La psicoanalisi oggi: scienza o psicoterapia?

Quanto andrò a sviluppare di seguito è il mio personale punto di vista su che cosa è la psicoanalisi.

4 MAG 2015 · Tempo di lettura: min.

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La psicoanalisi oggi: scienza o psicoterapia?

(...)Esistono in effetti delle correnti di pensiero piuttosto contrastanti al riguardo. Particolarmente significativo in Italia mi sembra l'intento, da parte delle corporazioni, di inglobare la psicoanalisi nell'ordinamento della psicoterapia nonostante il testo di legge di riferimento non menzioni minimamente né la psicoanalisi, né l'espressione (che avrebbe potuto prestare a confusione) "psicoterapie di tipo analitico", questo per la puntuale opposizione delle associazioni psicoanalitiche interpellate all'epoca del provvedimento.

Qualcuno può certamente sostenere che la psicoanalisi è un tipo particolare di psicoterapia, ma non dovrebbe pretendere di imporre questo suo parere a tutta una classe di studiosi che, a cominciare da Freud, hanno sempre voluto mantenere lo statuto scientifico della loro disciplina. La democrazia culturale impone giustamente il rispetto di tutti gli indirizzi. Questo è ancora più vero nel caso della psicoanalisi che è diventata già da tempo un vero e proprio approccio alla conoscenza umana. Tant'è che un intellettuale che si rispetti, mentre può benissimo ignorare quasi tutto della psicologia e della psicoterapia, non può assolutamente permettersi il lusso di misconoscere le chiavi di letture della psicoanalisi (…).

L'epistemologia scientifica è indissolubilmente legata all'assioma aristotelico che vede nell'universale il campo esclusivo della scienza. Gran parte del lavoro degli scienziati di tutti i tempi ha corrisposto, come sottolinea Kuhn, nell'isolare dalla mole dei fenomeni delle costanti universali. Tuttora la fisica quantistica non saprebbe fare a meno della costante di Planck. In ambito psicoanalitico Freud pose nell'Edipo ciò che vi è di più universale nell'uomo e Jung fu il primo a ricercare le costanti archetipiche della fantasia. Pur rappresentando ipotesi di lavoro di indubbio valore euristico, sia l'Edipo che gli archetipi rimangono comunque dei modelli o delle interpretazioni che in quanto tali non possono ritenersi esenti da soggettività. Considerando però l'evoluzione del concetto di scienza nella modernità, il fatto di utilizzare costruzioni come l'Edipo e gli archetipi nell'indagine sulla conoscenza umana può essere ritenuto un procedimento scientificamente valido. Questo perché, data la natura particolare degli oggetti di studio (i quanti per la fisica e l'inconscio con i suoi complessi per la psicoanalisi) tali costruzioni vengono ad assumere il valore di strumenti necessari anziché di fattori contaminanti.

Nonostante ciò, come ho fatto notare in una mia precedente pubblicazione*, mentre la psicoanalisi intesa come psicoterapia non pone nessuna difficoltà di comprensione, la psicoanalisi scientifica non ha mai smesso di essere oggetto di discussioni, e questo benché si sia sempre posta come scienza dell'inconscio e che il suo scopo riguardi chiaramente la conoscenza di sé. Già, ma che cosa significano, per la mentalità oggettiva, l'inconscio e il sé?

La ragione maggiore per la quale la psicoanalisi scientifica trova così tanta difficoltà ad essere accettata risiede proprio nel suo particolare statuto di "scienza della soggettività" atto a rovesciare l'assioma aristotelico "non c'è di scienza se non dell'universale", in "non c'è di scienza (psicoanalitica) se non del particolare, del soggettivo".

Chiaramente, ciò che è soggettivo non può essere né universale, né oggettivo, cioè non è oggettivabile in una sostanza. La persona con la propria storia particolare e le proprie idee, i propri valori personali e culturali, non può ridursi a nessuna mappa neuronale. In altre parole, la psiche non equivale al cervello, anche se i collegamenti tra i due non lasciano più dubbi. Il biologico costituisce soltanto il necessario supporto materiale della psiche, mentre le motivazioni o cause dei vari disagi psichici rientrano nel campo delle cosiddette "questioni umane" legate al registro del Simbolico, cioè ai valori soggettivi e culturali della persona. Non capire o non volere capire queste cose ha portato in passato a delle aberrazioni come per esempio l'aver attribuito un premio nobel al neurochirurgo portoghese Moniz "per la sua scoperta del valore terapeutico della lobotomia prefrontale in alcune psicosi" o la messa in atto dei programmi di eugenetica su schizofrenici in paesi come la Germania e la Svezia.

Tuttora molti disagi psichici, anche quelli che rientrano nella categoria delle nevrosi, vengono considerate dalla psichiatria ufficiale "malattie mentali" di origine ereditaria e curate per via farmacologica.

