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L' esercito dei selfie

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

L' articolo tratta della nuova moda dei selfie per approfondire i cambiamenti nella società di oggi legati alla propria immagine.

17 AGO 2018 · Tempo di lettura: min.
L' esercito dei selfie

Come scrive Will Storr nel suo libro "Selfie" i social media sono oggi i luoghi dove vivono le migliori immagini di noi stessi. Magri, slanciati, belli e sempre alle prese con sani e nutrienti brunch o con colorati, appariscenti e fotogenici aperitivi in questi luoghi virtuali presentiamo noi stessi al mondo così come vorremmo essere visti.

I canoni estetici dell'Antica Grecia sono ancora attuali.

Dai tempi dell'Antica Grecia con le sue immagini e le sue statue perfettamente cesellate fino all'attuale società basata sulla competizione e sull'ossessione del miglioramento di se stessi la cultura ha sempre dettato legge nella creazione dell'immagine ideale che abbiamo di noi. I nostri canoni estetici sono plasmati dalla cultura e dalla società in cui nasciamo, cresciamo e viviamo. Un corpo magro è fortemente apprezzato nel mondo occidentale ma non sarà considerato bello altrove. Per esempio in Tanzania un corpo grasso è simbolo di uno status sociale elevato. Gli ideali estetici occidentali del corpo perfetto hanno una storia antichissima, con radici che arrivano fino all'Antica Grecia, patria della cultura europea. Pensiamo ad esempio all'aspetto fisico di figure mitiche come Ercole e Adone che non sfigurerebbero sulle patinate copertine delle riviste odierne e che ci fanno capire come i nostri canoni estetici siano stati plasmati dalle menti e dalla cultura di persone che vissero più di 2500 anni fa.

Il modo in cui pensiamo è fortemente influenzato dalla cultura e dalla società in cui viviamo.

Non è soltanto l'aspetto fisico ad essere plasmato dalla cultura. Anche il nostro modo di pensare è fortemente determinato dall'ambiente che ci circonda. La maggior parte delle persone in Occidente riceve un'educazione, impara ad analizzare e a misurare le informazioni che riceve dal mondo circostante. Come risultato di tutto ciò ognuno di noi pensa che tutti vedano le cose e pensino allo stesso modo. Studi neuroscientifici condotti su popolazioni africane nomadi e isolate dal mondo moderno hanno tuttavia dimostrato che non è così.

Gli status symbol contano eccome.

Il nostro cervello inconsciamente individua dei potenziali leader culturali cercando alcune caratteristiche che indicano successo. E' stato ad esempio dimostrato che spesso tendiamo ad imitare l'intonazione di voce della persona dominante all'interno di un determinato gruppo o contesto sociale e che tendiamo ad imitare le persone che dimostrano di essere particolarmente competenti già da quando abbiamo un'età di 14 mesi. Man mano che cresciamo e che maturiamo diventiamo sempre più attenti agli indicatori di successo come abbigliamento firmato o auto sportive. Poiché questo è un processo spesso automatico e inconscio probabilmente non ce ne accorgiamo nemmeno. Una delle ragioni per cui siamo ricettivi agli indicatori di successo risale alla notte dei tempi. I nostri antenati cacciatori costruivano gioielli con i denti degli animali che uccidevano o si facevano pellicce ricavandole dalle proprie prede e questi oggetti diventavano simboli potentissimi del successo di chi li indossava.

Non ci basta ciò che percepiamo noi direttamente ma abbiamo bisogno anche di ciò che gli altri imitano.

Se qualcuno imita qualcun altro è facile che anche noi iniziamo a fare la stessa cosa. Il fenomeno è sostanzialmente simile a quello che succede con una palla di neve: l'attenzione genera ancora più attenzione. Se i media iniziano ad occuparsi di una persona e a considerarla interessante penseremo anche noi che quella persona è intrinsecamente interessante. Quando succede questo i media iniziano a dedicare ancora più attenzione a quella persona creando un circolo vizioso infinito in cui le notizie su di lei possono essere amplificate all'ennesima potenza.

L'economia sostituisce l'ambiente nel processo di creazione della nostra percezione di noi stessi.

In passato il destino dell'uomo era profondamente legato all'ambiente in cui viveva e lavorava. Nel corso del diciannovesimo secolo invece, con l'invenzione del motore a vapore, delle ferrovie e dell'elettricità, con la teoria darwiniana dell'evoluzione della specie e con una sempre maggiore mobilità sociale tutto ciò è venuto meno. L'uomo ha iniziato a considerarsi non più esclusivamente dipendente dalla natura ma ha iniziato a vedersi sempre più come fabbro del proprio destino facendo emergere anche il mito dell'uomo lavoratore in grado di arricchirsi e di accrescere il proprio benessere.

Il mondo intorno a noi è diventato più individualistico e competitivo che mai.

Postare un selfie su un social network equivale oggi a costruire un proprio marchio o brand personale. La commercializzazione della vita quotidiana significa che ci siamo convinti del fatto che abbiamo costantemente bisogno di competere l'uno con l'altro. Se vogliamo avere successo ed essere ricchi dobbiamo accertarci di arrivare noi per primi e i selfie sono uno strumento che ci consente di spingerci oltre la linea di arrivo. Riuscire ad ottenere più feedback positivi, più like e commenti degli altri utilizzatori dei social media significa che il nostro brand supera i suoi competitor.

La nostra società iper-individualistica e dominata dall'influenza di internet sta perdendo sempre di più ogni senso di solidarietà collettiva. Man mano che diventiamo brand di noi stessi il mondo diventa un luogo di infinita competizione, un supermarket del lavoro dominato dal cottimo e dai contratti a termine.

Fonte "Selfie. How the West became self-obsessed" di Will Storr

Dott.ssa Vania Camerin Psicologa Psicoterapeuta Funzionale ed EMDR (Montebelluna e Conegliano TREVISO)

http://vaniacamerinpsicologa.blogspot.com
Scritto da

Dott.ssa Vania Camerin Psicologa Psicoterapeuta, EMDR

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