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La dipendenza, un’occasione per morire o per vivere

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Una breve descrizione sulla genesi della sintomatologia della dipendenza e su un possibile strumento riabilitativo sperimentale.

3 GEN 2014 · Tempo di lettura: min.
La dipendenza, un’occasione per morire o per vivere

 

Ho licenziato Dio gettato via un amore per costruirmi il vuoto nell'anima e nel cuore.
Le parole che dico non han più forma né accento si trasformano i suoni in un sordo lamento.
Mentre fra gli altri nudi io striscio verso un fuoco che illumina i fantasmi di questo osceno giuoco.
Come potrò dire a mia madre che ho paura?
(da Cantico dei drogati -1968, Fabrizio De Andrè)

Nella  famosa  canzone  il  “Cantico  dei  drogati”,  De  Andrè  descriveva  la  dipendenza  da  droga,  lui  che  a  quel   tempo era alcolista.

Ho voluto introdurre questo articolo con una canzone che affronta la drammatica realtà che connota ogni tipo di dipendenza: il vuoto,  la  noia,  l’autocompiacersi  di  una  vita  al  limite  (almeno   inizialmente), il soffocare i dolori e le criticità del quotidiano, fuggire da se stessi e dagli altri arrivando ad una inconsolabile solitudine.

Sugli effetti di ogni dipendenza ed anche sulle possibilità di cura, sono stati scritti   molti   interessanti   articoli   e   vorrei   cogliere   l’occasione   di   questa   pubblicazione   per   esporvi   una   delle   possibili risposte sperimentali che attualmente si sta svolgendo da più di un anno a Trieste, allo scopo di aprire un dialogo in cui ogni confronto, suggerimento, supporto, idea o critica saranno ben accetti per aumentare  l’efficacia  di  una  risposta  ad  un  problema  che  sempre  più  si  sta  imponendo  nella  società  attuale.

L’idea   da   cui   sono   partita   con   il   gruppo   di   terapia è stata quella che la multidipendenza possa essere un’opportunità   per   costruire   una   visione   il   cui   focus   non   fosse   più   la   sostanza   e   il   suo   utilizzo   in   sé,   ma   il   concetto di dipendenza in generale come modalità di soluzione disfunzionale delle criticità della vita.

Dipendere da qualcuno è insito in ognuno di noi fin dal nostro stesso concepimento ed ha quindi una base sia evolutiva che affettiva: senza questo legame iniziale la vita nella nostra specie non sarebbe possibile; a tal proposito mi sembra opportuno citare la sperimentazione dei coniugi Harlow sui cuccioli di scimmia: questi venivano precocemente sottratti alle loro madri ed allevati con due madri fantoccio di cui una era costituita di freddo metallo ed aveva attaccato un biberon, mentre la seconda era costituita di stoffa morbida e pelosa, la scoperta interessante di questi esperimenti fu che i cuccioli trascorrevano fino a diciotto ore al giorno attaccate   alle   madri   "pelose"   anche   se   erano   nutrite   esclusivamente   dalla   madri   “allattanti...”   (Coniugi Harlow, 1958).

Un’associazione   che   possiamo   fare   parlando   di   dipendenza,   è   la   drammaticità   di   una   scelta   di   sostanze   e   comportamenti compulsivi al posto dei veri affetti: sembra chiaro che, in modo del tutto disadattativo, ad un certo punto della nostra vita siamo spinti ad abbracciare una madre di freddo metallo o meglio di alcool, di droga,   di   gioco   d’azzardo,   e   così   via.  

Questo   può   sembrare   paradossale   se   non   richiamiamo   alla   mente   la   teoria   dell’attaccamento   dello   psicoanalista   britannico   John   Bowlby (1907 - 1990) che sottolinea come all’inizio   della   vita   il   bisogno   biologico   legato   all’alimentazione   è   presente   insieme   a   un   altro   bisogno,   anch’esso  fondamentale,  quello  di  essere  amati,  di  essere  desiderati  ed  accettati  per  quello  che  si  è.

In  questo senso la base dello sviluppo della personalità si situa nelle prime interazioni tra bambino e famiglia: grazie a quest’ultima   infatti,   ci   costruiamo   dei   modelli   operativi   su   come   ci   dovremmo   o   meno   comportare   in   determinate situazioni, su quali sono le aspettative su noi stessi e soprattutto come siamo visti e giudicati dalle persone care che ci hanno accudito. Da questi modelli noi ricaviamo delle generalizzazioni e proiezioni su come saremo percepiti dal mondo esterno.

