La balbuzie come prodotto di dinamiche familiari

Il Dott. De Pas ci spiega perché coinvolge i genitori nella cura dei suoi giovani pazienti

7 LUG 2015 · Tempo di lettura: min.

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Foto di mundopsicologos.com

È mia ferma convinzione, che la balbuzie sia -anche- il prodotto di una serie di piccole e quotidiane con-cause da ricercare nella dinamica familiare. Cause capaci di produrre il proprio effetto su personalità dotate (sì, proprio dotate, gifted per essere più chiari) di sensibilità, emotività, attenzione, introspezione, e, forse, meno disposte a scoprire nel linguaggio verbale la necessaria componente aggressiva.

Anche se si sa che non c'entra niente con la violenza. Ma è sempre meglio specificare. D'altra parte, come non vedere nella comunicazione verbale l'uso necessario dell'aggressività: quell'energia, cioè, capace di portare nello spazio i propri suoni fonetici, affinché entrino bene nell'udito dell'ascoltatore, costringendolo a compiere operazioni neurologiche di decifrazione di quei suoni che io gli invio, affinché mi ascolti bene e chiaro?).

L'importanza di coinvolgere il genitore

Il terapeuta deve farsi carico anche di questo lavoro con i genitori, teso a far sì che quelle dinamiche familiari possano mutare e favorire un "rientro" della balbuzie, una sua scomparsa, la sua remissione. In contemporanea con il lavoro specifico e strutturato sul linguaggio del/la bambino/a, o ragazzo/a, e la sua personalità.

Solo nei casi di insorgenza precoce di questo disturbo del linguaggio (2, 3 anni del/la bambino/a), si deve -e no: si può, ma si deve- intervenire esclusivamente sulla dinamica familiare: le sedute con i genitori potranno, allora, essere validi veicoli di "guida" per i genitori stessi, in questo caso chiamati a rivedere una serie di propri comportamenti verso il/la proprio/a figlio/a, che con la balbuzie sta dando alcuni segnali di sé stesso e di come sta vivendo quella dinamica familiare.

Ma già a partire dal quarto anno di età, il/la bambino/a è cosciente della propria balbuzie, e i suoi comportamenti -linguistici e no- ne sono già condizionati. La terapia, quindi, deve già essere rivolta direttamente sul paziente. E, ripeto, con periodiche sedute con i genitori.

Sì, perché io non credo affatto alla teoria del "paziente designato" o come lo vogliamo chiamare: la balbuzie lo riguarda, è sua, e con lui dobbiamo lavorare. Creando un suo nuovo rapporto col linguaggio: in senso tecnico (attraverso la conoscenza delle dinamiche fisiologiche del linguaggio), e in senso creativo-espressivo. Che, poi, significa: affidarsi alla propria comunicazione, alla determinazione a comunicare, superando la "paura" a farlo. Paura che è la vera protagonista etiologica della balbuzie: sotto forma di ansia, magari, ma anche come e vero e proprio timore -inconsapevole- nei confronti della comunicazione.

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Foto di dad.menshealth.com

E questo lavoro può essere fatto con i bambini molto piccoli, come con i più grandi e gli adolescenti, oltre che con gli adulti.

Ovviamente, cambierà il modo, il veicolo con cui tutto questo si svolge nelle sedute: si passa dal gioco, dal disegno, dal canto, dai suoni, dai vocalizzi, ecc. -per i bambini- ai diretti esercizi fonetico-respiratori con i più grandi e con gli adulti.

