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Il volontariato? “Non basta fare del bene, bisogna anche farlo bene”

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Così diceva Denis Diderot. Insomma per svolgere bene quest’attivita’ bisogna capire cosa vuole colui il quale deve essere aiutato da noi.

28 LUG 2014 · Tempo di lettura: min.
Il volontariato? “Non basta fare del bene, bisogna anche farlo bene”
“Faccio il volontario perché voglio aiutare gli altri”. Tanto di cappello a chi vuole intraprendere attività di volontariato con il desiderio di essere di supporto o di profondo aiuto a coloro che si trovano in situazioni di difficoltà o in condizioni svantaggiate, ma chi lavora nel settore delle professioni di aiuto conosce bene quali possano essere le implicazioni che stanno dietro un’azione così altruistica.

Le motivazioni che ci inducono a voler aiutare gli altri possono essere di vario tipo e, la cosa più importante, è esserne consapevoli.

Il volontario può, infatti, attraverso le sue buone azioni, attribuire un senso nuovo alla sua vita inserendosi all’interno di un gruppo che gli permette di ampliare le relazioni sociali o coltivare quelle già esistenti e può altresì godere di momenti di protagonismo.

Possiamo dunque dire che spesso le attività di volontariato permettono di appagare esigenze ed interessi personali, contribuendo ad una ridefinizione della propria identità, della propria immagine sociale, così come del senso di appartenenza alla comunità e al sostegno sociale.

Dunque, altruismo, dovere civico, ricerca di relazioni sociali e interpersonali e desiderio di sentirsi utili e importanti per qualcuno sono le motivazioni che più comunemente inducono ad intraprendere attività volontaristiche.

Ma allora, se non siamo così altruisti come sembriamo, le domande che sorgono spontanee sono: “Chi ha bisogno di chi?”; “Tutti possono fare qualunque tipo di volontariato?” e, soprattutto, “Secondo quale criterio si può scegliere l’attività di volontariato adatta a sé?”.

Le risposte sono semplici e implicano un impegno al quale spesso non si è abituati: “Per fare volontariato bisogna essere formati”.

Aiutare gli altri e rispondere al contempo a bisogni personali che ci motivano nelle nostre azioni volontaristiche significa prendersi la responsabilità della propria presenza all’interno di un contesto nel quale spesso la relazione si configura come il tassello più importante.

Non è quindi possibile farsi trovare impreparati dinnanzi a coloro che da un volontario si aspettano di ricevere supporto e competenza.

La formazione parte proprio dall’analisi dei propri bisogni e, quindi, delle proprie motivazioni e dovrebbe essere effettuata sia dai soggetti coinvolti, sia dalle associazioni atte a selezionare i volontari, in base alle competenze, alle caratteristiche di personalità e alle attività che dovranno svolgere.

Ma la formazione non finisce qui; in base al ruolo che si andrà a ricoprire, essa può essere logistica, comunicativa e relazionale ed è proprio per questo motivo che non tutti possono intraprendere qualunque tipologia di attività di volontariato.

Banalmente, se si è eccessivamente coinvolti in una situazione, non si riesce ad aiutare davvero il proprio utente e, questo assioma, tanto caro ai professionisti delle relazioni d’aiuto, viene spesso dimenticato nel caso del volontariato e giustificato dalla gratuità dell’attività stessa.

Coloro i quali vorranno iniziare un’attività di volontariato, qualsiasi essa sia, dovranno invece porre al centro del proprio interesse i bisogni del destinatario dell’intervento e, proprio nel rispetto di quest’ultimo, investire le proprie risorse per formarsi adeguatamente pur tenendo conto delle proprie motivazioni, delle proprie risorse, così come dei propri limiti.

Scritto da

Dott.ssa Claudia Corbari

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