Così è facile che un bambino che non è stato desiderato non solo si senta non voluto dai genitori, ma pensi anche di essere essenzialmente poco desiderabile cioè di essere non voluto da tutti.  Questa seconda teoria ci fa comprendere la complessità delle nostre relazioni affettive fin dalla nascita e come da una dipendenza affettiva e biologica si possano costituire le basi per una risposta sintomatica in cui un senso di fallimento di relazioni fondamentali per noi, ci porti a percorrere strade che mimino sinteticamente emozioni o che ci distolgano dal pensarle.

Inoltre la psicoterapia sistemica relazionale famigliare indica la nascita delle patologie dalla comunicazione disfunzionale nelle relazioni fondamentali della nostra vita: prime tra tutte le relazioni famigliari.

Sintetizzando potremo dire che le nostre esperienze famigliari insieme ad altre variabili bio-psico-sociali, presenti in modalità diverse nella vita di ognuno, creano i presupposti per la formazione di schemi di soluzioni disfunzionali alle criticità quotidiane in cui il sintomo diviene protagonista indiscusso.

Sulla base delle teorie brevemente sopra citate, in maniera certamente non esaustiva per esigenza di sintesi, è nata  l’idea  per  creare  un  gruppo  sperimentale  in  cui  il  passo  verso  l’indipendenza  sia  la  costruzione di rapporti affettivi equilibrati e soddisfacenti con se stessi e con gli altri.

Le  persone  che  accedono  al  gruppo  non  vengono  chiamate  alcolisti,  tossicodipendenti  o  giocatori  d’azzardo   ma semplicemente con il loro nome: la dipendenza viene così intesa come una parte della loro vita e del loro essere, ossia una modalità inefficace che è stata utilizzata per porre rimedio a delle criticità ma certamente non  un’identità.

 Si  parte  dall’analisi  della  storia  personale  e  famigliare,  per  comprendersi  e  comprendere la nascita e lo sviluppo delle strategie della dipendenza, focalizzando sui vantaggi primari e secondari che credevano apportasse al loro sistema. Successivamente si analizzano le abilità relazionali ed emozionali di ognuno tramite il vissuto partecipativo ad ogni storia personale; si inizia a sviluppare abilità di ascolto e di espressione e si creano reti sociali.

Il gruppo fa rivivere sensazioni di appartenenza, accoglienza e vicinanza con  l’accompagnamento  del  terapeuta  che  tramite  questo  fa  sperimentare un modo diverso di vivere le relazioni,  una  seconda  opportunità  per  sperimentare  la  cosiddetta  “infanzia  felice”:  non  possiamo  cambiare  il   nostro passato, ma possiamo interpretarlo in un modo diverso.

Parte integrante del gruppo diviene la partecipazione, ove possibile, dei famigliari e degli amici, che permettono un cambiamento a diversi livelli del sistema affettivo con il sostegno di tutti. Lungo il percorso si assiste alla nascita ed alla sperimentazione di nuovi modelli interni e copioni per risolvere in una modalità soggettivamente più adeguata le criticità che hanno connotato la vita vissuta ed affrontare in modo diverso le difficoltà.

In questo senso si analizza il proprio  vissuto  di  dipendenza  come  una  fase  della  propria  vita,  che  ha  dato  l’opportunità esperienziale di percorrere sentieri difficili e di solitudine dati dalla sintomatologia, ma che una volta rielaborati possono diventare occasione per una profonda analisi interna ed accettazione di se stessi e del proprio vissuto.

In questo senso ognuno può scoprire come la dipendenza volta a potenziare alcune parti di noi o a sopravvivere ad una vita difficile, in realtà ci renda ciechi a noi stessi e al mondo: è bello quando nell’esperienza  di  gruppo  la  dipendenza  scompare  e  si  ricomincia  a  vedere il mondo, sentirne i suoi profumi e scoprire la bellezza delle nostre emozioni più profonde.

Un grande grazie a tutte le persone che partecipano al gruppo e alle associazioni, ai colleghi, ai famigliari, agli amici, al Centro Servizi Volontariato e al Consultorio Familiare di Ispirazione Cristiana di Trieste che hanno supportato e che contribuiscono attivamente allo sviluppo di questa iniziativa e a chi, leggendo questo breve articolo, vorrà dare il suo contributo personale.

Dott.ssa Elisabetta Maresio

Psicologa

Scritto da

Dott.ssa Elisabetta Maresio

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