Il Covid-19 NON è solo una malattia fisica

Un personale e intimo racconto di una donna che ha contratto il covid-19 e che si è auto isolata nel suo appartamento per poter stare vicino alle sue due bambine e suo marito.

1 DIC 2020 · Tempo di lettura: min.

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Il Covid-19 NON è solo una malattia fisica

1. Anna

Ero ad un matrimonio quando conobbi Anna. La conobbi bene perché a fine serata aveva bevuto un bicchiere di troppo e mi raccontò tutta la sua vita appena seppe che di mestiere e vocazione ero psicologa. Me la ricordo felice, con un enorme sorriso in faccia, vuoi per il vino, vuoi per i balli e l'atmosfera festosa o vuoi semplicemente perché era davvero felice. Mi disse a fine serata, quando si erano spente le luci della sala, che il buio le metteva allegria, perché si vedevano le cose che davvero brillavano. Ecco, questa era Anna. Parlo al passato perché quando l'ho contattata per chiederle di parlare e raccontarmi la sua storia per la rivista era stanca e del sorriso non c'era più traccia. Accettò di sentirmi perché mi conservava come un ricordo felice.

2. La scoperta del contagio

A metà marzo, verso il 15, scoprì che era malata. Aveva contratto il virus anche lei. Lei che andava ogni giorno al lavoro con maschera e guanti, lei che disinfettava la spesa, lei che usava disinfettanti e candeggina tutti i giorni in casa per proteggere le sue due bambine, una di 4 e una di 2 anni. Anna è commessa in un piccolo Discount del Livornese. Ama il suo lavoro e parlare con la gente. Si è sposata da poco, quando la sua prima bambina era già in piedi per portarle le fedi all'altare. Se l'era sempre sognato così il suo matrimonio, dice, mentre prova a sorridere ma il costato le fa male per i troppi colpi di tosse. Il 14 Marzo notte si sveglia con i brividi e il ciclo. "Ma si" si disse, "il ciclo mi fa sempre brutti scherzi". Si riaddormenta. La mattina seguente mentre si trucca per andare al banco della macelleria si sente mancare il fiato. La chiama "la fitta fatidica". Da li, è iniziato tutto.

3. La diagnosi

La corsa in ospedale è stata tremenda, racconta. Pensava di soffocare, il marito era irraggiungibile al telefonino, lui lavora in banca e spesso, nelle riunioni importanti, stacca il telefono. Andò sola. Arrivata al piccolo pronto soccorso del suo paese si accorse che era una delle tante, che doveva rispettare una fila di 12 persone prima di lei. Le prese il panico e svenne per terra nella sala d'attesa. Si risvegliò con l'ossigeno, in una stanza con altre 4 persone, tutte con l'ossigeno attaccato. "È l'anticamera della terapia intensiva" mi dice, mentre gesticola come a scacciare i ricordi. "Se esci da li, sei fortunata, altrimenti passi diretta al respiratore, ti intubano e chissà se ti risvegli". Lei ne uscì. Dopo 3 giorni, dopo aver fatto il tampone risultato positivo, dopo aver fatto punture tre volte al giorno di antibiotici e flebo che duravano un'infinità, ne uscì. Era positiva e doveva curarsi a casa, l'ospedale era saturo e lei, doveva tornare a casa.

4. L'isolamento coatto

Anna racconta che ha la fortuna di avere una casa a due piani, che le hanno lasciato i suoi genitori prima di morire. Di sopra ci sono le camere da letto, di sotto, soggiorno e cucina. La portano a casa con l'ambulanza e la lasciano li, davanti al portone azzurro. Le piace l'azzurro, ha sempre voluto una casa con un portone azzurro. Le bimbe mangiano le scale da quanto corrono per andarle incontro e lei non apre. Le dice da dietro la porta che non potevano vedersi, che dovevano salire in casa e che si sarebbero parlate per WhatsApp tra poco. La più piccola scoppia in un pianto disperato, la più grande le dice che non era sua mamma. Anna mi dice che restò li, fuori dalla porta per circa 45 minuti. Non riusciva ad entrare. Aveva sete. "Nonostante io provassi a ragionare, ero sconnessa, non ero io, mi vedevo al di fuori, ero un film e mi stavo guardando".

