IL SETTING INDIVIDUALPSICOLOGICO COME CORNICE DELLA RELAZIONE TERAPEUTICA
“Lo spazio del setting terapeutico diverrà l’area del possibile, della speranza dove i due Sé creativi trovano un adeguato terriccio organico per far attecchire il Sentimento Sociale”.
Ogni intervento di natura terapeutica si presenta come una cornice di riferimento che inizialmente struttura e incomincia a dare forma alla relazione terapeutica che si viene a creare, verso la progressiva costruzione di una vera e propria diade paziente-terapeuta. Questa cornice è definita setting, parola di origine inglese che significa cornice, ambientazione, regolazione, configurazione. In ambito psicologico, con questo termine si intende ciò che "delimita un'area spazio-temporale vincolata da regole che determinano ruoli e funzioni in modo da poter analizzare il significato affettivo dei vissuti del paziente in una situazione specificatamente costruita per questa rilevazione" (p. 1176). Nel corso del tempo, nelle Psicologie Dinamiche, il setting risulta essere quell'insieme di regole che si sono andate via via costituendo nel corso del tempo, per fare in modo che possa prendere avvio, all'interno della stanza di analisi, il lavoro terapeutico tra due individualità. La parola setting, infatti, è costituita dal termine «SET», che sta ad indicare l'ambiente fisico nel quale si costruisce, prima, e si stabilizza col tempo la relazione terapeutica, che presuppone sia le regole più pragmatiche del contratto (l'orario dell'incontro, la durata, il pagamento dell'onorario...) sia tutti quei canali relazionali che mediano il rapporto analista-analizzando, primo fra tutti la necessitò di assenza di contatti e di interazioni extra-professionali. Secondo Rovera, "il setting è il significante strutturale dei significati, che si implementano nelle forme del rapporto professionale e che costituiscono l'assetto di base dell'interazione analitica, ivi compresa la relazione transferale" (p. 100).
"Nella storia della psicoanalisi e della psicoterapia psicodinamica è stata posta molta attenzione sulla configurazione del setting entro cui si svolge il trattamento. In ogni variante tecnica della psicoterapia, infatti, il limite coincide con la forma: senza un setting definito e coerente non c'è possibilità di scegliere e realizzare un progetto terapeutico" (p. 87). Un primo termine, quindi, che molto spesso di accosta al concetto di setting risulta essere quello di limite, infatti i due termini, limite e confine appunto, possono essere interscambiabili in quanto stanno ad indicare il punto oltre il quale una certa funzione o una certa attività non può o non dovrebbe avere luogo. Invece, per quanto riguarda l'ambito più puntuale della psicoanalisi, "il termine confine è stato utilizzato per denotare la linea di demarcazione tra le componenti del sé e dell'oggetto nel mondo intrapsichico. [...] L'uso più comune del termine è stato messo in relazione con il concetto di confini professionali all'interno di uno spazio analitico tra paziente e terapeuta" (p. 1). Ciò che determina e definisce il processo terapeutico che si concretizza e si esprime all'interno di un setting terapeutico è proprio la possibilità, per i soggetti che vi partecipano, di creare una relazione interpersonale unica ed irripetibile, poiché il rapporto che unisce queste due individualità risulta essere completamente diverso da un comune rapporto tra persone, in quanto rappresenta l'incontro di due soggetti che "assumono esplicitamente ed implicitamente che entrambi apportano al trattamento non solo impegno, ma anche quello che hanno di più genuino e cooperativo" (p. 112), arrivando alla costruzione di una coppia terapeutica basata sull'incontro e sulla reciproca rimodificazione del proprio stile di vita. L'incontro e la vicendevole contaminazione dei due stili di vita diventano perciò la trama di un racconto, "una storia che diventa comune nel contesto di una relazione unica ed irripetibile" (p. 83). La terapia di matrice adleriana ha quindi la funzione di mettere al centro la soggettività e l'individualità che caratterizza ciascun essere umano e di comprendere gli elementi costituitivi che rappresentano "la complessa rete di relazioni tra l'individuo, il suo ambiente - interno ed esterno - ed il terapeuta. Una terapia che per sua natura è un percorso non lineare e che prevede continue rotture e riparazioni, resistenze, sviluppi, arresti, regressioni e progressioni all'interno dell'alleanza terapeutica" (p. 108).
