La signora senza destino - PARTE 2

Prosegue la storia della signore senza destino.

21 SET 2016 · Tempo di lettura: min.

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La signora senza destino - PARTE 2

Come il diciassette. Al termine.

Io: "La prossima volta se vuole signora parleremo un po' più di lei … sono qui per lei io"

La signora sorpresa: "Ah si … e che dico? Ho finito".

Ed Io: "Vedrà che verrà fuori dell'altro …".

Mi guardò tra il bisognoso e l'incuriosito.

"Arrivederci"

"Arrivederci"

Venerdì 31 dicembre

"I soldi".

Come il venti.

Tra un bilancio economico ed una riflessione sul peso della sua pensione e un'alta.. "Ma gliel'ho detto dottore che mio figlio gioca compulsivamente e si è fatto fuori trentamila euro e adesso ha debiti con le finanziarie?".

Io: "No …"

Come il ventiquattro. Al termine.

Io: "La prossima volta se vuole signora parleremo un po' più di lei … Vede, è un po' troppo concentrata sulle vicende altrui perdendo a volte di vista le sue percezioni ed emozioni delle cose."

La signora sorpresa: "Ah si … e che dico?". Non esultai al suo trasporto. Ma almeno non aveva finito.

Ed Io: "Vedrà che verrà fuori dell'altro …".

Mi guardò tra l'incuriosito e il possibilista.

"Arrivederci"

"Arrivederci"

La nebbia

Elementi importanti da trattare, anche se a parte, ce ne erano in abbondanza. Ma più passavano gli incontri e più ero sicuro che gli eventi pur traumatici che le accadevano attorno non erano determinanti nella sua patologia. Ne erano l'avanguardia. Proiettava la sua incapacità determinativa criticandola nel figlio per poi riservare lo stesso trattamento alla decisionalità della figlia. Non andavano bene né l'una né l'altra. Sapeva che avrebbe dovuto vivere di più ma sapeva anche che farlo sarebbe stato difficile.

Il figlio soffriva di depressione, come lei. La figlia dopo pochi mesi dalla sua separazione si era messa con il collega dell'ex – marito come il padre fece con la nuova compagna alla morte della madre. Il figlio soffriva di bisogni compulsivi vari. Giustificava il gioco con la maggiore pericolosità degli ipotetici sostituti come droga, alcol. La figlia aveva avuto un passato di anoressia all'uscita di casa del padre e depressione post – partum alla prima figlia. Aleggiava depressione in quel grande appartamento che tutto andava a raccogliere, a rinchiudere e a disperdere. Il figlio non aveva relazioni affettive conosciute.

Tanti elementi, tanti dati patologici. Proiezioni, identificazioni. Come se la loro risoluzione potesse avere una ripercussione positiva sulla sua vita interiore. Nebbia. Soporifera nebbia.

Oltre la nebbia

Quante parole. Semplici e chiare. Dotate di senso, consequenziali. Mi aveva raccontato una notevole mole di eventi della sua vita, ripentendoli più volte per giunta. Dal più insignificante al più decisivo. Dando un'intonazione ponderata. Mai sopra le righe. Interpretazioni di ricordi di vita standard. Era un pacchetto, pronto all'uso. Chiuso. Coperto. Nel suo stile narrativo così metodico andavano quasi perdendosi le nozioni fondamentali. Lei andava avanti, sia parlasse del suo lavoro sia del suo tentativo di suicidio. E si creava una nebbia. Soporifera. Che addormentava le sensazioni e le emozioni. Nell'uditore. Ma soprattutto in lei. Tante parole, tantissime. Pochi pensieri. E dove ce ne era il bisogno ecco pronto un ulteriore surplus. Altra nebbia. E le luci delle case erano le luci delle stelle.

