Il pericolo di "etichettare"

Quando e perchè serve dare una definizione ad un problema? Pro e contro del categorizzare i disagi delle persone

29 MAG 2015 · Tempo di lettura: min.

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Il pericolo di "etichettare"

Molto spesso nella mia esperienza professionale mi son trovato dinanzi a situazioni nelle quali le persone, sia colleghi che clienti, descrivevano con estrema naturalezza un problema seguendo esclusivamente linee guida dettate dalla teoria e dai testi accademici.

La maggior parte della volte i miei clienti affermano "sono depresso", "sono malato", sono, sono, sono. Spesso lo dicono per sentito dire, per averlo letto, o altrettanto spesso, e questa è la cosa più grave dal mio punto di vista, è perchè a dirglielo sono stati professionisti come medici, psichiatri o anche psicologi.

La diagnosi, a parer mio, è fondamentale per un'efficace prosieguo di un percorso, ma deve essere saper comunicata. Ed è proprio in questa fase che, secondo me, vengono commessi i più grandi errori.

Essendo un esperto del linguaggio e della comunicazione ritengo fondamentale evitare di usare frasi o definizione che vadano ad "etichettare" o a colpire l'identità della persona. Il verbo essere andrebbe bandito. "Sig. Rossi lei è depresso" è una frase da dimenticare: in questo modo si va ad intaccare l'identità della persona che si definirà come tale anche e soprattutto perchè a dirglielo è stato un professionista che, come tutti sappiamo, gode di un potere e di una certa influenza sui propri clienti. Lavorare con persone che si auto-definiscono malate debilita fortemente il lavoro, il percorso di benessere. Andare a sradicare un aspetto dell'identità è molto difficile.

I problemi, i disagi, le patologie (fisiche o psicologiche), si hanno, non "sono": "Io ho la depressione" non "io sono depresso". Istruire le persone a pensare ai propri problemi sotto questo punto di vista, l'avere e non l'essere, permette di approcciarsi al problema stesso con molta più facilità. Una cosa che si possiede può essere tolta, una cosa che si è non può essere tolta cosi facilmente.

Quindi ritengo fondamentale che ai clienti venga esposta una diagnosi tenendo conto di tutti questi rischi "del mestiere". Come dice il proverbio: "chi ben comincia è a metà dell'opera". E nel caso sia il cliente stesso a definirsi in un certo modo dedichiamo del tempo per capire come mai, dove lo ha sentito, dove lo ha letto, chi glie lo ha detto: cerchiamo di comprendere la natura di questo pensiero e facciamo di tutto per rielaborarlo per portarlo ad essere una cosa che la persona "ha" e non che "è".

Ma non finisce qui la mia personale riflessione: come poter procedere durante il percorso terapeutico mantenendo questo "distacco" tra disagio o malattia e la persona? La mia risposta è la seguente: non categorizzare, non definire, non etichettare. La diagnosi psicologica, a differenza di quella medica, ci dà, a mio parere, delle basi di partenza, ma non la soluzione stessa del problema.

La persona che viene nel nostro studio potrà avere un qualsiasi disagio psicologico ma noi potremmo trattarla, partendo da questo, come una persona normale, uguale a tutte le altre, senza mai farla sentire malata. Non etichettare, non definire, non categorizzare. Personalmente un approccio simile è molto bio-etico perchè pone le basi di una maggiore consapevolezza individuale delle proprie capacità di guarigione le quali, nonostante una qualsiasi patologia o disagio, sono sempre li ovvero nella propria identità.

L'identità, in questi frangenti, va solo ed esclusivamente rafforzata e supportata per permettere al cliente stesso di dare il massimo nel suo percorso di crescita.

La miglior guarigione è sapere che, nonostante i miei disagi, faccio ancora parte, come tutti, di questo mondo e come tale voglio, posso, devo essere trattato.

Marco Magliozzi

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Scritto da

Dott. Marco Magliozzi - Psicologo Psicoterapeuta

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