Il senso di vuoto e il vissuto depressivo

La sofferenza psichica in alcuni casi può manifestarsi con un profondo senso di vuoto e di mancanza di senso. 

6 NOV 2013 · Tempo di lettura: min.

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Il senso di vuoto e il vissuto depressivo

A volte il senso di vuoto è così intenso da causare panico e angoscia, come se non vi fossero punti di riferimento a cui aggrapparci nei momenti di difficoltà; altre volte il senso vuoto e di distacco dagli altri può nascondere dei vissuti di tipo depressivo, che necessitano di essere ascoltati nel loro significato, accolti ed espressi, affinché sia possibile prendersene cura.

Negli ultimi decenni, in particolare nelle nuove generazioni, la sofferenza si manifesta spesso attraverso forme di disagio che si caratterizzano anche per un profondo e disorientante senso di vuoto.

Il vuoto di relazione che sembrano sottendere queste nuove forme di sofferenza in parte sembrerebbe essere legato anche ai cambiamenti sociali e culturali a cui è andata incontro la nostra società, diventata sempre più centrata sull'individualità, a scapito del senso di comunità e appartenenza, sulle relazioni virtuali e sul continuo superamento e assenza di limiti, in una visione onnipotente e competitiva dell'essere umano che non lascia spazio all'altro e alla relazione.

Nell'esperienza clinica emergono sempre di più rabbia, aggressività, competizione, ma anche angoscia e vuoto, che la persona avverte preponderante quando si ferma e prende contatto con il Sé o alcune parti di esso. Il senso di vuoto allora diventa così assordante e angosciante che qualsiasi sensazione costituisce fonte di sollievo; la rabbia incontrollata, i gesti autolesivi, l'abbuffarsi di cibo, l'uso di sostanze o altri comportamenti a rischio allontanano, anche se per poco, la sofferenza di non esistere, lo sprofondare in un abisso privo di significati e contenuti.

Dietro a questa profonda angoscia e vuoto, dietro al non senso dell'esistenza, a volte si trovano vissuti di ansia e panico, altre volte vissuti che si connotano più su una dimensione depressiva dell'esistenza, fino a configurarsi in alcuni casi in veri e propri disturbi psicopatologici, come quello depressivo.

I disturbi depressivi, comprendono un ampio gruppo di condizioni psicopatologiche il cui quadro clinico è dominato oltre che da un'alterazione del tono dell'umore, da sintomi psicomotori, cognitivi (cioè legati al pensiero) e neurovegetativi, della cui valutazione è importante che si occupino professionisti della salute mentale (psicologi, psicoterapeuti e psichiatri). Spesso accade infatti che vengano etichettate sotto il nome di disturbo depressivo esperienze e vissuti che in realtà non sono attribuibili ad esso, ma che magari rappresentano una normale reazione di adattamento ad eventi di vita avversi; in altri casi invece con troppa facilità si fa diagnosi, senza accogliere e ascoltare davvero la sofferenza profonda che la persona può vivere.

I pensieri della persona depressa

Passiamo adesso a descrivere quelli che sono i pensieri e i sentimenti più ricorrenti delle persone con un disturbo depressivo, ricordando comunque che ogni individuo esprimerà la propria sofferenza in modo assolutamente soggettivo, e che alcuni elementi possano essere più o meno presenti e marcati a seconda della gravità del disturbo, ma anche della storia e delle caratteristiche della persona.

Innanzitutto, lo stato d'animo principale della persona con disturbo depressivo è la tristezza, che si manifesta anche a livello non verbale (espressione del viso, postura, eloquio). Spesso questo si accompagna anche a una totale mancanza di speranza, che porta l'individuo a sentire che non vale la pena andare avanti, perché non vi è appunto la speranza che la situazione possa cambiare.

La persona sente inoltre che nessuno è degno di fiducia, né se stesso, né gli altri (vissuti come persone che deludono, abbandonano…) e può sentire di non essere fatto per la vita, fino ad arrivare ad un vero e proprio ritiro da essa.

Una dimensione spesso presente è quella del senso di fallimento; l'individuo sente di non essere riuscito a realizzare niente di utile e positivo nella vita, tutti sembrano avere più successo. A questo si aggiunge poi un vissuto di inferiorità e indegnità rispetto agli altri.

