I pregiudizi sulla psicoanalisi

Le parole vengono usate non tanto come un "chiacchiericcio più o meno amichevole" tra una persona e l'altra, ma come mezzo per accedere dentro le istanze inconsce di ogni essere umano.

19 NOV 2020 · Tempo di lettura: min.

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I pregiudizi sulla psicoanalisi

La psicoanalisi, dice Freud, si serve delle parole. Esse vengono usate non tanto come un "chiacchiericcio più o meno amichevole" tra una persona e l'altra, ma come mezzo per accedere dentro le istanze inconsce di ogni essere umano. Per tale ragione la psicoanalisi viene considerata come una "talking cure": le verbalizzazione di ricordi, immagini, affettivie pensieri possono sciogliere i propri conflitti inconsci.

I detrattori però sono tanti. I pregiudizi degli altri esperti sono tanti, così come quelli dei "possibili pazienti" e dei "non addetti ai lavori".

Ossessione del passato

Uno dei pregiudizi più comuni legati alla psicoanalisi è quello che vede questi psicologi "ossessionati dal passato"; morbosamente curiosi di sapere i rapporti che le persone intrattenevano coi genitori (o chi per loro); lontani dal comprendere che quel che conta sono solo i "problemi del presente" (problemi lavorativi, relazionali, sessuali ecc).

Tuttavia lo psicologo ad orientamento psicoanalitico, non è interessato al "passato oggettivo" e "obbiettivo" ma a come esso sia stato percepito soggettivamente, sentito, vissuto sulla pelle.

Molte volte infatti noi essere umani tendiamo a ripetere, senza alcun grado di consapevolezza, comportamenti che se nel passato potevano essere funzionali e adattativi, nel qui ed ora - altrettanto inconsapevolmente - generano sensazioni spiacevoli, malcontento, sfiducia in sé stessi e in tutte le relazioni che intratteniamo.

Il passato, allora, serve per poterci liberare da queste "ripetizioni distruttive", acquistando un maggior senso di padronanza e autocontrollo nella gestione degli eventi presenti.

È tutta colpa dei genitori!!

Allo stesso modo è opinione diffusa che gli psicologi ad orientamento psicoanalitico, inequivocabilmente ed in ogni caso, diano la colpa ai genitori.

In realtà, non è per nulla così.

Partendo dall'idea, per nulla banale, che non esiste la famiglia perfetta, è necessario considerare che nessuno altro essere animale più del cucciolo d'uomo, per durata e intensità, si trova in uno stato di totale inermità; alla mercé delle cure che gli vengono fornite o meno. La sua "dipendenza assoluta" rende necessario l'altro (che sia la madre e il padre o chi per loro). Per tal motivo, il modo in cui i genitori si rapportano al neonato (attraverso le cure, l'affetto, l'empatia, la tolleranza, la disponibilità) determinerà le sorti dello sviluppo psichico del figlio; il modo in cui percepirà le cose intorno a lui; la qualità delle relazioni che stabilirà, eventuali crisi, conflittualità e stati mentali poco chiari.

L'importanza dei genitori è data dal fatto che essi determinano l'ingresso nel mondo e nella soggettivazione.

Lo psicologo non parla

Un altro pregiudizio, più vivo che mai e tra quelli più fraintesi oggigiorno, è quello che vede lo psicologo ad orientamento psicoanalitico, come silenzioso, troppo taciturno, capace di mormorare apatici e imperturbabili "mmh" o casomai la classicissima delle domande "lei cosa ne pensa?".

La neutralità sottostante a questi "atteggiamenti" dello psicologo viene spesso erroneamente interpretata come "freddezza" o "distanza". Tuttavia sono gli psicoanalisti stessi a ribadire che il professionista che si "estranea" dal campo impersonale della terapia, assumendo un atteggiamento distaccato e non partecipe, riduce la propria capacità di efficacia, la propria funzione d'aiuto.

Inoltre, sono in tanti gli esperti a ribadire di come la soggettività di qualsiasi essere umano (psicologo compreso) sia irriducibile; ragion per cui non può essere eliminata con una maschera di anonimato.

