Il Bello e la Besta, le due facce dell'abusatore
Una delle prime domande che possono venirci in mente quando veniamo a conoscenza di una situazione di violenza nella coppia è: “perché lei non lo lascia?”
Una delle prime domande che possono venirci in mente quando veniamo a conoscenza di una situazione di violenza nella coppia è: "perché lei non lo lascia?" O, ancora, potremmo chiederci "perché sceglie di stare con un partner violento"?La domanda di fondo è la stessa: "Cosa spinge una donna a rimanere in una relazione d'abuso?" Facciamo un passo indietro e scopriamo la doppia faccia dell'abusatore, del Bello che ancora non si è trasformato in Bestia. E' importante tener presente che all'inizio della relazione il partner non è mai violento, anzi: si mostrerà gentile e accudente, capace di corteggiare, capace di un bel complimento, capace di far sentire speciale o importante quella donna.
Infatti, nessuna vittima di violenza riporterà un episodio di rabbia o di offesa o di maltrattamento del suo partner al primo appuntamento! Sarà solo in modo successivo, spesso subdolo, che il partner mostrerà l'altra metà della sua faccia, quella spaventosa: ma può essere che a quel punto la donna sia già invischiata e prigioniera del "ciclo della violenza": una teoria criminologica sviluppata negli anni Settanta da Lenore Walker (psicologa, educatrice e scrittrice americana), per indicare i tipici pattern di comportamento che si verificano in una relazione d'abuso. Il modello proposto aiuta a comprendere i tre momenti più caratteristici e tipici di queste relazioni di maltrattamento, che si ripetono, appunto, in maniera ciclica. I tre momenti sono: la crescita della tensione, l'aggressione agita (cosiddetta fase dell'"esplosione"), la luna di miele.
Nella fase di crescita della tensione, il partner inizia a mostrare nervosismo e difficoltà nel controllo della sua rabbia. La violenza inizia quindi in modo indiretto tramite ostilità, critiche, sguardi minacciosi, aumento del controllo; magari qualche insulto, con il quale il partner abusatore inizia a sminuire e mortificare la donna: durante questa fase la vittima, intimorita da questo nervosismo e tensione crescente, inizia a percepire il pericolo e cerca in tutti i modi di evitare la violenza. Si illude che adottando certi comportamenti riuscirà a rabbonirlo, ad evitare l'escalation di rabbia; può avvertire la sensazione di "camminare sulle uova", facendo di tutto nel tentativo disperato di provare a calmare il partner.
Purtroppo però, non sarà per lei possibile contenere la furia del partner: perché questa esploderà indipendentemente dai suoi tentativi di rabbonirlo. Questo momento è cruciale perché si costituisca nella donna un senso di impotenza appresa. Da qui si sfocia nella seconda fase: quella dell'esplosione, dell'aggressione vera e propria. In questa fase l'abusatore perde il controllo e agisce la violenza sulla partner; violenza che può essere verbale, economica, psicologica o fisica. A questo punto il partner può urlare, minacciare, rompere o lanciare oggetti: anche questa è una forma di violenza, importante da riconoscere! In questa fase poi -nel momento in cui viene agita la violenza fisica- si può passare da spintoni e schiaffi, a calci, pugni, strangolamenti... Non di rado questa fase culmina con una violenza sessuale; con questo atto finale di sottomissione della donna l'abusatore sottolinea il proprio potere e nello stesso tempo avrà una sensazione di benessere grazie al rilascio di tensione che ne scaturisce.
Questa sensazione positiva potrà creare in lui una dipendenza e quindi è molto probabile che tenderà a ripetere l'abuso sessuale anche successivamente. E' importante sottolineare che questa fase di violenza fisica sarà sempre più pericolosa, e le conseguenze per la vittima saranno ogni volta più gravi, fino al rischio sempre più concreto di un vero e proprio femminicidio. La donna in questa fase non reagisce in quanto si sente del tutto impotente e travolta dalla furia del partner; si sente passiva, fragile, bloccata in una sorta di paralisi traumatica fisica e psichica. Non dimentichiamo che la donna è anche stata indebolita mentalmente perchè umiliata e sminuita dal partner e quindi può aver perso del tutto il suo senso di autoefficacia, di fiducia in sé stessa, di fiducia nelle sue possibilità. Ma non solo, è anche possibile che arrivi a "giustificare" tale comportamento perché si sente in qualche modo responsabile della reazione violenta, può pensare che se solo si fosse comportata in modo diverso questo non sarebbe avvenuto.
