Il Gaslighting: violenza psicologica e relazioni perverse

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La violenza psicologica intacca giorno per giorno ogni certezza e ogni sicurezza della persona che la subisce. È un tipo di violenza subdola e sottile, difficilmente riconoscibile.

2 nov 2016 · Tempo di lettura: min.
Il Gaslighting: violenza psicologica e relazioni perverse

Esistono varie forme di violenza ma nella maggior parte dei casi i segni e le ferite risultano visibili ed evidenti, in altri invece assistiamo ad un tipo di violenza più subdola e sottile, difficilmente riconoscibile, che tende a minare aspetti più profondi della psiche delle persone vittime, si tratta di violenza psicologica che intacca giorno per giorno ogni certezza e ogni sicurezza della persona che la subisce.

Il "gaslighting" è inquadrabile in questo tipo di violenza ed è un comportamento altamente manipolatorio messo in atto da una persona abusante perché la sua vittima arrivi a dubitare della propria sanità mentale, del proprio esame di realtà e quindi della capacità di giudizio, a mettere in discussione le proprie percezioni e valutazioni, a sentirsi dipendente e confusa, fino a convincersi di essere o di stare per diventare pazza. È una forma di manipolazione psicologica che rientra nel processo di brainwashing (lavaggio del cervello) che alcune persone usano per fiaccare le energie mentali e fisiche delle loro vittime.

Il gaslighting è dunque un abuso psicologico di cui la vittima difficilmente acquisisce consapevolezza e che, seppure tenda a manifestarsi prevalentemente nei rapporti di coppia, può svilupparsi anche in ambiti diversi quali quello familiare, lavorativo oppure amicale e pare non conoscere distinzioni di classe sociale e livello culturale.

Il termine "gaslighting" deriva dal titolo del film "Gaslight" del regista americano Georg Cukor con Ingrid Bergman e Charles Boyer. Nel film un uomo persuade la giovane moglie ad abitare nella vecchia casa dove è cresciuta e dove fu assassinata (da lui, naturalmente) sua zia e, con una diabolica strategia psicologica, alterando le luci delle lampade a gas della casa la spinge sull'orlo della pazzia.

L'obiettivo del gaslighter è quello di privare la vittima dell'autonomia del suo Io, della sua autostima e della sua competenza decisionale, riducendola ad una condizione di dipendenza sia fisica che psicologica, esercitando e mantenendo su di essa controllo e potere. Invia dunque messaggi di svalutazione ancor di più pesanti se pronunciati alla presenza di altre persone come fosse una pubblica umiliazione. Il gaslighter sa come ferire, e prova godimento dagli effetti del suo comportamento.

Lo stato di soggezione psicologica in cui arriva a trovarsi imprigionata la vittima alimenta a sua volta, in una circolarità perversa, l'esigenza di rinforzare il suo legame con il carnefice, il più delle volte significativamente idealizzato e percepito come potente e sicuro, a fronte della propria vulnerabilità e insicurezza, alimentando così la spirale di dipendenza e ponendo le basi per la prosecuzione del comportamento manipolativo.

Questo comportamento è dunque molto frequente nei casi di relazioni patologiche e di dipendenza affettiva, e attraversa un processo di manipolazione che si dispiega in varie fasi.

  • Una prima fase è caratterizzata dalla distorsione della comunicazione: il gaslighter inizia ad utilizzare la relazione per creare confusione nella vittima, per veicolare informazioni tendenziose che introducono il dubbio nella mente della vittima. Questa distorsione comunicativa ha lo scopo di usare la vittima, di manipolarla, di gettarla in confusione.
  • Nella seconda fase, anche detta dell'incredulità, la vittima non crede a quello che accade, né a ciò che vorrebbe farle credere il suo "carnefice": è totalmente confusa e non riesce ancora a mettere a fuoco quello che le sta accadendo.
  • Nella terza fase, quella della difesa: la vittima inizia a difendersi con rabbia vuole fare chiarezza e si attacca disperatamente alla realtà cercando di convincere il gaslighter che ciò che lui dice non è vero.
  • L'ultima fase è quella della depressione e rappresenta lo stadio della resa: la vittima ha raggiunto la convinzione di essere "sbagliata" e accetta passivamente la realtà che le viene comunicata dal suo torturatore come l'unica vera e possibile, sprofondando in balia di vissuti di insicurezza, autosvalutazione e dipendenza. È in questa fase che interviene la cronicizzazione, la perversione relazionale raggiunge l'apice, la vittima si convince della ragione e anche della bontà del manipolatore che, spesso, viene anche idealizzato. La vittima diventa così dipendente dal suo aguzzino tanto da isolarsi anche a livello sociale.

