Il Lutto: Tra Condizione Esistenziale e Trappole della Mente
L’articolo esplora il lutto non come patologia, ma come dimensione esistenziale legata alla capacità di amare. Analizza le complicanze che bloccano questo processo, tra cui la rabbia e il senso di colpa.
Il lutto è un'esperienza centrale della nostra condizione umana.
Nessuno se ne può sottrarre, se non smettendo di amare. Il paradosso è infatti questo: per non soffrire non dovremmo più amare, ma così facendo perderemmo la nostra stessa umanità. Per non soffrire una madre, un padre, non dovrebbero legarsi ai loro bambini, una innamorata al suo partner, i figli ormai adulti dovrebbero, (e oggi spesso lo fanno),dovrebbero distaccarsi anzitempo dagli anziani genitori. La morte è però come sappiamo ineludibile: nascere e finire è ciò che caratterizza tutto ciò che è umano.
Quando ci si trova di fronte a una persona che soffre, disperata per il distacco, è fondamentale rispettare i suoi tempi. Non premere perchè si riprenda subito. Il primo passo è farle sentire che sotto a quella disperazione c'è l'amore, la sua capacità stessa di amare. Se ora soffre è perchè in passato si è data la possibilità di amare.
Vivere la vita pienamente come esseri umani significa dunque accettare la sofferenza del distacco e dirsi: anche se ora sto soffrendo moltissimo, non dormo, piango, tutto questo è umano, benvenuto questo dolore ha un senso: il lutto infatti non è una condizione psicologica di malattia, ma la nostra stessa condizione esistenziale. per questo ritengo che la pillola per elaborare il lutto sia sbagliata e in fondo inutile.
Tuttavia, sappiamo bene che vi sono lutti dolorosissimi, capaci di portarci a isolarci dagli altri e a dimenticare ogni interesse. La vita diventa grigia, i giorni bui, e la fatica di vivere domina su tutto. In questi momenti, il compito principale di chi ci accompagna è connettere chi soffre alla propria umanità, alla consapevolezza che la persona amata non è perduta, ma vive dentro di lei, parte integrante dei suoi pensieri e dei suoi valori. Come diceva Thich Nhat Hanh (Guarire la mente dopo un lutto, Mondadori) siamo fatti degli altri, delle loro parole e dei loro insegnamenti.
Poi occorre iniziare a fare dei passi nella direzione per uscirne.
Lo psicologo e tanatologo Francesco Campione ( Cfr. il libro Il lutto e i modi dell'amore di Francesco Campione, Armando editore. Cfr anche, dello stesso autore, Lutto e desiderio. teoria e clinica del lutto. Armando editore), ci spiega che, essendo il lutto la fine di un amore, è fondamentale capire che tipo di amore fosse, poiché non ci leghiamo tutti allo stesso modo. Esiste un amore funzionale, tipico di chi ama chi lo fa stare bene e condivide con lui uno stile di vita; in questo caso, l'elaborazione passa anche attraverso il ritrovare nuove persone e abitudini che restituiscano quel benessere. Per alcune persone quindi uscire dalla sofferenza è in parte sostituire.
Diversa è la situazione di chi ama per assimilazione, portando l'altro profondamente dentro di sé. Queste persone soffrono di più perché sentono la morte "dentro" e per loro non esiste sostituzione possibile se prima non avviene una lenta rielaborazione della presenza interna dell'amato. Per queste persone la persona scomparsa era un punto di riferimento per la comprensione dell'esistenza. E ora che si trovano sole, non sanno come decifrare i tanti fatti della vita. La loro identità era una diade con l'altro, che fosse un partner, un amico, un genitore. In qesto caso si tratta di mettere in atto anche un processo di maturazione e individuazione. vi sono poi persone che pur amando moltissimo il loro partner avevano con lui una relazione "superiore". L'unione non era basata sul bisogno e non era neppure un interiorizzazione. Ma si sentivano in cammino verso l'altro senza raggiungerlo mai. Questa dimensione che è la più compiuta e matura, lascia pur nei momenti di maggiore sofferenza una persona più integra e le sue forze restano vive. Per lei il lutto verrà elaborato portando avanti i valori per cui l'altro aveva vissuto o continando il progetto comune.
