi", un po’ come perdere una parte fisica di sé che, anche se malata, sofferente, dolorante, comunque rimane una parte di sé.

Questa è certamente una visione errata della malattia psichica e della psicoterapia, che invece ha come obiettivo prioritario quello di far riappropriare al paziente parti di sé che se malate, sofferenti, doloranti, non svolgono appieno la propria funzione vitale. Nulla si perde in psicoterapia se non gli inutili limiti e le inutili difese che noi stessi ci creiamo».

Diversi punti di vista e diversi luoghi dove, a ben guardare, troviamo la linea. La linea ci protegge dalle brutte figure: fa vergogna andare dallo psicoterapeuta a chiedere aiuto, siamo forti, ce la possiamo (e dobbiamo) fare da soli.

La linea conclude (con tanta o poca giustificazione) la sommatoria di un bilancio: non me lo posso permettere economicamente. La linea potrebbe farmi rendere conto che dentro di me ci sono parti (e cioè che non sono tutto di un pezzo e che non ho tutto sotto controllo) in conflitto tra loro, parti che non accetto; meglio non dare voce, potrebbero essere causa di paure e di una fatica emotiva di cui non si vede il senso.

La linea diventa un tendone e non mi fa vedere la fiducia nell'altro: gli episodi spiacevoli che mi sono capitati sono diventati la mia carne e non c'è salvezza; il dolore è troppo e indigeribile. E non mi permette più di dare luce alle mie parole, sparite in un vero e proprio oblio che strozza il respiro. Il corpo è diventato una macchina al servizio dell'io e le sue naturali sensazioni, un sottile rumore pressoché impercettibile: sotto la linea del collo non c'è vitalità. La linea può essere sociale: la società non crede nella cura e nel recupero.

Continuo ad essere affascinato dalla dimensione misteriosa di questa scelta importante che alcun* fanno nella loro esistenza. Nel "mistero" (inteso come scrigno di molteplicità da indagare con gusto e non fortezza inaccessibile) si possono trovare assonanze, collegamenti, alti e bassi, mai stringenti verità più in linea coi disturbi che con la salute. E poi il "tempo". In una vita di media durata si cambia più volte e ciò che un tempo non valeva, adesso vale.

Ciò che ieri non ho scelto, posso scegliere oggi. Sempre per rimanere in ambito cinematografico, il regista David Cronenberg, che ha da poco compiuto settantacinque anni, in una recente intervista affermava che, invecchiando, si diventa come i propri genitori.

Una cara amica alla fine del suo corposo percorso di analisi, mi disse che non riusciva ad aver chiaro dove il nodo stesse stretto. Forse non è possibile capirlo di preciso, ma nemmeno rinunciare alla ricerca.

Nodi, linee, nessuna garanzia. Come il primo vagito del neonato, come nell'amicizia e nell'amore, bisogna un po' buttarsi. Per non buttarsi via, verrebbe da dire. 

Articolo del Dott. Nicola Bonacini, iscritto all'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna

PUBBLICITÀ

Scritto da

Dott. Nicola Bonacini

Lascia un commento

PUBBLICITÀ

ultimi articoli su autorealizzazione e orientamento personale