La fase magica del neonato

Il neonato per poter sopravvivere ha bisogno di essere "ben accolto" dal mondo che lo pre-esiste. Un breve articolo che mette in luce il ruolo fondamentale della funzione materna.

30 APR 2014 · Tempo di lettura: min.

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La fase magica del neonato
“Il bebè guarda nello stesso modo in cui viene guardato dalla madre”
D. Winnicott

Nell’epoca fetale non esiste il desiderio, perché “lì non manca niente”; alla nascita viene inevitabilmente meno un certo senso di completezza: in quest’ottica l’origine è il trauma. Mettendo il bambino appena nato sulla pancia, la mamma cerca inconsapevolmente di creare nel suo piccolo l’illusione di non essere mai nato. Il contrasto tra il desiderio del bambino di non abbandonare la perfezione del grembo materno e la realtà che lo accoglie, cerca così di essere evitato da subito al nuovo nato.

Nel caso del nascituro e della madre l’operazione mentale che si richiede di compiere da subito a quest’ultima è quella di includere i pensieri non ancora formulati del suo bambino nei suo propri, cercando di fornire loro un dato significato. Questa operazione cognitiva in realtà assai complessa e di alta emotività viene definita in gergo tecnico identificazione transitiva.

La madre deve essere capace di trasformare le sensazioni del suo bambino, più vicine al somatico e poco organizzate, in percezioni, cioè in complessi di sensazioni con un minimo di senso. Per la mamma diventa da subito impellente insegnare al suo bambino a pensare, e quindi ad apprendere dall’esperienza.

Per questo deve fare affidamento alla sua capacità di immaginare, come propensione ad immaginare alternative di senso per i vissuti della sua creatura; ma deve anche essere capace di trattenere e contenere per il bambino sensazioni ed emozioni tanto forti quanto per lui ancora sconosciute.

Il “riconoscere” (il bambino e quindi le sue esigenze) diventa un’operazione essenziale per l’origine della mente e del senso del Sé del bambino all’interno di una relazione primaria. L’Io del bambino nasce come altro dall’Altro (la madre, in quanto funzione materna): è da subito una questione di sopravvivenza!

Un corretto sviluppo del Sé reale o Vero Sé di una persona, dipende proprio dalla risposta ai bisogni più radicati dell’infante: sicurezza (protezione nella sfera psichica) e tenerezza (soddisfazioni fisico-costituzionali). Perché quindi il bambino possa “nascere” e “riconoscersi” è indispensabile venir prima riconosciuto nei propri bisogni e nelle proprie sensazioni da colei/colui che rappresenta il suo Altro significativo.

Ecco un esempio pratico: un bambino che piange per il pannolino che gli stringe le cosce, inizialmente non sa perché in realtà sta piangendo. E’ la madre, o chi per lei, che intervenendo e immaginando significati possibili per il pianto del bambino, permette lui di riconoscere il proprio disagio e di imparare con il tempo (attraverso delle routine relazionali) a riconoscere delle invarianti tali per cui a certe sensazioni o a certi suoi comportamenti corrisponderanno, nel migliore dei casi, determinate risposte (materne) di accudimento.

Nell’identificazione transitiva tra madre e figlio, la prima deve riconoscere e dare un significato ai bisogni del proprio bambino, che non sono ancora domande e che sono in origine “muti”. Quando poi il bambino ha ancora poche capacità per esprimere i propri bisogni, è la mamma che interpreta per lui la realtà e che mette in parola i meccanismi attivati dal suo bambino.

Per poter desiderare di esserci in queste prime fasi di vita è indispensabile per il bambino la presenza del desiderio che l’Altro (la madre come funzione madre) sia lì, e che desideri lui stesso essere lì. E’ compito della madre dare forma ai pensieri non ancora formulati del suo bambino, tanto da dargli l’illusione di essere immerso in una fase magica di onnipotenza per cui ogni suo desiderio può essere esaudito.

Dove sta la magia? Nel momento stesso in cui il bambino vede realizzarsi i suoi desideri, quando questi non sono ancora chiari neanche a lui, o meglio quando per lui non sono ancora scontate le modalità per rendere intellegibili le proprie necessità.

Il bambino non sarebbe infatti in grado di sopravvivere e di badare a se stesso in autonomia, e deve dunque passare da una “fase di magia”, offerta lui dagli Altri significativi, per potersi adattare al mondo.Un bambino “rifiutato” e non “accolto” dai pensieri materni, porterà nella sua mente e nei suoi schemi relazionali questo rifiuto, rifiuto a cui non saprà inizialmente dare un nome ed un senso, ma che continuerà ad informare dolorosamente il suo affacciarsi al mondo, anche in futuro. Quando invece un bambino porta con sé ripetute esperienze di rispecchiamento e di risposte adeguate da parte del mondo adulto, può avere la possibilità di consolare se stesso anche da solo, con il proprio pensiero. Il bambino può infatti in questi casi rievocare le persone di accudimento, ricordandole quando queste sono occasionalmente indisponibili, proprio in virtù delle passate esperienze continuative di loro presenza.

In realtà, come prevede il “teorema dell’emozione reciproca”, nelle relazioni reali si possono incontrare sia momenti di conferma che di disconferma nella relazione primaria tra funzione materna e bambino, non è possibile che tutte le esperienze del bambino trovino automaticamente risposta. Winnicott parla non a caso di una “madre sufficientemente buona” dotata comunque di “preoccupazione materna primaria”. Questo significa che nel corso dello sviluppo di ogni essere umano, questo dovrà inevitabilmente imbattersi in una certa quota di esperienze frustranti, quelle che comunemente vengono chiamate “frustrazioni fisiologiche”. Riconoscere questo, se da un lato serve a non caricare di eccessive preoccupazioni le madri alle prese con il difficile compito di accudimento del loro bambino, dall’altro può stemperare l’alone di pregiudizio che talvolta accompagna le donne che decidono di chiedere un supporto psicologico o un intervento psicoterapico in queste fasi così delicate delle loro vite.

Non bisogna mai dimenticare che, quando nasce un bambino, nasce in realtà anche una madre!

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Scritto da

Dott.ssa Sara Ferroni

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