La narrazione come processo attivo di produzione di senso

Tratto dall'articolo "Le immagini autobiografiche: una via narrativa alla percezione di sè" Rossi O., Rubechini S., INformazione Psicoterapia Counselling Fenomenologia, vol.4, 2004.

17 NOV 2014 · Tempo di lettura: min.

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La narrazione come processo attivo di produzione di senso

Narrare rappresenta l'unico modo che l'essere umano possiede per far conoscere un accaduto o la propria storia. Non è possibile, infatti, presentarsi al mondo se non narrandosi.

Quando parliamo di narrazione non ci limitiamo alla sola narrazione di tipo verbale ovviamente. L'operazione narrativa, infatti, può avvenire attraverso vari canali (dal linguaggio parlato, alla scrittura, all'immagine video…).

Nel corso della vita, non facciamo altro che raccontare noi stessi attraverso storie che rappresentano dei veri e propri atti narrativi in quanto frutto di operazioni attive di organizzazione ed elaborazione dei diversi episodi che riteniamo più importanti per la nostra vita (cfr.Callieri, 1999-2000).Tale operazione, tuttavia, non nasce esclusivamente dall'esigenza di raccontarci all'esterno, bensì dalla necessità di dare un senso a ciò che ci accade, di collegare i diversi eventi che costellano la nostra esistenza lungo una dimensione sia temporale che spaziale. Nasce dal desiderio di raccontarci a noi stessi.

Per Trzebinski (cfr. Smorti, A., 1997) gli avvenimenti molteplici che costellano la vita delle persone vengono com-presi ed integrati fra loro dando origine a rappresentazioni narrative sul sé, prodotto della creazione di diverse trame narrative. Queste rappresentazioni, dotate di senso, fungono poi da schema attraverso il quale l'individuo interpreta le diverse esperienze vissute.

Affinché, infatti, l'esperienza acquisti un senso è necessario che sia inserita all'interno di una cornice di riferimento che la renda coerente ed integrata rispetto a tutte le altre esperienze vissute dalla persona. Le cose acquisiscono un loro significato solo se inserite all'interno di un contesto, di un tempo e quindi di una storia; all'interno, cioè, di un tessuto narrativo.

Oltre ad essere un essenziale strumento relazionale quindi, la narrazione rappresenta anche, e soprattutto, la via attraverso cui dare forma alla propria identità.

Se parliamo di identità narrativa, possiamo dire che ogni volta che ci presentiamo sia a noi stessi che agli altri, in realtà ci stiamo raccontando in un certo modo. Questo perché, come dice Callieri, "…noi non siamo altro che la storia che raccontiamo di noi stessi e la nostra identità narrativa si costituisce mediante la nostra storia" (1999-2000, pp.4).

Sono le storie che le persone raccontano e si raccontano della propria vita a determinare il significato che loro stesse attribuiscono alle esperienze vissute. Le esperienze che l'Io compie danno forma all' identità: narrarle dà loro un senso, le inserisce in un contesto, in un tempo e quindi in una storia già esistente.

Narrare rappresenta, quindi, un'operazione di consapevolezza in quanto equivale a costruire una propria visione di se stessi e del mondo: sono io come narratore che, nel momento in cui racconto qualcosa, opero una selezione, un'organizzazione del materiale disponibile.

L'elaborazione dei fatti in storie o "racconti personali" è necessaria perché le persone diano un senso alla loro vita, perché acquistino un sentimento di coerenza e continuità. Creando dei legami intenzionali tra le esperienze vissute. Non si può prescindere dal concetto di intenzionalità in quanto, nel costruire storie, le persone determinano, oltre al significato che attribuiscono all'esperienza, anche quali aspetti dell'esperienza vissuta vengono selezionati per l'attribuzione del significato.

Quello che narro, poi, è sempre influenzato da chi mi sta ascoltando o da chi immagino mi stia ascoltando. Probabilmente il mio stile cambierà anche in funzione del pubblico o di quello che immagino sia il mio pubblico. Nel momento in cui narro, compio una scelta: scelgo cosa narrare di me e cosa no, cosa far trasparire, organizzo i tempi, le intonazioni, le espressioni facciali, le parole, la voce, le pause… Questo è particolarmente evidente se racconto un fatto della mia vita a un amico, a un nemico, ad una persona che mi sta antipatica, ad una persona che mi sta simpatica, ad una persona di cui mi vorrei innamorare o ad una persona che odio.

