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La psicologia del terrorismo

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Cosa succede nella mente dei terroristi? Come si può essere capaci di uccidere a sangue freddo un gran numero di persone?

21 SET 2017 · Tempo di lettura: min.
La psicologia del terrorismo

Cosa scatta nella mente dei terroristi? Per mettere in atto questi atti è necessario essere affetti da qualche patologia psicologica?

Negli ultimi anni, in Europa, il terrorismo è senza dubbio un tema di grande attualità. La paura, una delle più grandi armi psicologiche, è una delle principali conseguenze che questi atti hanno sulle persone. Il terrorismo, infatti, può influenzare il nostro modo di agire, di viaggiare e, in generale, di affrontare la nostra vita. Essere in uno stato di continuo allarme permette allo stress di non farci ragionare con lucidità.

Cosa succede, invece, nella mente dei terroristi? Come si può essere capaci di uccidere a sangue freddo un gran numero di persone?

Il profilo psicologico del terrorista

In seguito ad ogni attentato si scava nella vita dei terroristi per cercare di capire che tipo di persone fossero. Spesso ci stupiamo quando scopriamo che, nella maggior parte dei casi, nessuna di queste persone era affetta da una patologia grave a livello psicologico. Eppure la psicologia ha un ruolo importante del processo di radicalizzazione dei terroristi.

Il processo di indottrinamento dicotomico, basato su uno schema bene/male, riesce a giustificare le loro azioni tanto da non fargli provare nessuna pietà nei confronti delle vittime.

Alla base degli atti terroristici, inoltre, ci sono diverse promesse, ad esempio il paradiso o il trasformarsi in eroi, che permettono a persone totalmente normali di causare la morte e di seminare il caos.

Spesso il terrorista è un giovane di sesso maschile, non pienamente integrato a livello sociale, indipendentemente dalla sua nazionalità. Si sente vittima della società occidentale e la rabbia che pian piano si accumula lo spinge ad accettare i valori di un gruppo radicale che vanno contro il paese in cui sta vivendo e in cui, nella maggior parte dei casi, è nato. In queste dinamiche di gruppo è fondamentale il ruolo del leader che serve a costruire i valori e l'identità condivisa fra i membri. Nella formazione di questa identità e dei terroristi, attualmente, hanno un ruolo fondamentale i social network che permettono di trovare un gran numero di persone disposte ad accettare una radicalizzazione rapida.

Non è necessario che ci siano patologie psicologiche alla base. Questi processi mentali, infatti, non sono estranei ad altre persone, ad esempio durante le guerre o i genocidi. La dicotomia fra "noi" e i "nemici" permette di trovare una giustificazione a questo tipo di atti.

L'esperimento di psicologia sociale di Zimbardo, negli anni '70, mostrò chiaramente questo processo. Nell'università di Stanford un gruppo di studenti venne diviso fra chi quelli che avevano il ruolo di guardia e quelli con il ruolo di carcerato. L'esperimento fu interrotto dopo meno di una settimana in quanto gli studenti che impersonavano le guardie si lasciarono andare ad abusi e maltrattamenti mentre i prigionieri iniziavano a mostrare forti segni di stress.

Tutto ciò permette ai terroristi di disconnettersi della realtà e di non provare nessuna pietà nei confronti delle vittime.

Il gruppo sostituisce la società a cui appartengono e che non gli ha dato l'opportunità, secondo il loro punto di vista, di avere il proprio spazio e di sentirsi accettati. L'accettazione da parte del gruppo è fondamentale per poter agire.

Questa dicotomia noi/loro non è un pericolo solamente per i terroristi o i fanatici religiosi ma anche per l'Occidente. La rabbia dei radicali e quella degli islamofobi occidentali hanno radici e caratteristiche in comune. Per questo, nessuna delle due posizioni può essere la soluzione per questo conflitto.

Se vuoi ricevere maggiori informazioni sul tema, puoi consultare il nostro elenco di professionisti esperti in psicologia sociale.

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