La psicoanalisi invece non si cura della patologia né della normalità, non etichetta le persone e non ricerca nuove sostanze, ma si occupa dell'intesa delle verità enunciate dal soggetto. "Analizzare" è mettere a disposizione della persona uno spazio privilegiato di parola tale da renderla ascoltabile nella sua verità. Attraverso un percorso disseminato, come sappiamo, da resistenze interiori più o meno difficili da sormontare, l'analizzando può tentare di recuperare sé stesso. Questo perché, sentendosi ascoltati e accettati per quello che si è, si giunge col tempo all'ascoltarsi e all'accettarsi. Freud insistette molto, nei suoi scritti e nelle sue lezioni, sulla questione delle resistenze implicite in un tale lavoro. Esistono molte cose che non si vogliono accettare e esiste anche la paura di vedere sgretolarsi quei significati illusori ai quali tanto ci si affeziona e ci si appoggia nella vita, anche a costo di alienazioni e nevrosi. L'uomo non finisce mai di raccontarsi delle storie su sé stesso, fino a mettersi in situazioni di difficoltà e di disagio rispetto alla propria realtà.

Se quel che conta in analisi sono le verità soggettive, allora i paradigmi, le teorie e la scuola di appartenenza dell'analista rischiano di diventare fuorvianti e problematici. L'analizzando paga l'onorario dell'analista per conoscere le proprie verità, poco importa se queste rientrano o meno in un sistema. E qui devo dire che leggendo Freud a volte si ha l'impressione che per lui "approfondire" significhi arrivare necessariamente alla teoria sessuale. Ma nonostante le varie scuole la psicoanalisi, in quanto approccio alla realtà della persona, a mio modo di vedere rimane sempre una: è quell'esperienza singolare grazie alla quale ci si riappropria del senso delle proprie parole e ci si orienta verso sé stessi. Se la maggior parte dei disagi psichici non presentano tracce di patologia organica è perché i sintomi sono espressioni soggettive, consistono in verità da decifrare. L'intervento analitico ha come unico intento quello di favorire la rivelazione dell'inconscio facendo in modo che le parole dell'analizzando vengano da questi non più eluse, ma ascoltate. In questo senso i sintomi diventano oggetto d'intervento analitico come lo sono per esempio le contraddizioni, i lapsus, le dimenticanze, i tentativi di cambiare o di non rispettare l'accordo preventivamente raggiunto sulle regole e gli scopi dell'analisi, le opinioni fantasiose riguardanti la persona dell'analista, le resistenze verso questioni specifiche… Se l'intervento in analisi consistesse nel fornire consigli su come comportarsi o soluzioni pronte all'uso, allora sarebbe psicoterapeutico. Ma l'analista sa che così facendo si rischia di cadere nella trappola tesa dalle resistenze e di vendere ai clienti-analizzandi un'altra merce rispetto a quella per cui pagano, trasformandoli nella stessa occasione in pazienti. Dal mio punto di vista non ci sarebbe addirittura incompatibilità a priori se un analizzando desiderasse o decidesse di andare da uno psicoterapeuta nella speranza di "farsi curare" un sintomo. L'importante sarebbe però permettergli di analizzare il suo desiderio o la sua decisione.

Il quadro entro il quale analista e analizzando devono potersi muovere liberamente è costituito, come rileva giustamente Szasz, dal tipo di contratto concordato inizialmente sulle regole dell'analisi. E' quindi particolarmente importante che l'analista chiarisca sempre in partenza quale è il suo ruolo: analizzare il materiale portato in seduta, senza intervenire direttamente e con intento terapeutico sui sintomi (...)

Un altro preliminare d'importanza fondamentale in analisi concerne la libera condizione intellettuale dell'analista. Se egli vuole insegnare l'autonomia e la libertà ai suoi analizzandi, non può che essere libero e autonomo egli stesso. Pertanto, anche se aderisce ad una scuola di pensiero o ad una istituzione analitica, non deve avere conti da rendere se non a sé stesso; così come non può coerentemente avvalersi di nessuna altra legittimazione di quella che gli proviene da una sua conquista interiore. Questa si ottiene attraverso una analisi personale autenticamente compiuta. Per questo Lacan rilevava che solo l'analisi personale può acquistare valore didattico. Per onestà si dovrebbe aggiungere che l'analisi personale non può nemmeno diventare un criterio formativo obbligatorio in quanto alcuni dei caposcuola più importanti della psicoanalisi non hanno mai vestito i panni dell'analizzando, anche se ad un certo punto avrebbero comunque potuto farlo. E anche perché l'analisi non può ritenersi l'unico mezzo in assoluto per accedere ad una certa conoscenza dell'inconscio (...)

