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La dolce arte di esistere. Un film di Pietro Reggiani

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Riflessioni psicoanalitiche su un film molto significativo che getta luce sui rapporti umani e la loro complessità.

3 APR 2017 · Tempo di lettura: min.
La dolce arte di esistere. Un film di Pietro Reggiani
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La dolce arte di esistere, film di Pietro Reggiani11 giu

recensione la dolce arte di esistere psicoanalisi

Riflessioni psicoanalitiche, di Paola Guerreschi

La Dolce arte di esistere

film di Pietro Reggiani

Riflessioni in chiave psicoanalitica

di Paola Guerreschi

La dolce arte di esistere è un film che offre una finestra sulla complessità psicologica che sta dietro al sintomo e al malessere emotivo, quest'ultimo tanto comune e tanto vissuto a tutte le età e in tutte le epoche, tuttavia dai più ancora considerato come qualcosa di oscuro, eccezionale e da nascondere, indice di una stranezza intrinseca individuale, che renderebbe chi ne soffre un po' alieno dalla norma.

Il regista ci offre invece una possibilità diversa: attraverso un'ironica, ma acuta, invenzione di una nevrosi contemporanea, crea "l'invisibilitá psicosomatica", un sintomo, inteso come frutto della contemporaneità sociale, che porta a scomparire letteralmente quando la propria esistenza non viene rispecchiata e convalidata in modo adeguato dagli altri. Veniamo quindi invitati a leggere il disagio psicologico come qualcosa che ha un senso, comprensibile sia nella sua origine, cioè nelle passate relazioni familiari e sociali, sia nella sua dinamica attuale, spiegata dall'intreccio tra il modo soggettivo di vedere la realtà e le risposte che si ricevono dagli altri, a loro volta condizionati dalle proprie visioni e dai intrecci attuali e passati della propria storia.

Roberta e Massimo sono i due protagonisti di questa storia. Le storie delle loro relazioni familiari, raccontate con un linguaggio immediato, ironico, preciso e diretto come solo la leggerezza saggiamente impiegata sa fare, ci fanno vedere come il modo in cui ci sentiamo trattati come individui dalle figure significative e primarie, condiziona il modo in cui possiamo legittimarci un'esistenza. Roberta è una bambina costretta a ricevere un rispecchiamento volutamente e forzatamente "neutro"; i genitori vogliono che cresca senza venire influenzata dai gusti e dai desideri degli altri, nemmeno dei loro, creando una situazione per cui lei debba cercare da sé il proprio Io, da sola, senza l'ausilio di una relazione attraverso la quale creare il senso del proprio esistere e della propria identità. Roberta diviene così bambina e donna non vista, a sua volta neutra, vuota, senza un'identità definita, alla costante ricerca di attenzioni, intese come specchi attraverso i quali trovare un Sè da conoscere. Quando l'interazione con gli altri è sospesa, il mancato senso del suo esistere raggiunge il culmine: scompare fisicamente per ricomparire solo quando attivata dallo sguardo di qualcuno. Roberta è alla mercé di chiunque, che interagisce con lei usando questa sua indefinitezza in modo funzionale alle proprie stesse esigenze. E Roberta non si accorge di nulla, non sa qual è il significato dell'essere usati o dell'usare gli altri. La priorità è quella di realizzare l'unica modalità per sentire di esistere, essere vista da qualcuno, non importa come o se moralmente giusto, solo esistere.

Per la psicoanalisi attuale, in chiave relazionale e intersoggettiva, questo è un tuffo nel cuore della formazione dell'esistenza individuale: la nostra psiche non può prescindere da una relazione. Chi ci mette al mondo, o chi comunque si prende cura di noi sin dall'inizio, contribuisce, attraverso il modo in cui ci vede e ci riconosce, a come ci definiamo e all'idea che di noi ci costruiamo; quella che poi ci portiamo con noi per tutta la vita.

Massimo vive l'esperienza in un certo senso opposta. È un bambino spento dalle apprensioni dei genitori che gli impongono un'identità a misura dei propri desideri, gusti, paure ed aspirazioni. Tutto ciò che viene dalla sua individualità, spontaneità e creatività è scoraggiato, delegittimato, sconfermato. Massimo cresce guardando con timore a tutto ciò che non trova una corrispondenza con le verità genitoriali. Anche lui, come Roberta, non sa chi è, nè che senso abbia il proprio esistere. Quando gli altri interagiscono con lui, scompare per il timore di quello sguardo che potrebbe confermargli un'esistenza. Il pericolo che ciò si discosti da come lui viene visto dai genitori è troppo grande. Il suo Sè è visibile, anche a se stesso, solo nelle versioni di realtà concesse dai genitori. Così Roberto sostanzialmente non può vivere delle vere relazioni, vive guardando gli altri dalla propria invisibilità, soffrendo una solitudine senza soluzione.

Il bello di questa storia è che Roberta e Massimo, ragazzi adulti, si incontrano. I bisogni di entrambi di vivere un contatto umano prevalgono su tutto. Niente di più vero nella realtà dei rapporti umani: l'individuo può raggiungere qualsiasi compromesso pur di raggiungere l'altro ed esserne raggiunto. Nessuna forza, nessun adattamento che non abbia un prezzo, può prevalere sul bisogno di relazioni che siano esperienza di riconoscimento. Roberta sente che anche quando Massimo scompare, travolto dalla paura del di lei sguardo, comunque mantiene una soglia di presenza condivisa, che gratifica il suo bisogno di collegamento vitale. Massimo può stare in relazione a partire dalla sua condizione invisibile, sapendo di esserne accettato.

Attraverso questa esperienza i due ragazzi cominciano a nascere come individui. Roberta impara a riconoscere di avere dei bisogni e gradualmente lascia emergere l'insoddisfazione per quel contatto umano così insufficiente nella sua fruibilità. Comincia a legittimarsi dei sentimenti e arriva addirittura a concedersi una rudimentale arrabbiatura. Massimo per un po' tentenna nei dubbi di non aderire abbastanza alle visioni che di lui hanno i genitori, ma il bisogno di nascere come individuo diviene più forte di qualunque cosa. E così, il regista ci permette di entrare in questi suoi sforzi e nelle fatiche enormi cheun percorso di auto realizzazione può comportare. Ma alla fine vince la valenza terapeutica di una relazione dentro alla quale si viene riconosciuti, visti, accettati e convalidati in tutto ciò che è squisitamente proprio, che nasce come proprio ma che non può prescindere dall'incontro con la mente di un altro essere umano.

Citando V. Mancuso, "Io ci sono in quanto sono il punto di raccolta di infiniti legami. Io sono relazione".

Paola Guerreschi

Scritto da

Dr.ssa Paola Guerreschi

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