Oggi dunque il significato di neutralità ampiamente accettato è quello di una posizione non giudicante rispetto a comportamenti, pensieri, desideri, sentimenti, idee religiose, sociali e politiche del paziente.

Non solo. È la prerogativa di ogni psicologo affinché non "infici" le trame psichiche della persona che ha chiesto aiuto.

La terapia è troppo lunga

Con l'avvento di nuovi approcci psicoterapeutici si è sempre più convinti e portati a credere che la terapia ad indirizzo psicoanalitico sia troppo lunga e tante volte avara delle risposte che gli altri approcci tendono a fornire.

Anche questo però è un pregiudizio.

Negli ultimi trent'anni infatti, oltre agli approcci psicoanalitici a lungo termine, si sono fatti largo anche gli approcci psicoanalitici a breve termine, i quali sono stati suddivisi in trattamenti espressivi o supportivi. I primi sono similari agli approcci psicoanalitici a lungo termine. Tuttavia differiscono da questi in quanto la coppia professionista-paziente, nei primi colloqui di consultazione, deve trovare insieme il "punto focale" su cui basare il lavoro terapeutico, evitando così di soffermarsi, come invece si farebbe in una terapia a lungo termine, su temi non concordati e quindi esclusi. La loro prerogativa è che il paziente sappia circoscrivere il suo "problema" in modo limitato e focale.

I secondi invece, i trattamenti supportivi, sono consigliati per tutte quelle persone relativamente sane che però stanno attraversando una specifica crisi di vita. In tal caso lo psicologo ad orientamento psicoanalitico, per mezzo di un'alleanza terapeutica positiva, proverà a rinforzare le funzioni egoiche (l'io) della persona così come tutte le capacità, le risorse adattative e i comportamenti della persona che più si prestano ad essere elastici e flessibili.

Il fine ultimo di questo genere di trattamenti non è rendere consce le fantasie più profonde quanto aiutare la persona a comprendere, "regolare" e modificare le proprie modalità relazioni credute "dis-funzionali".

La psicoanalisi parla solo di sesso

Il pregiudizio che più di tutti appartiene alla psicoanalisi è quello legato alla sessualità. In tanti infatti riconducono ad essa una visione prettamente sessuale, immorale, al limite della volgarità.

Tuttavia anche questo è un pregiudizio. Forse il più duro a morire.

Freud, fin dalle sue prime teorizzazioni, ritiene che proprio dalla sessualità potesse nascere il "desiderio", la forza che spinge l'uomo alla vita e che chiamerà Eros. Arriva addirittura a pensare al bambino come un "perverso e polimorfo", intendendo così porre l'accento sulla questione che nell'appagamento ottenuto, ad esempio con la nutrizione è presente una gratificazione sensuale che non ha a che fare con la sola cessazione della fame ma con qualcosa di più, con qualcosa che, per l'appunto, determinerà la sua forza vitale, la spinta a stare nel mondo e a vivere una vita autentica e creativa. La sensazione di fame lo mobilita, ma il sollievo che il riempimento del suo stomaco gli dà è sentito come inganno, truffa, se non è accompagnato da un'autentico godimento dei suoi sensi. La spinta del bisogno fisico e la ricerca del godimento sensuale coesistono, ma è quest'ultimo a essere centrale nella determinazione del desiderio.

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Scritto da

Dott. Aldo Monaco

Bibliografia

  • Bader M., Eccitazione, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2018
  • Gabbard G. O., Psichiatria psicodinamica, quinta edizione basata sul DSM-5, Raffaello Cortina Editore, 2015
  • Galimberti U., (2007) Psicologia, Garzanti, Milano
  • Laplanche e Pontalis, (1967) Enciclopedia della psicoanalisi, vol. II, Laterza, 2010
  • Mangini E., Lezioni sul pensiero freudiano, Milano, Edizioni universitarie di lettere economia diritto, 2001
  • Mangini E., Lezioni sul pensiero post-freudiano, Milano, Edizioni universitarie di lettere economia diritto, 2003
  • Thanopulos S. Il desiderio che ama il lutto, Quidlibet Studio, Macerata, 2016

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