Torniamo ora alla questione dell'ascolto. Si potrebbe pensare che non ci sia per forza bisogno di andare da un analista per trovare ascolto, che l'amico possa bastare e che oltre a ciò non ci si dovrebbe ragionevolmente aspettare un granché in termini di effetti terapeutici da una cosa "soft" come l'ascolto. Per quanto riguarda la prima obiezione vorrei mettere fortemente in dubbio la possibilità di trovare nell'amico o nel parente un ascolto vero e profondo come quello dell'analista. Basterebbe domandarci da quante persone abbiamo avuto il sentimento di essere stati veramente capiti e accettati per quello che siamo per renderci conto della rarità di una tale situazione. L'amico solleva dalla solitudine, scambia (o tenta di imporre) idee e opinioni, esalta la partecipazione a progetti in comune, condivide esperienze, entra a fare parte della nostra vita, ma non è neutrale; pretende riscontri, entra in competizione, etichetta facilmente, se la prende e non si cura minimamente di delucidare le determinazioni inconsce del rapporto. Del resto perché dovrebbe farlo visto che non ne sente l'esigenza e non è nemmeno pagato per questo? In sintesi, l'amico non è particolarmente disposto ad ascoltare.

La seconda obiezione richiede una risposta più articolata, che attinge alla logica ma che è direttamente collegata alla precedente. Se l'ascolto è così difficile da trovare, allora in che cosa consiste? E che cosa significa ascoltarsi? Ascoltare qualcuno significa avvicinarsi alle vere motivazioni dei suoi discorsi, quelle che si celano ad esempio dietro a un lapsus o a un sogno; vuol dire riportare l'interlocutore alla propria realtà. Sotto a questo profilo esiste una certa analogia tra la psicoanalisi e il taoismo zen i cui koan producono frequenti rivelazioni circa la realtà più intima dell'adepto. Vi sono essenzialmente tre tipi di risposte verbali possibili. Posso rispondere rimanendo sullo stesso piano del discorso apparente del mio interlocutore, e in quel caso non posso che trovarmi in accordo o in disaccordo con lui, ma le sue vere motivazioni non verranno contemplate nell'intervento. Se tento di uscire dal piano apparente del suo discorso seguendo una mia intuizione e buttandogliela in faccia rischio o di essere troppo diretto, o semplicemente di sbagliare. la terza possibilità è quella più propriamente "analitica" e consiste nel fare riflettere su punti poco chiari, su dimenticanze, su contraddizioni, su manifestazioni rapportabili a resistenze… Per esempio potrei chiedere ad un analizzando di un suo sbalzo di umore mentre mi asseriva di essere indifferente alla questione di cui mi stava parlando. Successivamente ad interventi come questi, e anche a transfert avviato, l'analizzando potrebbe esprimere l'intenzione di interrompere l'analisi richiamandosi a motivazioni apparentemente oggettive. Il successivo intervento dell'analista in quel caso è di attirare l'attenzione sul legame esistente tra il desiderio espresso dall'analizzando e quanto è successo precedentemente. In quel modo l'analizzando finisce per capire di essere l'unico responsabile e protagonista dell'andamento della sua analisi. Egli capisce che l'analisi gli permette di ascoltarsi, cosa ch'egli aveva magari sempre cercato, ma che non era mai riuscito a trovare né nei libri, né dall'amico, né dalla fidanzata, né dallo psichiatra, né dal terapeuta. Su questa semplice constatazione si basa per esempio la feconda distinzione introdotta da Lacan tra parola vuota e parola piena. La prima è quella molto diffusa del soggetto che non si ascolta e quindi gira in rotondo, del pettegolezzo, delle formule di convenienza, degli atteggiamenti verbali ecc. la cui vacuità sembra a volte inversamente proporzionale al debito di parole pronunciate. E' una parola che non soddisfa perché non riesce a trovare un giusto compimento: a lungo andare si fa desolante, capricciosa, suicida. La seconda, al contrario, è la "parola psichica" che porta con sé l'anima della persona. Parola infuocata, tuonante, ma anche dolce come il mormorio dell'acqua, oppure piena di quella ironia che rivela l'antico connubio tra riso e verità. Da una parte quindi superficialità e alienazione, dall'altra la fonte del soggetto.

La psicoanalisi trova dunque nell'ascolto quell'elemento che più la caratterizza. Ascoltare è l'unica cosa che l'analista deve assolutamente sapere fare, l'unica prestazione che egli ha veramente il dovere di offrire a chi si rivolge a lui. Credo che la psicoanalisi, se non intende vendere la propria anima, debba onestamente limitarsi a ribadire e a riempire nella pratica la sua funzione analitica, riconoscendo i limiti, soprattutto quelli di ordine specificatamente terapeutico, legati alla sua natura e alla sua impostazione. Essa non mira direttamente né alla cura del sintomo, né alla risoluzione di particolari problemi, ma al raggiungimento di una chiarezza sufficiente riguardo alla proprie questioni. Il bisogno di parlare con qualcuno che sa ascoltare è probabilmente antico quanto l'uomo e forma una dinamica che si ritrova in tutti i tipi di rapporti interpersonali. In effetti il transfert dovrebbe a mio parere essere visto, più che come una ricerca inconscia di certe figure importanti del passato personale, come una ricerca mai riuscita in passato: quella di un interlocutore capace di ascoltare.

Antoine Fratini

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Scritto da

Associazione Psicoanalisti Europei

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