Il pregiudizio e lo stigma sociale

Non è raro che persone affette da disagio psicologico avvertano sensazioni di vergogna, come se il soffrire di una malattia psichica e non fisiologica fosse in qualche modo una colpa.

23 FEB 2017 · Tempo di lettura: min.

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Ernest Zacharevic.

Parto dalla premessa dello stigma: sociale ed auto-riferito. Non è raro che persone affette da disagio psicologico di varia natura sentano di essere in qualche maniera diversi dal prossimo (in ottica negativistica), come se il soffrire di una patologia non fisica cioè mentale fosse in qualche modo una colpa che l'individuo si è tirato addosso.

Più di una volta ho sentito la frase: "Meglio un cancro che gli attacchi di panico!". Sono convinto che gli ammalati oncologici gradirebbero invece lo scambio. Una patologia fisica è una malattia che capita senza alcuna colpa da parte dell'individuo, un disagio come il panico è una malattia invisibile, spesso non organica, quindi ci fa sentire colpevoli nonché responsabili.

Il sentirci a disagio in certe situazioni fa si che mettiamo in atto comportamenti protettivi e ci conduce a sviluppare un'attenzione estrema verso il mondo esterno, in particolare durante le interazioni sociali, così da cogliere nell'altro la conferma del nostro stesso disagio (la profezia che si auto-avvera). Non ci rendiamo conto che sono i nostri meccanismi protettivi a renderci ai nostri stessi occhi ciò che temiamo essere. Il sentirsi giudicati dagli altri, perseguitati dal disagio è parte costituente della maggior parte dei disturbi di ansia. Pascal diceva: "Comincia a credere e la fede non tarderà ad arrivare", così giusto per restare nel campo delle citazioni, il buon Amleto: "Niente è buono o cattivo, se non è tale nel nostro pensiero".

Questo era quanto riguarda lo stigma auto-riferito, l'etichetta che ci teniamo inconsapevolmente appiccicata in fronte anche se non vorremmo (ricordiamoci però che questa etichetta ha sempre un vantaggio secondario: la paura ci giustifica dall'evitare certe situazioni così da non mettere mai in discussione noi stessi). Adesso parliamo dello stigma sociale. Il diverso è sempre stato, nel bene o nel male, considerato puro od impuro. Un essere toccato dagli dei e quindi da venerare oppure una vittima sacrificale, cioè un capro espiatorio (spesso le due cose coincidevano). Cito dal Dizionario di psicologia, ed. Le Garzantine:

"Il capro espiatorio è oggetto, persona o gruppo su cui, attraverso un meccanismo di proiezione, vengono scaricatecolpe da attribuire più realisticamente a sé o agli altri. Le comunità primitive si difendevano dalla violenza che si diffondeva e cresceva nella comunità trasferendola sulla vittima espiatoria. Questa, calamitando su di sé tutta la violenza diffusa tra i membri della comunità, realizzava con la propria espulsione la loro innocenza".

Ciò che viene espresso è molto chiaro ed è tuttora valido. Concetto questo studiato dalla psicologia sociale e dall'antropologia, in realtà già Freud (nel suo testo "Il disagio della civiltà, 1927) diceva che il pregiudizio è un elemento di coesione tra i membri del gruppo stesso. Ciò comporta la percezione di una differenza tra gruppo e non-gruppo; nel caso del capro espiatorio un elemento stesso della comunità viene percepito come 'diverso' e quindi stigmatizzato. Potrei citare molte fonti ma tutte dicono più o meno così: l'ostilità viene scaricata verso il debole od anche l'alieno, inteso come colui che in qualche modo, col pensiero o il comportamento, si differenzia dal resto del gruppo.

Oggi psichiatri e psicologi tendono a non dare un'etichetta precisa al disagio, se è possibile, proprio per evitare il marchio dello stigma. Credo sia molto meglio che la persona impari a conoscere il proprio problema piuttosto che ad identificarsi come soggetto ansioso, psicotico ecc. Una volta che ci auto-definiamo, ed una volta che questa definizione ci si appiccica addosso nel contesto di vita quotidiano, è molto difficile percepire un possibile cambiamento. "Sono una persona ansiosa", "Soffro di questo o di quell'altro", tutte etichette che tendono a limitare la definizione stessa di un individuo e a rendere la percezione del cambiamento sempre più difficile.

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Scritto da

Dott. Roberto Pasero

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