Il labirinto del Perfezionismo

Fare le cose per bene oppure impantanarsi in una incessante ed estenuante ricerca di risultati tanto elevati da diventare irraggiungibili?

24 AGO 2018 · Tempo di lettura: min.

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Il labirinto del Perfezionismo

di Maria Staiano

La linea che separa la sana aspirazione a migliorarsi e al successo, dalla necessità vitale di prestazioni perfette, eccellenti e ineccepibili (fonte invece di estrema sofferenza) non è poi così sottile. Stiamo parlando in effetti di quella distinzione tra la dimensione normale e patologica di quello che in psicologia viene definito "Perfezionismo".

Cominciamo col descrivere che cos`è.

Il perfezionismo riflette un'estrema ed eccessiva attitudine ad esigere da sé stessi e/o dagli altri prestazioni di qualità eccelsa, spesso superiore a quanto effettivamente richiesto dalla situazione. Questa attitudine si accompagna costantemente ad un atteggiamento di ipercritica verso sé stessi e verso gli altri, unitamente ad un impellente e costante bisogno di fare sempre meglio, di ottimizzare sempre di più la prestazione (Frost R.O. e al., 1990; Bastiani A. e al., 1995; Hamacheck 1978).

Il perfezionista patologico non giudica mai il risultato come ben realizzato, ma riesce ad individuare sempre l'aspetto che sarebbe potuto riuscire meglio, grazie alla sua costante autocritica e senso di inefficacia (Sassaroli S. e al., 2007). I suoi standard personali sono elevati e talvolta irrealistici, richiedendo, spesso invano, l'investimento di notevoli energie per raggiungerli. Viene utilizzata l'espressione "invano" perché per il perfezionista, nonostante abbia impiegato una notevole quantità di tempo e di risorse per l'esecuzione di un lavoro "fatto come si deve", la vera tragedia è che poi non riesce ad essere soddisfatto del risultato finale restando con la sensazione di "poter fare di più o fare meglio", col rischio di non portare a termine i lavori iniziati.

La sua attenzione è indirizzata in maniera esclusiva agli errori, interpretati come indicatori di fallimento, premonitori di perdita di stima da parte degli altri. Così non sorprende che il perfezionista, durante le sue attività, anziché provare il piacere di fare e di esprimersi, avverta uno stato di alta tensione, questo a causa delle elevatissime aspettative riposte, ma anche del dubbio inerente la propria capacità di portarle a termine senza errori. Il timore di commettere errori è tale da indurre la persona ad evitare situazioni in cui ha paura di risultare insufficiente, inadeguata e non all'altezza, preferendo evitare il tanto temuto fallimento piuttosto che tentare. In questo modo, la procrastinazione diventa una via di fuga, ossia un modo per non mettere in discussione il proprio valore personale, fortemente ancorato ai risultati che riesce ad ottenere. Se non è sicuro del completo successo, il perfezionista, che non considera neppure la possibilità di un risultato medio, sente un forte disagio che gestisce col tentativo di nascondere a sé stesso le proprie imperfezioni, ritrovandosi così a rimandare il compito tanto temuto a favore di attività ritenute meno pericolose per la propria autostima. Oltre alle critiche personali, il perfezionista è prigioniero del timore delle critiche degli altri significativi, convinto che questi nutrano elevate aspettative nei suoi confronti e che la stima che hanno di lui sia legata ai risultati che riesce ad ottenere.

Alcuni autori nel definire il perfezionismo pongono l'accento sulla dipendenza della valutazione di sé stessi dal perseguimento di standard personali molto elevati che la persona si auto-impone in almeno un'area della propria vita particolarmente importante, nonostante le conseguenti condizioni di malessere (Shafran e al., 2002).

In sostanza, l'aspetto cruciale che delimita il perfezionismo patologico dalla sana ambizione e aspirazione al successo sembra essere il modo in cui vengono presi gli errori insieme al timore della critica altrui. Nel caso del perfezionista che si tiene nei limiti della normalità, l'errore viene vissuto come un'opportunità di crescita e il giudizio dell'altro non viene vissuto come una spada di Damocle sul proprio capo. Di contro, invece, il perfezionista patologico ha una visione degli errori come qualcosa di inaccettabile e da evitare a tutti i costi: dall'esito della performance dipende la propria autostima, con la ferma convinzione che per ottenere l'approvazione degli altri sia necessario dimostrare costantemente il raggiungimento di obiettivi sempre più elevati. La "salutare ricerca di eccellere", come la chiama Burns (1980), è promotrice di un funzionamento psicologico sano perché fa sì che la persona misuri le proprie capacità con obiettivi sempre diversi, senza che la propria autostima subisca gravi oscillazioni. In altre parole, il perfezionista sano è capace in caso di insuccesso di ridefinire i propri obiettivi e i propri scopi, mentre per il perfezionista patologico, l'insuccesso corrisponde a fallimento e ad autosvalutazione, rinforzando gli aspetti di autocritica (Egan S.J., Shafran R. e al., 2014).