La psicologa Martha Stout (2005) sostiene che i sociopatici usano frequentemente tattiche di gaslighting. I sociopatici trasgrediscono coerentemente leggi e convenzioni sociali, sfruttano gli altri, ma sono anche tipicamente bugiardi credibili che negano coerentemente ogni misfatto. Così, alcune vittime di sociopatici possono dubitare della propria percezione. Jacobson e Gottman (1998) riferiscono che alcuni mariti violenti potrebbero usare il gaslighting sulle proprie mogli, anche negando fermamente di aver commesso atti di violenza.

Gli psicologi Gass e Nichols (1988) usano il termine gaslighting per descrivere una dinamica osservata fra coniugi in alcuni casi di adulterio.

Alcuni autori (Hirigoyen, 2000 Fililippini, 2005) ritengono che in certe forme di comportamenti abusanti e maltrattanti, il perpetratore presenti il profilo di un "perverso narcisista". Eiguer (1989) definisce il perverso narcisista come "colui che influenzato dal suo Io grandioso, cerca di stabilire un legame con un altro individuo attaccandosi in particolar modo alla sua integrità narcisistica per disarmarlo". I perversi narcisistici attaccano la fiducia, l'autostima dell'altro, rafforzando in qualche modo la convinzione che il legame di dipendenza che l'altro ha nei loro confronti sia insostituibile.

L'essenza della perversione come modo di relazione consiste nel trasformare la relazione con l'altro in relazione di potere, nel disconoscere i diritti dell'altro, nell'usarlo a proprio piacere, nel corrompere la relazione per ottenere il controllo ed esercitare su di essa il proprio dominio (Guerrini Degl'Innocenti, 2011).

Esistono tre tipologie di gaslighter:

1) il bravo ragazzo che sembra avere a cuore solo il bene della vittima ma in realtà antepone ad ogni altra cosa le proprie necessità. È sempre attento ad anteporre i propri bisogni, il proprio tornaconto personale a quello della vittima, anche se riesce a dare un'impressione opposta. Il suo risulta essere un controllo premuroso finalizzato a creare quella permeabilità che consente al gaslighter di conquistare il possesso della mente della vittima convincendola che solo lui ha ragione e solo lui conosce veramente ciò di cui lei ha bisogno;

2) l'adulatore che utilizza tutte le sue doti seduttive per influenzare e, infine, imporre il proprio ascendente sulla vittima. Si tratta di una seduzione patologica, a senso unico, con cui il soggetto cerca di esercitare fascino senza lasciarsi coinvolgere, per impossessarsi della mente della vittima e manipolarla a proprio piacimento. Lusinga il suo strumento manipolativo principale, per indurre la vittima alla vicinanza emotiva e alla totale fiducia: la vittima rimane preda dell'incanto del gaslighter, il quale non fa che sottolineare quanto lei sia superiore agli altri per cultura, bellezza, capacità e via dicendo.

«Chi seduce distoglie dalla realtà, agisce di sorpresa, di nascosto […] allo scopo di qualcuno che lo ammiri, che gli rinvii una buona immagine di sé. Una seduzione perversa a senso unico[…] con cui il perverso narcisista cerca di esercitare fascino senza lasciarsi coinvolgere» (Hirigoyen, 2000);

3) l'intimidatore che utilizza il rimprovero continuo, il sarcasmo, l'aggressività diretta attaccando la vittima con continue critiche e svalutazioni.