Piccoli strappi della sua storia c'erano, vero. Volevo evitare un forzatura dell'interpretazione dei singoli eventi. Mi sembravano interpretazioni sterili. Non aprivano comprensioni più ampie. Sembravano variazioni sul tema. Camuffate. Binari che morivano inesorabilmente. In realtà erano parole di frasi che si potevano creare da una sintassi alternativa. "A levare". Creavano un tema in secondo piano, come nelle illusioni ottiche. Da vedere, cercare. Da evitare.

Quale tema allora si nascondeva nella nebbia? Quali pezzi del mosaico bisognava riunire per dare una connotazione emotiva ad una vita raccontata così piatta?

Ero dell'idea che da qualche parte li, nella nebbia, c'era qualcosa che non era dato vedere, sentire, parlare. Formare il mosaico. La nebbia era una gabbia. Bisognava riportare le proiezioni a casa. Si percepiva un pericolo. La sua mente. Il suo pensiero, quello pensante. Le sue fantasie. Le sue emozioni. Erano nate morte. Gemelle di un modello da acquisire, dato. A scatola chiusa. Bisognava nascondere l'originale. Rinchiuderlo. In fondo non era ben chiaro come fossero andate le cose. Di cosa era morto? Era morto. Nel momento dei due tentati suicidi cosa aveva visto tra le bianche spire dei suoi vissuti? La morte? Plausibile: "… sa, mi sono suicidata due volte …".

O qualcosa di inaspettato. Peggiore. Come la fantasia. Tremebonda. Desiderata. Temuta. Come la vita. E allora meglio addormentarsi, ancora un po' e magari per sempre. Per non sapere. Per non desiderare mai più.

Venerdì 14 gennaio

Arrivai tardi in clinica. Come durante tutto quel periodo. Tentai di rilassarmi al distributore di bevande e varie. Presi un caffè e sedendomi sorseggiai la calda bevanda guardandomi attorno. Per godermi la clinica. Per sentirmi meno ospite.

Casualmente passò di li il Dr. e dopo i saluti di rito mi accompagnò al reparto della signora. La fece chiamare.

Quando la vidi avvicinarsi nel corridoio, inesorabile, capii il perché di quella lenta ed inusuale sosta mattutina nonostante il mio già evidente ritardo. Qualcosa sapeva che da quel caffè dovevo acquisire più di qualche mg di caffeina. Mancavano dei corvi a strascico e una tempesta da cornice. Era più giù del solito. Trattenni il fiato.

Io: "Buongiorno signora come va?". Sapevo di plastica.

La signora: "M". Suono discendente con eco. Tonalità simile ai mantra intonati dai monaci tibetani.

Deglutii: "Bene, andiamo."

Entrammo nella stanza e senza neanche si sedesse: "Dottore, ma a che servono questi incontri? Insomma voglio dire…". Mi innervosì molto questa provocazione ma non caddi nella domanda: "Me lo dovrebbe dire lei signora. O ancora meglio, potremmo capirlo insieme".

Come non fosse successo niente incominciò nuovamente a raccontarmi la ben conosciuta storia della sua vita. Poi ad un tratto mi disse: "A che servono questi incontri?".

Respirai, presi tempo, contai fino a dieci. Ma non servì. Mancava poco alla fine dell'incontro e decisi che una piccola scossa male non le avrebbe fatto. Reagii: "Non servono se lei continua a parlare degli altri. Se lei continua a pensare che il problema sia fuori di lei. So tutto di sua figlia, figlio, ex marito. Ma di lei? Quando incominceremo a parlare di lei?".

E lei: "E cosa le dico?".

Mi spense. Non che esternamente mi fossi scomposto, ma presi ancora qualche secondo per rimettermi in ordine. Questo scambio l'aveva vinto chiaramente.

La congedai.

Venerdì 21 gennaio

Mi aveva veramente provato l'incontro precedente. Arrivai in clinica con un po' di ritardo. Ero pronto all'impatto con quella massa gelatinosa della sua depressione e rappresentata fisicamente dal suo corpo, compatto, smussato e inafferrabile. Lento nei movimenti, ma inesorabile.

