La fatica di diventare adulti oggi.
Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta rappresenta una fase cruciale dello sviluppo umano, attraversata da trasformazioni profonde che coinvolgono l’identità, l’autonomia e la relazione con l’Altro.
Il passaggio dall'adolescenza all'età adulta rappresenta da sempre un momento cruciale nello sviluppo psicologico dell'individuo, segnato da trasformazioni profonde sul piano intrapsichico, relazionale e sociale, che non possono essere comprese se non alla luce di un intreccio complesso tra fattori storici, culturali, familiari, personali e inconsci. Oggi, tuttavia, tale transizione risulta particolarmente faticosa per molti giovani, che, pur avendo raggiunto un'apparente maturità anagrafica, faticano ad acquisire una piena autonomia emotiva, relazionale e professionale, trovandosi in una condizione di stallo tra la dipendenza dell'infanzia e la responsabilità dell'età adulta, in cui i confini dell'identità sembrano sfumare piuttosto che delinearsi (Erikson, 1968).
La famiglia, che costituisce la matrice originaria dell'identità psichica e il primo spazio relazionale in cui il bambino impara a riconoscersi come soggetto desiderante e desiderato, gioca un ruolo fondamentale – e spesso ambivalente – in questo processo, poiché, come evidenziato da Winnicott (1958), il passaggio verso l'autonomia richiede non solo una cura "sufficientemente buona", che sostenga il processo di separazione-individuazione senza colludere con i bisogni del soggetto, ma anche una "capacità di essere soli" che nasce dalla sicurezza di un legame interno stabile e affidabile. Tuttavia, nelle famiglie contemporanee – spesso disorientate da modelli educativi fluttuanti, dalla fragilità delle strutture genitoriali e da una cultura che spinge verso l'iperprotezione e il narcisismo – accade frequentemente che i genitori fatichino a tollerare l'autonomia dei figli, preferendo mantenere con loro un legame simbiotico che rassicura l'adulto più che sostenere il giovane nel suo percorso di crescita. Questa difficoltà, che si manifesta in forme anche sottili e inconsapevoli, può essere letta alla luce del concetto kleiniano di "posizione depressiva" (Klein, 1946), ovvero di quella capacità psichica di riconoscere l'altro nella sua separatezza e complessità, senza scadere in modalità scisse di idealizzazione o svalutazione. I genitori che non hanno elaborato pienamente il lutto della crescita del figlio – cioè la perdita dell'immagine infantile che avevano di lui – possono restare ancorati a un'immagine idealizzata del bambino dipendente, impedendo al giovane di diventare davvero "altro" da loro, e dunque adulto, attraverso una separazione reale e simbolica che, come insegna la teoria dell'attaccamento (Bowlby, 1969), è necessaria per lo sviluppo di un Sé sicuro e autonomo. Questo fenomeno, che è stato descritto da alcuni clinici italiani come una "patologia della separazione", si manifesta spesso con quella che Recalcati (2010) ha definito la "figura del figlio narciso": un giovane adulto che resta legato a un'identità infantile idealizzata, sostenuta da genitori che temono l'alterità e la differenziazione, e che trovano nel figlio un oggetto di investimento narcisistico che colma le proprie mancanze esistenziali. In questo quadro, la dipendenza viene travestita da affetto, l'autonomia vissuta come tradimento, e la crescita come una minaccia alla coesione familiare.