Dal momento che raramente è possibile dare una definizione univoca di tipologia psicologica, può capitare che il manipolatore presenti in diversi momenti i differenti aspetti sopra citati, magari presentandosi nelle vesti di un adulatore in una fase iniziale della relazione per conquistare la vittima e convincerla dei propri sentimenti, per passare poi a quelle del bravo ragazzo, mostrandosi attento e premuroso e indossare infine quelle dell'intimidatore, quando ormai la vittima ha perso la lucidità necessaria al riconoscimento della realtà.

Il gaslighting è una forma di violenza che nasce, nella maggior parte dei casi, all'interno di relazioni intime. In un'ottica sistemica, che sottolinea l'importanza delle interazioni tra le persone, piuttosto che le singole caratteristiche individuali, il circuito perverso in cui si concretizza questa forma di subdola violenza è il frutto dell'intreccio sia di fattori legati alla personalità, sia di elementi comunicativi provenienti da entrambe le parti, che contribuiscono a forgiare e a dare un significato particolare a quella specifica relazione. Tuttavia, così come per essere gaslighter occorrono alcune caratteristiche particolari di personalità, spesso anche chi cade nella rete di questa violenza psicologica presenta determinate peculiarità soggettive, che accrescono la sua vulnerabilità e influenzabilità.

Fattori come una scarsa autostima, vissuti di insicurezza e una propensione alla dipendenza costituiscono elementi che possono favorire la caduta ed il mantenimento di situazioni di violenza psicologica, specie se la vittima ha subito esperienze pregresse di maltrattamento e abuso. In questi casi è più probabile che possa realizzarsi quell'epilogo apparentemente paradossale per cui, spogliata delle sue residue capacità di resistenza e completamente alla mercé del suo aguzzino, la vittima lo riconosce come unico sostegno e fonte di protezione, rinforzando sempre di più le maglie della sua catena psicologica.

Il gaslighting può essere quindi considerato una perversione relazionale basata sulla manipolazione psicologica, nella quale si realizza un incastro tra la personalità del gaslighter e i punti deboli della sua vittima.

Dal punto di vista giuridico è possibile considerare il gaslighting una vera e propria forma di abuso psicologico in quanto il tipo di comportamento messo in atto è un sistematico attentato volto a corrodere la realtà della vittima, negando fatti, eventi e cose dette al punto da mettere in serio pericolo il benessere emotivo e psicologico di quest'ultima. Le Linee guida per l'accertamento e la valutazione psicologico-giuridica del danno biologico-psichico e del danno da pregiudizio esistenziale dell'Ordine degli Psicologi del Lazio del 2009 indicano, infatti, il gaslighting fra le condotte in grado di determinare un danno psichico-esistenziale a colui che lo subisce.

Sul piano giuridico il gaslighting non è direttamente riconosciuto come reato, ma nelle azioni del gaslighter si rilevano i reati previsti nell'art 570 del c.p. come "Violazione degli obblighi di assistenza familiare" e nell' art 572 del c. p. "Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli", forme di violenza morale e psicologica, come il gaslighting, trovano difatti spazio in entrambi gli articoli (Salvadori, 2010).

Il gaslighting è suscettibile, inoltre, di rientrare nella nozione di atti persecutori così come definita dall'art. 612 del c.p., anche se sarà necessario valutare, caso per caso,

«l'attitudine qualitativa e quantitativa dei singoli atti lesivi a integrare il concetto di molestia nel senso che, ad esempio, in un piano criminale sistematico attuato mediante atti reiterati tesi a minare la salute psicologica della vittima, il semplice gesto di spostare un quadro-che considerato singolarmente potrebbe apparire del tutto inoffensivo-è in grado di diventare, valutato in una visione d'insieme, l'atto finale di una serie di gravi molestie, diventando esso stesso molestia ed ingenerando gravi conseguenze dannose sulla salute psicofisica della vittima» (Orlando, 2010).

Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto, più spesso la richiesta di aiuto o la capacità di far "aprire gli occhi" alla vittima arriva da chi le sta intorno, altri familiari, amici o colleghi.