Magari lo giustifica pensando di essere stata lei a provocarlo, si racconta che la prossima volta se lei si comporterà diversamente lui non si arrabbierà... Se la donna non riesce a reagire in questa fase difendendosi e interrompendo la relazione, il ciclo dell'abuso continuerà sfociando nella terza fase, ovvero quella della riconciliazione, la cosiddetta "luna di miele": la fase delle scuse, dell'apparente pentimento del partner che promette di cambiare e di "non farlo più". Può quindi arrivare con un regalo, con un mazzo di fiori, può minacciare il suicidio pur di ottenere il perdono e far sì che la donna non lo lasci, ma nello stesso tempo potrebbe anche scaricare parte della responsabilità sulla donna, accusandola di essere stata lei ad aver innescato con il suo comportamento l'escalation di violenza.
La donna che è invischiata in questo ciclo a questo punto quindi potrebbe difendere il suo aggressore cercando delle giustificazioni o assumendosi effettivamente la colpa di quanto accaduto; quindi lo perdonerà, minimizzerà l'aggressione, non sporgerà denuncia, non lo lascerà, nell'illusione che il partner possa davvero cambiare e non commettere più gesti violenti. Come la seconda fase (quella della violenza agita) tende ad aggravarsi per durata ed intensità, peggiorando nel corso del tempo, così la terza fase (quella della luna di miele) sarà sempre più breve. Questa fase terminerà con l'inizio di un nuovo ciclo, non appena la tensione inizierà nuovamente a crescere.
Ecco come il Bello si trasforma in Bestia, e come la donna diventa vittima del suo carnefice rimanendo intrappolata in questo ciclo. Intrappolata nell'illusione che lui possa cambiare, che lei possa avere un controllo sulla situazione, intrappolata dal terrore di rimanere da sola. Il ciclo della violenza è quindi un loop che va interrotto prima di tutto con la consapevolezza di ciò che sta accadendo: se possiamo riconoscere certi segnali, se possiamo riconoscere i meccanismi ricorrenti e tipici che sottendono questo ciclo, possiamo tentare di fermare l'escalation. Bisogna avere il coraggio di avere uno sguardo disincantato, di concentrarci sui dati di realtà, di accettare quanto la realtà appunto sia lontana dalle aspettative e dai sogni inziali.
Tra i segnali da riconoscere però è fondamentale sottolineare che questi non sono solo riconducibili a quelli di natura fisica ma esistono altresì forme di violenza domestica, economica, psicologica; ad esempio, l'esercitare un controllo serrato, che fa vivere la donna in uno stato di tensione e preoccupazione continua. C'è da chiedersi perché certi stereotipi di genere ci facciano accettare alcune forme di coercizione mentale e psicologica da parte dei partner, dei mariti, dei fidanzati. Pensiamo alla limitazione dell'espressione personale, alle svalutazioni, alla denigrazione, che insinuano nella donna il dubbio su quale sia il suo reale valore. Il dubbio su quanto abbia diritto a prendersi il suo posto nel mondo.
Su questa base farraginosa e instabile dell'autostima della donna quindi il partner violento assume rapidamente un controllo totale, isolando sempre di più la sua vittima. C'è poi il tema della violenza economica, che spesso rischia di passare inosservata, a causa di vecchi schemi di natura patriarcale che non ci permettono di vedere con chiarezza la discrepanza di determinate situazioni. Ad esempio, c'è una violenza economica quando il partner impedisce che la compagna possa diventare economicamente indipendente, ovvero impedire o scoraggiare la ricerca di un lavoro. È violenza economica il controllo delle entrate, la gestione individualizzata e centralizzata delle finanze; è una forma di dominio anche riconoscere un mensile ed esercitare un controllo del bilancio familiare, ad esempio impedendo l'accesso alla consultazione o all'utilizzo del conto corrente.
Ricordiamoci comunque che non riconoscere, quindi non fermare il ciclo della violenza può esitare, nell'ipotesi peggiore – ma purtroppo non così infrequente- in un femminicidio. Lo studio del crimine però, al di là di quanti siano i criminali indentificati o identificabili, ha sempre a che fare con il "numero oscuro": ovvero l'insieme dei delitti non denunciati e quindi non pervenuti all'autorità giudiziaria. Questo vale anche per tutto ciò che riguarda la violenza di genere, ovvero consideriamo – ogni qualvolta ci troviamo di fronte a delle statistiche sui dati della violenza, che è come essere davanti alla punta di un iceberg: in realtà c'è un numero sommerso, oscuro appunto, di tutte le violenze che non vengono denunciate. Da queste considerazioni nasce secondo me la necessità di dover diffondere una cultura dell'attenzione, del disincanto, del coraggio. La cultura del "chi tace non acconsente". Perché la donna possa finalmente imparare a prendere -e pretendere- il suo posto nel mondo.
Bibliografia:
The Battered Woman Syndrome, Lenore Walker
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Interessante molto coinvolgente Descrive in modo chiaro e completo ciò di cui purtroppo oggi sentiamo tanto spesso parlare