Quindi, la balbuzie riguarda direttamente il balbuziente. Che non è un'ovvietà: e il terapeuta deve creare nel suo paziente questo principio, saperglielo trasmettere. Per la sua autonomia, la sua libertà espressiva. E perché si ristabiliscano in lui la consapevolezza e la conoscenza delle proprie capacità linguistico-espressive normodotate. Che, a volte sono solo potenziali, altre effettivamente presenti proprio nel suo parlato quotidiano. Tale consapevolezza e conoscenza devono creare la sua determinazione, la sua intenzionalità (prendo il termine in prestito da Jaspers), a usare e attuare, consapevolmente, tali capacità e competenze. In un circolo virtuoso tra determinazione/intenzione e capacità. Consapevolmente significa conoscenza delle regole fisiogiche del linguaggio e loro applicazione. Questa consapevolezza deve rappresentare, costituire, anche la sua sicurezza linguistico-espressiva: frutto di un percorso di ricerca, e, quindi, sicurezza interiore, che va a oggettivarsi nel parlato e nella sua pratica. Per il balbuziente, il parlato quotidiano diventa una palestra da praticare con l'intento di diventare "atleta del linguaggio". Il che non è troppo richiestivo: anzi rappresenta un esempio di recupero, da parte del soggetto, di energie, autostima, determinazione. Il tutto in funzione dell'affermazione di sé e della comunicazione del proprio pensiero e del proprio vissuto emozionale.

Questo il percorso terapeutico, schematicamente rappresentato:

1.conoscenza della fisiologia del linguaggio

2.in rapporto a questa, conoscenza del proprio parlato

3.messa a fuoco dei suoi punti deficitari (in genere, questi sono: velocità, rapporto respirazione/fonazione, pronuncia dei suoni)

4.consapevolezza linguistico-espressiva personale

5.determinazione/intenzionalità verso il proprio linguaggio

6.Responsabilizzazione, e autoresponsabilizzazione: acquisizione, cioè, della consapevolezza del proprio potere sul proprio linguaggio.

Bene: tale responsabilizzazione del nostro paziente, che è paziente bambino/a o adolescente, deve andare di pari passo con la responsabilizzazione da parte degli ambienti che costituiscono l'humus del suo esistere: la famiglia, ma anche la scuola. E anche gli amici. Sì, perché sarebbe certamente magnifico se accadessero grandi riunioni allargate, anche vere e proprie feste, dove a un certo punto si mette all'ordine del giorno dei presenti, bambini, adolescenti, adulti, a questo punto tutti riuniti insieme, la cura della balbuzie che quel/la "paziente" ha iniziato, o ha terminato o vuole iniziare. Me ne rendo conto: può apparire un po' strano e bizzarro. Ma, pensate che bello: tutti ne parlano, a turno ciascuno dice la sua e il nostro personaggio impara a socializzare i propri problemi, a non nascondersi, ma addirittura a esporli al suo pubblico "in sala".

È una moda certamente superata, questa, che una volta si chiamava self help. Oggi vien da sorridere, pensandoci: è legata, nel nostro vissuto, o quello della mia generazione, a movimenti politici, femministi e no.

In realtà è un metodo terapeutico importantissimo, e nella balbuzie sarebbe efficacissimo. Non stento a scrivere, qua, che questo metodo, se praticato, in modo costante e molto serio, potrebbe anche portare alla remissione della balbuzie, in modo totale e senza alcun terapeuta. Perché quelle "feste" potrebbero essere fatte in qualsiasi momento, e non necessariamente seguendo un calendario terapeutico. Danilo Dolci, un sociologo, organizzava incontri pubblici e sociali a Partinico: non aveva intenti terapeutici espliciti, ma di comunicazione comunitaria. I loro effetti, in realtà, erano terapeutici rispetto alla partecipazione (Giorgio Gaber), allo scambio sociale, alle autoresponsabilizzazioni.

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Foto di maternidadypsicologia.com

Per fare il punto

E pensiamo anche alle grandi sedute di gruppo di Wilhelm Reich. Ma non mi dilungo su questo argomento. Il mio scopo, qui, è insistere su:

1.La balbuzie riguarda direttamente il balbuziente

2.Il gruppo a lui circostante (famiglia, scuola, amici, ecc.) possono avere un ruolo molto attivo nella cura della sua balbuzie. E la socializzazione del problema ha, di per sé, un effetto terapeutico.

Per cui, è importante che i genitori vengano informati attraverso gli strumenti giusti, ma che certamente inseriranno nel proprio sapere genitoriale, con una sua conseguente trasformazione.