È importante rompere l'isolamento della vittima ed interrompere le dinamiche violente. È allora che può e deve iniziare il percorso di ricostruzione dell' identità, della fiducia e del senso di sé che porta la vittima a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa.

Scritto da

Dott.ssa Carmen Capria

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Commenti 3
  • Chiara Bonfatti

    Io ho vissuto per circa una decina d'anni una relazione di coppia, della durata totale di 15 anni, in cui il mio ex è stato il mio "gaslightet". Io avevo 25 anni, ero una bella ragazza mediterranea e lui un bel ragazzo di 29. Un po' fissato col suo corpo e quindi fissato con la palestra (dove ci conoscemmo). Si è presentato come un ragazzo serio, lavoratore, onesto, leale, fedele. I primi anni sono andati bene: entrambi innamorati, appassionati e lui mi faceva molti complimenti. Ogni tanto qualche critica, soprattutto sul mio aspetto esteriore: "hai i capelli sottili e quando è umido perdono un po' la piega, hai un bel corpo ma...con i tuoi fianchi mediterranei sei giunonica, certo non sei magra, dovrai sempre fare attività fisica se no ti sfascerai, hai la cellulite peccato...Sei perfetta di sopra ma di sotto quella cellulite è proprio un peccato...". Poi le critiche sono diventate sempre di più, sempre più offensive anche sulla mia intelligenza (ho due lauree, lui nemmeno una ed è un ignorante...Ma io lo amavo lo stesso), sul mio lavoro. Negli ultimi anni ho fatto un radicale cambio di look e mi tagliai i capelli. Tutti mi dicevano che ero bella, affascinante, più particolare e lui invece mi diceva che gli facevo schifo, che sembravo un uomo e se provavo ad abbracciarlo mi allontanava dicendomi "bleah mi fai schifo!". Lui diceva queste cose sempre ridendo e facendo il serio allo stesso tempo. E mi confondeva terribilmente. Io sono sempre stata insicura di me, non ho mai avuto molta autostima. Lui invece era un narcisista che mi ha sempre fatto credere di volete un rapporto serio ma nello stesso tempo che non voleva un impegno a tempo indeterminato. Però mi voleva e mi diceva che era fedele e che uno serio come lui non lo avrei più ritrovato. Così siamo stati insieme 25 anni fino a che lui si è stufato, mi ha tradita e mi ha sbattuta fuori di casa. Non ho potuto fare altro che andare via, la casa era la sua e non aveva mai voluto sposarmi. Lui è più di un anno che sta con la tizia (che sapeva tutto di me...!) ed io, dopo qualche mese di affitto, mi sono comprata un appartamentino dove vivo con la mia gatta. Da un anno che faccio psicoterapia, ho superato l'anoressia che mi aveva provocato l'enorme dolore per aver perso lui e sono tornata ad essere bella (credo più bella rispetto a quando stavo con lui) e il problema è che non ho autostima e...ci sto lavorando duramente ma soffro molto perché mi sento sola e ancora provo una tristezza inconsolabile per aver perso la mia vita con lui e spesso mi incolpo di tutto quello che è successo e penso che il mostro della coppia fossi io. Spero di uscire da tutta questa sofferenza e riuscire a costruire prima o poi un rapporto di coppia sano, maturo, coerente e in cui ci sua stima, amore, supporto, comprensione reciproche. Grazie, Chiara.

  • Antonella Guarnieri

    Io mi sono trovata in questa situazione fino a quando una mia amica mi ha aperto gli occhi. Il fatto è che anche se mi sono allontanata da lui, mi chiama, mi viene a trovare a casa, non mi lascia in pace ed è diventato una specie di stalker. E piu gli dico di andarsene e di non cercarmi più, più lui è presente. Io non so più cosa fare. Ho gia fatto i bagagli per andarmene.

  • Maddalena Michelin

    So benissimo di cosa si tratta ed è una violenza psicologia alla pari di una tossicodipendenza. Se ne vuoi uscire e disintossicarti devi per forza farti aiutare e altrettanto difficile è non ricaderci. Nel mio caso poi si trattava di una persona che ho amato moltissimo quindi uscirne è stato doppiamente faticoso.