Il bisogno incapsulato del bambino autistico

L’autismo in questo articolo viene letto dietro un’ottica relazionale: l’importanza della relazione materna come àncora per un bambino che fatica a “vivere l’altro” accanto a Sè.

19 DIC 2017 · Tempo di lettura: min.

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Il bisogno incapsulato del bambino autistico

In questo articolo il bisogno del bambino autistico è considerato come fosse "incapsulato": la chiusura autistica è come un uovo, prendendo la centenaria metafora di Freud, che ha la possibilità di schiudersi nell'incontro con l'altro perché, in fondo, il soggetto non può bastare a sé stesso.

Tustin descrive il bambino autistico come in uno "stato di attesa"; egli si trova quindi "[..]in uno stato simile a quello di Biancaneve nella bara di vetro, in attesa del principe che la risvegli con il bacio." (Tustin 1986).

Il corpo del bambino autistico è definito da Maiello (2014), un corpo assente in quanto è ritenuto un corpo non vissuto. L'autrice lo definisce un "nobody", così come Tustin (1981), in quanto per il bambino il corpo non diventa un veicolo di sensazioni tattili, olfattive, visive, uditive e di gusto.

La pelle diventa per questi bambini al contempo "inesistente" (Maiello 2014) poiché non funge da confine con il mondo esterno, e "impermeabile", una pelle corazza, che sembra rendere i bambini insensibili al dolore. E' come se si creasse un'immagine di un pieno, che fa parte del mondo interno, e di un vuoto, che genera angosce di annientamento.

Tustin descrive l'autismo come uno stato di "attesa" in cui bambino, addormentato e isolato, aspetta il terapeuta che attraverso il "bacio" e quindi la rêverie possa accogliere quella parte di sensorialità ancora disponibile al cambiamento. Il terapeuta sperimenterà un contro-transfert corporeo intenso, fatto di momenti di solitudine e di sensazioni di esclusione e non esistenza; tutto questo lo aiuterà ad entrare in empatia sensoriale (Cattelan, 2013) con il piccolo paziente. Il controtransfert aiuterà il terapeuta a drammatizzare e mettere in scena le paure e gli stati d'animo del paziente, così da dar voce a vissuti apparentemente rimossi, alleggerire un controtransfert saturo di contenuti arcaici e mostrare al paziente la possibilità di essere un Io Agente nella relazione. Il transfert, in questi bambini, conserva, sotto lo strato gelido di una calotta di ghiaccio, una predisposizione innata alla ricerca di nutrimento. Il bambino nella relazione terapeutica troverà il nutrimento psichico e la rêverie che gli permetterà di elaborare il trauma della separatezza e il lutto di quel qualcosa di concreto e corporeo ritenuto illusoriamente una parte di sé, a cui il bambino ha aderito per "sopravvivere".

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Scritto da

Dott.ssa Sabrina Gambaro

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