A mo' di esempio, voglio qui fare accenno a genitori, che, invitati da me, durante una seduta, a riflettere sulle proprie dinamiche rispetto al figlio, proprio in merito alla balbuzie, mi hanno accusato di "fare psicoanalisi", anziché attenermi al mio compito di rieducatore del linguaggio. Ho spiegato, allora, che io sono psicologo, psicoterapeuta, ma non appartengo alla scuola degli psicoanalisti perché ho fatti altri percorsi formativi, mi occupo del sintomo balbuzie, ho fatto con il loro figlio il lavoro di terapeuta del linguaggio, anche proprio tecnicamente, e che, quindi, ritenevo che alcune dinamiche nel rapporto genitore/figlio potessero essere modificate (alcune "venature" autoritarie, per esempio). E che fare psicoanalisi è tutt'altra cosa. Insomma, sono stato attaccato: "noi siamo genitori che rispettano i figli, lei si occupi della balbuzie". Salvo , poi, chiedermi quali potrebbero essere le cause di quella balbuzie. E, a quel punto, il dialogo si insabbia.

D'altra parte, in un altro caso, è avvenuto esattamente il contrario. Sempre a proposito della balbuzie, il bambino, in seduta, mi racconta, tra un disegno e l'altro, tra un gioco e l'altro, che la mamma si arrabbia molto, alcune volte, urla e dice parolacce. E lui ne ha paura e comunque gli dispiace molto. Ne parlo, quindi, in seduta a parte, con la madre e il padre: la signora non fa fatica ad ammetterlo, se ne dispiace molto mi dice che me ne avrebbe parlato lei. Comunque. Si augura di non cadere più in quell'errore. Insomma, non protesta e non se la prende con lo psicologo, semplice messaggero. " È vero, mi arrabbio". Non è mica tanto difficile ammetterlo. Il che, poi, rende anche più facile non farlo più. Perché aumenta il livello dell'intenzionalità. E, in effetti, quegli episodi non avvengono più. O non più in quel modo, e, che io sappia, molto sporadicamente. Non costituiscono più, agli occhi del bambino, un modo d'essere della madre, quindi delle dinamiche familiari. E il linguaggio del "nostro" bambino fluisce meravigliosamente. Grazie soprattutto al suo lavoro diretto sul proprio linguaggio, ma anche grazie a una mutata dinamica familiare. A sua volta, mutata per precisa intenzionalità della madre.

Attenzione alla vita familiare

Ecco queste considerazioni vogliono essere uno stimolo a ripensare la propria vita familiare, a partire da un problema. Si suol dire che le situazioni critiche di un sistema ne rivelano le contraddizioni. Anche la balbuzie lo fa, rispetto al sistema famiglia. Questo non autorizza però a dire che il balbuziente sia vittima del proprio sistema famiglia: significa solo che lui si è presa quella balbuzie. Come se fosse un raffreddore: perché tutte le finestre di casa erano aperte. Ma il raffreddore se l'è preso solo lui. Quindi, intanto lo curiamo e, contemporaneamente, ci chiediamo perché lui sì e gli altri no. E, sempre contemporaneamente, ci diamo da fare per vedere se le finestre di quella casa devono stare sempre aperte, o se si possono chiudere. Bisogna creare un tipo di areazione che possa "proteggere" colui che si è buscato la balbuzie/raffreddore.

Un'ultima cosa: quando dico la fine di una terapia della balbuzie, intendo qulcosa di molto simile a quanto, a un certo pounti si dice nel film "Il discorso del re": "Bene, è andata molto bene, scorreva. Ma dobbiamo andare avanti". La cura della balbuzie è un percorso di militanza che il soggetto deve portare avanti da solo, anche fuori dalla stanza terapeutica. Con gli strumenti fonico-respiratori e con il sapere psicologico (autoconoscenza, per esempio) lì acquisiti.

Dr. Roberto De Pas è uno psicologo psicoterapeuta specializzato in balbuzie

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Commenti 1
  • curto carmelo

    Penso che sia giusto quello che ho letto, purtroppo non posso capire che oggi mia figlia parlava bene e dopo 4 ore che è venuta dall'asilo ha iniziato a balbettare, mi sono informato all'asilo se era successo qualcosa ma mi hanno detto di no, mi sono informato con gli altri bambini ma mi hanno risposto che non era successo niente , allora mi dico perché?

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