Quando il perfezionismo va ben al di là della sana spinta a fare di più, esso finisce con lo svolgere un ruolo determinante in problematiche di una certa rilevanza clinica. Parliamo di depressione, ansia sociale, fobia sociale, disturbo ossessivo compulsivo, vissuti di rabbia e aggressività, difficoltà relazionali, ossessioni e compulsioni, comportamenti alimentari disfunzionali, ma anche problematiche in ambito lavorativo come la dipendenza da lavoro e burnout. Il perfezionismo nel campo lavorativo si declina in una serie di imperativi e di doveri per cui la persona si dedica in maniera eccessiva al lavoro, trascurando altre attività distensive e piacevoli. Inoltre, un'estrema riluttanza a delegare compiti e a lavorare in gruppo condanna l'individuo ad oberarsi di lavoro e a sentirsi facilmente arrabbiato per l'ingiustizia percepita di non ricevere dagli altri la collaborazione necessaria. Alcuni studi hanno riscontrato che i perfezionisti hanno una maggiore probabilità di diventare dipendenti dal lavoro e di andare incontro a burnout (Taris, 2010).

Appare palese a questo punto che il perfezionismo ha dei costi considerevoli per la persona. Per esempio, come si fa a stabilire in determinate aree, come per esempio quello della forma fisica, quando si raggiunge la perfezione? Una volta raggiunto un determinato traguardo, ce ne saranno subito degli altri, con una continua frustrazione per la sensazione di non riuscire a raggiungere l'agognata perfezione. Inoltre, prendiamo in considerazione la focalizzazione del perfezionista su obiettivi elevati: questo fa sì che egli non investa il suo impegno in altre attività o scopi, con il risultato finale di coartare i suoi interessi, così come gli ambiti importanti della propria vita. Inoltre, aspetto non di poca rilevanza è l'impatto che il perfezionismo ha sulle relazioni sociali, messe in discussione dagli atteggiamenti del perfezionista, sostanzialmente rigidi ed esigenti, che fanno sì che egli risulti arrogante, distaccato, freddo, troppo razionale e artificioso, col rischio di tenere gli altri ad una certa distanza.

In conclusione, appare evidente quanto sia difficile la vita per chi ha comportamenti come quelli descritti, ma soprattutto quanto serie siano le conseguenze ad essi legate. Pertanto, per coloro che nel leggere questo articolo si sono riconosciuti in questi comportamenti può essere utile (oltreché opportuno) rivolgersi a figure professionali che possano definire e comprendere bene il problema, mettendo a punto un intervento mirato per uscire dal labirinto senza via d'uscita che il perfezionismo crea.

La ricerca sul trattamento del perfezionismo che si è concentrata sulla Terapia Cognitivo-Comportamentale, ha evidenziato che il trattamento è efficace nel determinare miglioramenti clinicamente significativi nei livelli di perfezionismo nel 75% dei soggetti con diagnosi di disturbo d'ansia e depressione (Shafran et al., 2016).

Riferimenti Bibliografici

Bastiani, A. M., Rao, R., Weltzin, T., & Kaye, W. H. (1995) Perfectionism in anorexia nervosa. International Journal of Eating Disorders, 17, 147-152.

Burns D.D. (1980). The perfectionist's script for self-defeat. Psychology Today, 34-51.

Egan, S.J., Wade T.D., Shafran R. & Antony M.M. (2014). Cognitive Behavioral Treatment of Perfectionism. Guilford Press

Frost, R. O., Marten, P., Lahart, C. e Rosenblate, R. (1990). The dimension of perfectionism. Cognitive Therapy and Research, 14, 449-468.

Hamacheck, D. E. (1978). Psychodynamics of normal and neurotic perfectionism, Psychology, 15, 27-33.

Sassaroli S., Bertelli S., Boccalari L., Sangiorgi E., Giovini M., Lamela C., Rebecchi D., Scarone S., Vinai P., Ruggiero G. M. (2007). "Contenuti metacognitivi dei disturbi alimentari e interazione con il perfezionismo, la bassa autostima e il rimuginio". Cognitivismo clinico, 4, 1, p. 34-36.

Shafran R., Cooper Z. & Fairburn C.G. (2002). Clinical perfectionism: a cognitive-behavioural analysis. Behaviour Research and Therapy, 40, 773-791.

Shafran R., Coughtrey A. & Kothari R. (2016). Nuove frontiere nel trattamento del perfezionismo. International Journal of Cognitive Therapy, 9(2), 156-170, 2016

Taris T. V., Ilona van Beek & Wilmar B. Schaufeli (2010). Why do perfectionists have a higher burnout risk than others? The mediational effect of workaholism. Romanian Journal of Applied Psychology 2010, Vol.12, No.1, 1-7.

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Scritto da

Studi Cognitivi Casertani

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