Riconosco questa descrizione. Me la fece una molto simile una paziente pochi anni fa, quando imparai il termine depersonalizzazione. Un sintomo dissociativo, una difesa che ci fa sentire distaccati dal nostro corpo, come a dire "non sei tu che stai soffrendo così, tranquilla". Poco dopo si riprende ed entra in casa, va al piano di sopra, affannata per le due rampe di scale. Anna ha 35 anni, sportiva, non ha mai fumato e beve solo ai matrimoni. Eppure era esausta. Si addormenta e si sveglia il giorno dopo.

La mattina trova davanti alla porta uno scatolone con molti disegni, molte poesie e alcuni dvd. Chiama le sue bambine al piano di sotto con il padre e parlano per ore. Era felice mentre mi raccontava che parlavano dell'abbonamento a Disney Plus, delle canzoni che avevano imparato e del padre che non sapeva cucinare il pollo. Era felice. Ma subito dopo riapparve quel velo. Quel velo che rendeva tutto grigio, la lascio parlare e mi dice che per 20 giorni circa restò in casa al piano di sopra da sola. Senza poter vedere o toccare le sue bambine. Mi dice che sognava di pettinarle e di fargli tante treccine con le margherite.

5. Il tampone negativo

Finalmente gli fecero il terzo tampone, e finalmente era il terzo di seguito negativo. "Mi sono truccata, mi sono fatta i boccoli e sono scesa giù dalla mia famiglia". Era così piccola quando mi raccontava queste cose. A volte ancora tossiva e ad ogni colpo di tosse si poteva percepire il terrore. "Sai? In Cina una donna che aveva il virus ed era guarita, dopo lo ha ripreso ed ora sta male ancora, che dici, chiedo di fare un altro tampone?". La rassicuravo dicendo che quello era un caso isolato, che aveva fatto ben tre tamponi e tutti erano negativi, che stava bene ed aveva, come c'era da attendersi, gli strascichi di una brutta polmonite.

Allora mi guarda e ride, "devo sembrarti come una delle tue pazienti ipocondriache vero?". Rido anche io. "La notte mi sveglio con attacchi di panico, dormo si e no 4 ore a notte e mai continuative, mi sento una cattiva madre e ho paura di poter uccidere le mie figlie, il Covid non è solo malattia fisica credetemi". Avrei voluto abbracciarla senza pensare al metro di distanza.

"Io e mio marito non facciamo più sesso. Mi sento sporca e mi lavo le mani di continuo". Resto in silenzio e rispetto il fatto che non ha bisogno di una psicologa in quel momento, ma di un'amica. "Non sento più gli odori delle mie bimbe sai? Nemmeno il sapore delle fragole che compro alla Coop, che vita piatta senza sentire odori e sapori", le dico che passerà e mentre stavo per chiedergli quando sarebbe tornata al lavoro Maria, la bambina più piccola, scoppia a piangere. "Appena non mi vede per un po' di tempo impazzisce, scusami ti devo salutare", riaggancia senza nemmeno darmi il tempo di salutarla. La priorità era sua figlia.

6. Conclusioni

Le persone coinvolte in preoccupanti ripercussioni psicologiche in questa storia sono 4. E di contagiata c'era solo una donna. Non voglio fare una rassegna delle probabili e più comuni conseguenze psicologiche in questa storia. È una storia di sofferenza e non voglio etichettarla in nessun modo. Voglio però aprire una breve riflessione.

Le fasi salienti della malattia sono tre: la scoperta dell'infezione, la cura farmacologica per sconfiggere il virus e la guarigione, per i più fortunati. Ogni fase porta con se delle paure, delle angosce e delle necessità di contenimento. In questo momento c'è bisogno della nostra figura professionale più che mai. Dobbiamo farci trovare pronti a saper fronteggiare tutte le possibili difficoltà dei soggetti vittime di questa epidemia. Non sappiamo quali e di che entità possano essere le conseguenze a lungo termine. Ma dobbiamo essere pronti.

* Dottoressa Giulia Zucchini, Psicologa e Neuropsicologa e Psicoterapeuta.

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Scritto da

Zucchini Giulia

Bibliografia

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