Anche quello della colpa è un tema molto ricorrente nei pensieri della persona con un disturbo depressivo, un vissuto che sottende una forte rabbia rivolta verso di sé, con una componente di vergogna anche molto intensa.

L'anedonia, ossia la riduzione del piacere o l'incapacità di provare piacere nello svolgere attività prima gradite e soddisfacenti, è un altro vissuto caratteristico, che porta la persona ad abbandonare gradualmente i propri interessi e a chiudersi sempre più in se stessa. A questo si accompagna anche un senso di stanchezza e mancanza dienergie, che rende ogni gesto e ogni compito estremamente faticoso e al di sopra delle proprie capacità.

In molti casi vi è anche una forte ambivalenza, tra il bisogno dell'altro, la paura di essere abbandonato e l'ostentazione di una falsa autonomia, di stare bene esclusivamente da soli e di non aver bisogno di nessuno, come se in realtà questo fosse solo l'estremo tentativo di rendersi amabili per l'altro.

Devitalizzazione, vuoto e assenza di contatto

Attualmente, nelle nuove forme di sofferenza che caratterizzano spesso le nuove generazioni, i vissuti depressivi possono essere connotati (soprattutto in una fase iniziale del processo) più che da tristezza, da una totale devitalizzazione, vuoto e assenza di contatto; questi vissuti possono a volte nascondere il malessere e il sintomo e rendere meno evidente una sofferenza che invece è presente e necessita di essere ascoltata. Il vuoto di relazioni che sembra caratterizzare spesso la nostra società e il mondo in cui molti giovani si trovano a crescere e vivere diventa, proprio perché non può esserci un Io senza un Tu, un vuoto di Sè.

Attualmente è inoltre possibile incontrare forme depressive in cui sintomi quali la tristezza, il dolore morale, il senso di colpa, passano in secondo piano rispetto all'ansia, all'insonnia, all'inibizione e alla fatica di essere se stessi. In uno scenario sociale dove non vi è più una norma a cui adeguarsi o da trasgredire, ma dove tutto è possibile e la competizione è estremamente elevata, il nucleo centrale depressivo sembra essere un senso di insufficienza, di fallimento e di inadeguatezza rispetto ad un ideale che la società stessa impone.

Vi è in questi casi un profondo distacco (spesso non pienamente consapevole) tra l'immagine di Sé che la persona si è costruita e la propria esperienza reale, ciò che prova e ciò che sente realmente; la persona non può pensare a se stessa come un essere con dei limiti, non onnipotente, fallibile e quando invece queste esperienze emergono preponderanti si può avere una caduta in senso depressivo; non si è degni di amore, stima e accettazione se non si rispettano quelle aspettative di efficienza, capacità personali e successo che la società ci richiede e che a volte la famiglia stessa (in quanto parte della società) può, anche non intenzionalmente, veicolare.

Questi momenti di profonda crisi possono essere estremamente destabilizzanti per la persona che li vive; quando la sofferenza diventa troppo e intensa e duratura, fino ad interferire significativamente con la propria vita, diventa fondamentale rivolgersi ad uno specialista che possa valutare la situazione ed aiutare la persona a superare le proprie difficoltà, attraverso le modalità di intervento più adeguate.