Per Adler, la cura del paziente da parte del terapeuta passa dalla possibilità di cooperare dei due soggetti. Inoltre, all'interno della Psicologia Individuale di cui egli è il capostipite, l'autore evidenzia come, nel processo terapeutico, "la funzione dello psicologo è quella di mettere il paziente nella condizione di vivere un'esperienza di amicizia, di fare in modo che possa trasferire sugli altri il suo risvegliato sentimento sociale. Questo è un compito simile a quello della madre che si colloca, appunto, tra la società e il bambino" (pp. 378-379). Attraverso queste prime riflessioni si possono già delineare alcuni degli elementi essenziali che contribuiscono alla costruzione e consolidamento della relazione terapeutica. Quest'ultima risulta essere un particolare tipo di legame interpersonale che inizia a costruirsi in modo artificioso, cioè non naturale, poiché prevede l'iniziale richiesta di una cura, da parte del paziente, e la riproposizione di una "possibilità di cura" (p. 376) da parte del terapeuta. Il terapeuta, infatti, non svolge, nel processo relazione con il paziente, una funzione di educatore, ma, al contrario, "è lì con lui, per comprendere e capire, per costruire un racconto delle vicissitudini e del senso del patologico soffrire della persona che si risolve a lui per la cura" (p. 109). Accade così che senza un setting definito e coerente non c'è possibilità di scegliere e realizzare un progetto terapeutico.
1. Il setting come luogo per vivere la relazione terapeutica
La coppia terapeutica, quindi, si costruisce e si alimenta all'interno di dinamiche relazionali che possono prendere forma solamente all'interno di un setting terapeutico che, per gli adleriani, "è di primaria importanza, e costituisce appartenenza e attaccamento" (p. 109). Questo termine può quindi essere associato ad una sorta di contenitore e accoglie al suo interno sia ciò che riguarda la dimensione della forma più esplicita della relazione duale, cioè la cornice dell'opera; ma di per sé, ciò che è proprio della Psicologia Individuale di Adler, è si sicuramente la cornice del quadro relazionale, ma quanto di più importante è ciò che si esprime attraverso i diversi dettagli che emergono sulla tela dell'opera, il contenuto principe, le sfumature. Ed è proprio per questo che "l'Individualpsicologia, nella dimensione del setting terapeutico, sprigiona la sua essenzialità nella caratterizzazione di una relazionalità reale, costruttiva, in una contaminazione di ruoli più ampia, senza deformarli, anzi li esalta ne loro valore più ampio che è la creatività" (p. 108). E' quindi attraverso queste parole che si può comprendere che la terapia adleriana si presta ad essere come un evento relazionale che incide profondamente l'esistenzialità sia del paziente sia del terapeuta. L'esperienza analitica implica, quindi, un continuo incontro-scontro fra due stili di vita, quello del paziente e quello del terapeuta appunto, da cui nasce e si costruisce in continua evoluzione una «storia a due», intessuta delle dinamiche emotive-affettive che abitano entrambi i soggetti, sia come individualità sia come duo. E' solo attraverso la relazione terapeutica che si può fare esperienza di un senso e di un significato di limite differente da quello usuale, dove appunto è possibile permettere al luogo, a quel luogo, di acquisire un senso e di diventare espressione e testimonianza della possibilità di cura: questo luogo deve quindi cessare di essere una delimitazione di uno spazio fisico da attraversare, per iniziare ad assumere "il valore di posto dove stare, di posto da ritrovare e a cui ritornare per non perdersi e per non sentirsi perduti. Riconoscere di aver bisogno di uno spazio proprio diventa un indicatore di senso in un percorso terapeutico: il bisogno di occupare un posto. Il proprio. Curare è offrire un luogo da abitare. Un luogo dotato di senso che permetta di riconoscere il proprio posto nel mondo. La propria parte. Il proprio ruolo" (pp. 118-119).
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