L'operazione narrativa all'interno del dialogo terapeutico

L'attività narrante si completa e acquista senso solo se c'è un ascoltatore della narrazione. Non è sufficiente, infatti, che qualcuno narri se non c'è nessuno che ascolti ciò che sta narrando. All'intenzionalità di chi racconta, quindi, è sempre indispensabile si leghi l'intenzionalità di chi sta ascoltando quel racconto (un libro ha bisogno di un lettore per diventare narrazione, così come il diario ha bisogno del mio ascolto affinché mi narri qualcosa).

All'interno della relazione d'aiuto, nella pratica clinica, si viene a creare tra cliente e terapeuta una polarità narratore-ascoltatore della narrazione. Tale polarità necessità dell'intenzionalità di entrambi per dar vita ad una costruzione narrativa che li coinvolga in quanto attori della relazione.

Per tutto il percorso della terapia cliente e terapeuta lavorano su realtà narrative che il cliente stesso crea rendendole racconti. Al terapeuta non interessa se quelle realtà siano "veramente" accadute oppure no; ciò che a lui interessa è la ricostruzione che il cliente fa di ciò che è avvenuto.

Nel momento in cui si racconta qualcosa che appartiene al proprio passato, infatti, non lo si rivive, lo si ricostruisce. "All'autore, pur sempre a qualcuno rivolgendosi, preme il gusto del ricordare non per fatti quanto piuttosto per significati tratti dall'esperienza e quindi per riflessioni" (Demetrio, 1995, pp.72).

Il che non vuol dire che lo si inventa ma che l'"Io tessitore", come lo definisce Demetrio (ibidem), dà vita ad un intreccio tra realtà narrativa e realtà storica, ad un "come se". Più il racconto è coerente, più elevata sarà la possibilità di confondere realtà narrativa e realtà storica con la realtà vissuta.

Ciò permette al terapeuta di liberarsi dai vincoli della verità e di lavorare sulla realtà narrativa che la persona sta raccontando e ri-costruendo insieme a lui.

Nel mentre che ci rappresentiamo e ricostruiamo "…ripensiamo a ciò che abbiamo vissuto, creiamo un altro da noi. Lo vediamo agire, sbagliare, amare, godere, mentire, ammalarsi e gioire: ci sdoppiamo, ci bilochiamo, ci moltiplichiamo" (Demetrio, 1995, pp.12). Creiamo una "distanza estetica", creativa, in quanto ci osserviamo nel nostro narrare; ci distanziamo dall'evento accaduto, entro un certo limite, per poterlo organizzare in una forma narrativa.

Il qui ed ora della terapia diventa il luogo e il tempo fertile all'interno dei quali iniziare a vivere esperienze nuove, nuovi modi di sentire, versioni diverse della propria esistenza e, quindi, nuovi racconti.

Compito del terapeuta è quello di entrare nel mondo ipotetico del "come se" del cliente, nelle sue diverse ricostruzioni ed ascoltare il nascere di connessioni con la sua storia.

"Ricostruire una storia diviene dunque un costruire insieme un tratto di vita, rimodellare parti di sé, delle rappresentazioni della propria identità e del proprio contesto sociale" (Venturini,1995,pp. 56). Significa dare origine ad un racconto nuovo che, in quanto condiviso, crea un confronto all'interno del quale il terapeuta si muove verso un obiettivo: facilitare la persona nell'assunzione di responsabilità, aiutarla a rischiare possibilità diverse, ad aprire un copione di vita che si ripeteva sempre nello stesso modo.

La aiuta a riaprire il finale, in un certo senso, in quanto gli offre la possibilità di togliere la parola fine. In questo senso parliamo di narrazione creativa; "Attraverso la narrazione della storia, non solo vengono comunicate le proprie emozioni, ma viene favorita anche la riconciliazione di parti frammentate del sé; il nominarle e il definirle produce l'acquisizione di consapevolezza, punto iniziale per una evoluzione che coinvolge l'intero sistema di sé attraverso il riorientamento" (Rossi, AAVV., 2003, pp.76)

Ovviamente, non spetta al terapeuta proporre una storia diversa: egli può limitarsi a dare degli stimoli, a mettere in figura qualcosa che è sullo sfondo. Può proporre al cliente di indossare delle alternative andando a vedere se nella storia che quest'ultimo gli racconta è possibile inserire dei sottotesti, delle storie di personaggi secondari. Sostanzialmente quella che compie è una riorganizzazione del campo narrativo giocando con gli elementi della storia del cliente.

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Scritto da

Dott.ssa Serena Rubechini

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