Il grande equivoco intorno alla rabbia

Non passa giorno in cui non mi trovi - nella mia vita professionale e in quella civile - a fare i conti con un problema che riguarda i pregiudizi intorno all'aggressività nella vita di tutti

19 MAR 2015 · Tempo di lettura: min.

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Il grande equivoco intorno alla rabbia

Non passa giorno in cui non mi trovi - nella mia vita professionale e in quella civile - a fare i conti con un problema che riguarda i pregiudizi intorno all'aggressività nella vita di tutti noi.

Penso che la cultura cattolica con la quale tutti siamo stati educati abbia portato un notevole contributo a confondere le idee delle persone a questo proposito.

Per fare un esempio basti pensare al biblico 'porgi l'altra guancia' contrapposto al recente 'se tocchi mia madre ti dò un pugno' di Papa Francesco, ma se richiesto torneremo nello specifico in seguito ad eventuali domande.

Rimaniamo sulla difficoltà così diffusa di misurarsi con la propria rabbia, e, per facilitare la definizione di ciò che intendo, esporrò alcune considerazioni messe a fuoco nel corso degli anni.

Una prima considerazione è di tipo linguistico

In italiano uso la parola 'sono arrabbiato', sia per comunicare che provo rabbia dentro di me, che per dire che ho espresso quella rabbia nei confronti di qualcuno. Ciò significa che nella nostra cultura la distinzione fra la rabbia provata e quella espressa è argomento così poco frequentato, vicino e consapevole che non si è sentito il bisogno - nel tempo - di coniare parole e modi di dire che restituissero la differenza fra provare un sentimento ed esprimerlo. In realtà c'è una differenza enorme, tale da cambiare le vite o da fare la differenza fra la salute e la malattia, fra il capirsi e non capirsi, fra l'intimità e l'indifferenza in una relazione umana o familiare. In questo senso siamo tutti un po' vittima di un pregiudizio negativo nei confronti della rabbia come foriera di guai, separazioni, conflitti, incapaci di vederne la vitalità e le enormi potenzialità in seno alle relazioni, d'amore e non.

Spesso infatti, molti di noi si confrontano con i propri sentimenti con difficoltà e dato che questi sono le più ricche fonti di informazione nelle relazioni umane, rischiamo di lasciare il nostro interlocutore senza un vero riscontro di quanto proviamo e dobbiamo fargli sapere. Ciò mi porta a rimarcare che stiamo parlando dell'aggressività ma che questa difficoltà espressiva e comunicativa, questa inibizione, si accompagna spesso ad un quadro più ampio di difficoltà espressiva dei sentimenti in genere.

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La competenza emotiva

Ma come si insegna, si trasmette, la competenza a trattare i propri sentimenti?

Le modalità principali sono riconducibili a ciò che potremmo chiamare 'per contagio' e 'con supporti'.

La prima modalità è l'insegnamento che diamo tutti i giorni col nostro esempio, vivendo la relazione con chi deve imparare a stare nel mondo e lo fa apprendendo i nostri modi. I bambini e i ragazzi imparano in fretta e imparano principalmente da noi, dalla lingua in giù, ricordando che oltre alla lingua parlata c'è quella dei gesti, delle espressioni facciali ecc che sono tutte espressioni culturali, quindi apprese dall'ambiente.

Per modalità 'con supporti' intendo la possibilità di usare tutto ciò che è culturale ed editoriale - un film, un cartone,una canzone, un libro, un racconto di un episodio della nostra vita - per parlare di sentimenti ed emozioni. Questi supporti sono molto utili se scelti e usati bene, perché permettono di migliorare la competenza a riconoscere e nominare, e perché consentono una identificazione e una condivisione dell'esperienza emotiva con l'adulto competente. Se mentre vediamo un film con un bimbo o un ragazzo commentiamo il momento emotivo nominando il sentimento in gioco ("piange perché è triste dopo che l'amico se ne è andato...") lo aiutiamo a dare un nome - tristezza - a quella cosa che proviamo nell'anima in certe occasioni. Inoltre il bambino in questione potrà vedere che sia il genitore che il protagonista del film condividono con lui il sentimento di tristezza che prova seguendo il film, cioè scopre che anche gli altri provano ciò che prova lui. Così, col tempo, possiamo fare per tutti i sentimenti, a seconda delle emozioni che le storie ci offrono di volta in volta.

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Infatti chi sente di essere respinto perché ha espresso qualcosa, nel tempo sarà inconsciamente portato ad avere paura di ciò che prova e quindi a tenerlo dentro, depotenziando le sue capacità e qualità di relazione e comunicazione.

Aggressività e violenza sono la stessa cosa? Che differenza c'è?

Spesso nel comune sentire si confonde la violenza con l'aggressività, i due termini però non sono affatto intercambiabili ma indicano due diverse condizioni. Si può essere aggressivi e violenti, ma si può anche essere soltanto aggressivi e non violenti. L'individuo che può permettersi di essere aggressivo ma non per questo violento è una persona che controlla i propri impulsi e ricorre alla violenza solo se costretto, in casi estremi. È un individuo che non ha paura della propria aggressività ed è capace di riconoscerla dentro di se e di trasformarla a seconda del contesto e delle circostanze in modo mirato e adeguato in ironia, sarcasmo, determinazione, concentrazione ecc

La violenza può essere definita come un atto contro l'altro con l'intenzione di provocare una grave sofferenza e/o una ferita sproporzionata con gli eventi in gioco. L'aggressività, invece, è un impulso spontaneo e reattivo, una manifestazione della forza vitale e della capacità di difendersi. Può trasformarsi in violenza oppure in grinta, in determinazione. C'è un'aggressività sana, creativa, appassionata, che consente di fare le cose, di fronteggiare le situazioni, di sentirsi vivi e partecipi.

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Perché insistiamo tanto sulla competenza a riconoscere, esprimere e veicolare i sentimenti, rabbia compresa? Perché la letteratura scientifica e la clinica, oltre ad una più banale osservazione quotidiana del mondo ci dicono che se una persona - in particolar modo una persona che cerca un suo stile, una sua identità come nel caso di un adolescente - non ha sufficiente dimestichezza nell'uso adeguato delle emozioni, queste prenderanno strade impreviste e pericolose portando a disturbi del comportamento con quadri che vanno dall'anoressia alla bulimia, dagli atti vandalici al bullismo, dalla tossicodipendenza al suicidio e t. s. e molto altro ancora.

*Scritto in occasione del secondo incontro del ciclo "Cosa fanno gli adolescenti oggi?" presso il Centro Clinico San Decenzio di Pesaro svoltosi il 10 marzo 2015.


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