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Scritto da

Dott.ssa Valentina Tognelli - Studi Professionali

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Commenti 20
  • mauro

    Io mi sento così da quando mio padre mi sgridava davanti a tutti. Poi ho provato a vivere una vita per non essere sgridato mai più, ma è impossibile. Sono diventato ribelle nel frattempo e tutto ciò che ho fatto, realizzato e conseguito.. l'ho fatto per mero senso del dovere. Tutte le cose che mi avrebbe fatto piacere fare non hanno mai avuto un senso perchè in fondo sapevo di non meritarle. Il risultato è che adesso non riesco nemmeno a piangere da circa 12 anni. Sono completamente cinico onesto e anestetizzato, ho imparato a dire agli altri quello che gli altri vogliono sentirsi dire soltanto quando ho bisogno di qualcosa da questi. Col resto della società sono onesto o distaccato completamente infatti non ho mai avuto nemmeno una relazione e sopratutto non mi fido di nessuno. Praticamente una vita vuota. Studiando tutto sull'argomento quel che ho capito è che siamo 8 miliardi di persone quindi esistono 8 miliardi di punti di vista e non avendo idoli e non fidandomi di nessuno non capisco nemmeno cosa possa essere per me una cosa di valore. La maggior parte delle persone chiede attenzioni chi se lo può permettere lo fa attraverso feste e viaggi, gli altri usano argomenti di dolore e conforto per attrarre attenzione. Io essendo umano sento il bisogno di essere accolto e ascoltato etc ma non voglio elemosinare questa attenzione infatti prediligo chi si rivolge a me in maniera spontanea.

  • Elena

    Io ho 46 anni e mi ritrovo in tutto. Io non riesco a fare psicoterapia. Il problema è che ho 2 figli e che non seguo bene. Mi sento estranea a questo monfo non riesco quasi a non piangere più. Ho solo tanto paura non del futuro ma del minuto che passa. Apatia menfreghismo. Faccio ma poco. Casalinga sto tanto seduta e guardo tv e telefono.

  • Davide

    Cavolo ragazzi, il mio senso di vuoto è incolmabile. Non voglio vivere una vita con questo peso, ma è veramente possibile uscirne?

  • Massimo Lombardi

    Da anni mi sento come scrive l'artcolo...anestetizzato e narcotizzato, nel pensiero, nelle emozioni, negli obbiettivi e nei progetti. Un senso di apatia e vuoto totale, nascosto in una vita apparentemente normale.

  • luigi arcuri

    Ottimo articolo, molto attuale e innovativo nell'analisi sul fenomeno depressivo.

  • Marco Privacy

    Beh sicuramente è un bel testo non scritto da un Cognitivo. I Cognitivi dicono l'esatto opposto. L'altro può fare che vuole cosa puoi fare tu di diverso per Te? E Ti aggredisce. Ora con ste premesse Io senza un Tu. E ancora la Gestalt Io sono Io Tu sei Tu. E ancora la follia della Transazionale: Io sono ok tu sei ok. Beh tutte sciocchezze che trovano riscontro in Lacan che giudica la Morale in chiave sadomasochista. Mettetevi d'accordo perche' il mondo dei terapeuti e' il mondo piu' vicino alla follia e all'incoerenza mai visto. Ognuno di voi dice una cosa. Questo testo e' sensato ma non ho letto il modello di riferimento.

  • Matteo Marangoni

    Mi sento così in tutto e per tutto. Non so cosa fare. Vorrei solo essere felice ed essere un'altra persona rispetto a quella che sono.

  • Mimmy

    Salve a tutti... purtroppo anche io vivo questo terribile stato di devastante alienazione da tutto, da tutti e perfino da me stessa. Mi definisco un tappo di sughero che galleggia inerme in mezzo all'oceano in balia delle onde...E ogni giorno mi ripeto che non c'è soluzione...non c'è o forse non sono in grado di trovarla né in me stessa né negli altri che forse neppure riescono a intravedere questo disagio nonostante io abbia la percezione di essere un libro aperto...Forse sono talmente noiosa e talmente paragonabile ad un peso morto che preferiscono far finta di niente...Comunque penso che proprio perché la vita è una sola e che a certi sbagli commessi non ci sia rimedio...va da sé che non c'è rimedio neppure a questo disagio interiore. E inoltre...se non si ha una condizione economica tale da potersi permettere il supporto costante di un professionista, non si può certo sperare di essere seguiti adeguatamente dalla pubblica sanità...Quindi che fare? Lo chiedo agli psicologi che leggerano senz'altro i nostri post e che senz'altro saranno così innamorati della loro professione e così sensibili a determinate problematiche che potrebbero proporci qualche soluzione...Dico bene?

  • Chiara iaboni

    Mi sento così oramai da tanto tempo...ed ho solo 23 anni...ma come si fa a colmare questo vuoto? Perché non bastiamo a noi stessi? E soprattutto è possibile superare tutto ciò?

  • Edoardo

    Lorena, non è mai troppo tardi per rinascere.


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