Mi riparlò della sua pensione, del marito che l'aveva lasciata nell'ottantanove, del figlio che giocava compulsivamente, era depresso e non aveva la ragazza…sapevo ormai tutto a menadito.

Mi parlò però con gioia dei suoi nipotini come di un qualcosa di bello. Da curare. Provai ad inserirmi.

Venerdì 28 gennaio

Avevamo concluso. Sorrideva timidamente. La voce era sempre grattugiata ma faceva meno male del solito. Aveva dei picchi. Sorrideva. Non perse però la sua ultima occasione per poter parlare della figlia, del marito, del figlio...

La figlia aveva preso dal padre e il figlio da lei. Chiesi se non avesse proprio niente del padre il maschio ma lei negò. La femmina si. Guardai la signora come per invitarla a fidarsi. A poter pensare ad altro. Ma sorrisi pensando che era inutile. In fondo stava meglio. Andava meglio così. Poi ad un tratto disse: "E se mi tornano i pensieri suicidi? Come faccio?". Rimasi sorpreso.

Tentai di mascherare: "Perché mai dovrebbero tornare. Sta meglio adesso. Da qui deve ripartire".

E lei: "Sa io mi sono suicidata tre volte, magari…gliel'ho detto no?". Tentai di non sgranare gli occhi. Nei suoi racconti si era così per dire dimenticata di raccontarmi di un tentato suicidio, così…

Presi del tempo. Dovevo calmarmi. All'ultimo incontro stava tentando di sgretolare tutto. Ed in un colpo solo. Ero riuscito a capirlo. Potevo controllare la situazione. Avevo in mano le chiavi interpretative delle dinamiche transferali che si erano instaurate nello spazio, tra di noi, in quel momento. E in presa diretta.

Sbottai: "Lei non vuole morire! Lei non può morire. Almeno di sua mano…"

E lei: "Ma come, io mi sono suicidata…"

Ed io: "Sii! Tre volte, lo so! Ma forse vorrà dire qualcosa se si è suici…ehm…se ha tentato il suicidio tre volte ed è ancora viva! O no?!?".

E lei: "Sa io ho preso cento pastiglie di Tavor. Volevo morire. Ma neanche…"

Ed io: "…le flebo come le altre due volte le hanno messo… Lo so!"

E lei: "Vorrei solo saper il perché, cento sa, cento…bla bla bla…"

Caddi in un vuoto spazio temporale interno. Uno spazio dove poter amplificare il tempo, riflettere ed osservarmi… e quindi controllarmi.

Mi calmai, veramente. La farò sentire viva io signora, pensai. Pacatamente. Ripresi un discorso conosciuto, affrontato anche durante i precedenti incontri. Il semplice suggerimento consisteva nell'idea di curare le cose buone e gratificanti della sua vita e di comprendere, per evitare che fossero così dure, quelle che facevano male. La tranquillizzai.

Mi chiese del perché creava idee negative e perché facessero così male. Le dissi che la risposta era dentro di lei ma che per il momento poteva ritenersi soddisfatta. "…affrontare questa domanda in modo frettoloso è come se aprissimo un vaso senza…"

E lei: "…la possibilità di chiuderlo."

Sapeva più di quanto voleva far intendere. La vita la conosceva, almeno la sua parte più grigia, più dolorosa. Sapeva che doveva rimanere coperta. Lo sapeva per esperienza.

I suoi sogni

Una casa a due piani con tante finestre aperte dalla quale entrano ed escono tanti uccelli.

"Forse rappresenta la mia voglia di andare via, volare, ma anche la mia incapacità di farlo e di tornare sempre indietro…"

"…e poi ho sempre sognato di sognare mia madre che non ho mai conosciuto…"

Io: "Quindi l'ha sognato?..".

E lei: "No…l'ho solo desiderato senza che accadesse mai…stare con mia madre almeno in sogno e di non svegliarmi mai più".

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Scritto da

Dott. Simone Nifosi

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