Il percorso naturale del lutto può però arrestarsi di fronte a ostacoli psichici che ne bloccano l'evoluzione, in tutto o in parte, come la rabbia e il senso di colpa.
Entrambi complicano il lutto perchè producono ambivalenza. Prendiamo il primo: si è furiosi perché l'altro ci ha lasciati soli, o per conti rimasti in sospeso e ferite mai riparate. Consideriamo il caso di un uomo che perde il padre con cui ha sempre avuto un rapporto conflittuale. In vita, secondo lui, il padre aveva sempre preferito il fratello minore, lasciandolo in una costante ricerca di approvazione mai arrivata. Alla morte del genitore, l'uomo resta incastrato in una rabbia sorda: odia il padre per quell'ingiustizia ormai insanabile, ma si sente in colpa per questo odio. Questa rabbia "tossica" impedisce il congedo, perché l'uomo continua a lottare con un fantasma che non può più rispondere.
Ancora più insidioso è il senso di colpa, che va distinto dalla colpa reale. La colpa è un fatto oggettivo, che si espia pagando il "conto", mentre il senso di colpa è un prodotto della mente che rimugina su errori passati. È il caso della madre che si tortura per aver prestato l'auto al figlio coinvolto in un incidente: "Se non lo avessi fatto...se non lo avessi fatto, è colpa mia". Un esempio emblematico è quello che ho seguito personalmente di una donna, Maria, che era rimasta vedova; qualche tempo dopo il figlio le aveva chiesto se era disponibile a trasferirsi a casa sua perchè stava per nascere il secondo figlio. Il figlio e la nuora avevano bisogno del suo aiuto. Maria, dopo averci pensato a lungo aveva rifiutato pur assicurando tutto l'aiuto possibile, ma durante il giorno. Non perchè non voleva dare aiuto, ma temeva che vivendo a stretto contatto con la nuora e il figlio avrebbe potuto interferire con la loro vita, creare loro problemi. E non si sarebbe mai perdonata.
Ma pochi mesi dopo il figlio era stato colpito da una leucemia fulminante.
Maria perdeva in due anni il marito e l'unico figlio. Una cosa insopportabile, ma il dolore era acuito da un fortissimo senso di colpa per non aver accettato di trasferirsi da lui. Chiesi a Maria di tornare mentalmente al prima, al momento della scelta, a quando non immaginava che il figlio potesse morire. E lei rispose di aver agito in perfetta buona fede, che se fosse tornata indietro, senza conoscere il futuro, avrebbe preso la stessa decisione. Solo allora Maria è riuscita a perdonarsi e ad avvicinarsi alla nuora per guarire il loro rapporto e a dare il suo amore a lei e ai due bambini.
Per aiutare a sciogliere il dolore del lutto, la clinica moderna offre strumenti tecnici efficaci . L'EMDR, ad esempio, è straordinario per i lutti traumatici poiché aiuta il cervello a rielaborare l'immagine della perdita, depotenziando il carico emotivo che tiene bloccata la persona. Parallelamente, i metodi di elaborazione simbolica utilizzano il rito e il simbolo per comunicare con chi non c'è più. Scrivere lettere o creare rituali di congedo permette di dare voce a ciò che è rimasto inespresso, rendendo il distacco meno astratto. Vi sono anche tecniche elaborate nel campo della PNL che sono efficaci strumenti che aiutano a riprendersi.
Affrontare il lutto non significa dunque dimenticare, ma trasformare. Che si tratti di elaborare una rabbia antica o di sciogliere un senso di colpa paralizzante, l'obiettivo è trasformare un'assenza che distrugge in una presenza interna che sostiene. Elaborare il lutto è l'ultimo, faticoso atto d'amore che possiamo compiere per noi stessi e per chi abbiamo perduto, permettendo alla vita di rifiorire nonostante la ferita.
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