Parallelamente, anche la società gioca un ruolo determinante nel rendere incerta e faticosa la costruzione di un'identità adulta, perché propone un modello di successo iperperformante, competitivo e spesso irrealistico, in cui l'identità sembra potersi fondare solo sul riconoscimento esterno, sulla visibilità e sull'efficacia, piuttosto che su un senso interno di coerenza e autenticità. Come osserva Jung (1928) nel suo celebre concetto di "persona", il rischio è quello di identificarsi con una maschera sociale che risponde alle attese collettive, ma che lascia il soggetto privo di un contatto con il proprio Sé profondo, generando stati di vuoto, alienazione e disagio esistenziale che possono sfociare in sintomi depressivi, ansiosi o in forme più gravi di ritiro sociale, come nel caso degli hikikomori, sempre più frequente tra i giovani adulti italiani. Anche Otto Kernberg, nei suoi studi sui disturbi di personalità (Kernberg, 1975), sottolinea come la difficoltà a integrare gli aspetti positivi e negativi delle figure genitoriali, e a costruire un'identità stabile e coerente, possa portare a strutture psichiche fragili, che si riflettono in relazioni instabili, difficoltà a tollerare la frustrazione e dipendenza da fonti esterne di gratificazione. In una società che premia l'immagine e penalizza il processo, i giovani rischiano di sentirsi sempre inadeguati, costretti a performare un'identità vincente che non corrisponde alla loro realtà interna. La paura della separazione, come ha esplorato con grande finezza Luigi Zoja (2003) nei suoi scritti sul mito e sulla contemporaneità, può essere letta anche come una paura della morte simbolica, cioè del passaggio da uno stato dell'essere a un altro, che comporta una perdita, una rinuncia, ma anche una trasformazione. Diventare adulti implica accettare il limite, la finitezza, la solitudine, la responsabilità – tutte dimensioni oggi culturalmente svalutate o temute – in favore di un'eterna giovinezza che promette libertà ma condanna all'inconsistenza.
In questo scenario, è fondamentale ripensare il processo di crescita non come una linea retta verso l'autonomia economica o lavorativa, ma come un itinerario complesso di elaborazione interiore, in cui il giovane possa confrontarsi con la propria storia, i propri desideri, i propri limiti e le proprie paure, sostenuto da adulti significativi – genitori, educatori, terapeuti – che siano in grado di accogliere il suo cambiamento senza proiettare su di lui le proprie ansie irrisolte. Come suggerisce Galimberti (2007), l'identità non è un dato ma un compito, una costruzione che richiede tempo, pensiero, confronto e, talvolta, anche il dolore del disorientamento e della perdita.
La psicoterapia, con il suo sguardo profondo e non giudicante sulle dinamiche inconsce, si rivela uno spazio prezioso in cui il giovane adulto può esplorare le proprie ambivalenze, mettere in parola ciò che non trova rappresentazione e trasformare la crisi in un'occasione di crescita. Attraverso un processo di simbolizzazione e integrazione delle parti di sé, infatti, è possibile accedere a una forma di adultità non solo formale ma autentica, capace di coniugare il desiderio di autonomia con il bisogno di legame, la realizzazione personale con la capacità di riconoscere i propri limiti, la libertà con la responsabilità. Diventare adulti non è un evento ma un processo, non una conquista immediata ma una navigazione attraverso i paesaggi complessi dell'anima, in cui ogni passo verso la maturazione implica un attraversamento, un lutto, una rinascita, e dove il sostegno della psicoterapia può rappresentare non tanto una soluzione quanto una guida, un accompagnamento, un luogo in cui il giovane possa finalmente diventare il soggetto del proprio desiderio, e non l'oggetto delle aspettative altrui.
Bibliografia:
- Bowlby, J. (1969). Attachment and loss. Vol. 1: Attachment. London: Hogarth Press.
- Erikson, E. H. (1968). Identity: Youth and crisis. New York: W. W. Norton.
- Galimberti, U. (2007). L'ospite inquietante: Il nichilismo e i giovani. Milano: Feltrinelli.
- Jung, C. G. (1928). The relations between the ego and the unconscious. Princeton: Princeton University Press.
- Kernberg, O. F. (1975). Borderline Conditions and Pathological Narcissism. New York: Jason Aronson.
- Klein, M. (1946). Notes on some schizoid mechanisms. International Journal of Psycho-Analysis, 27, 99–110.
- Recalcati, M. (2010). Cosa resta del padre? La paternità nell'epoca ipermoderna. Milano: Raffaello Cortina.
- Winnicott, D. W. (1958). The capacity to be alone. International Journal of Psycho-Analysis, 39, 416–420.
- Zoja, L. (2003). Il gesto di Ettore. Preistoria, storia, attualità e scomparsa del padre. Torino: Bollati Boringhieri.
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