Genitorialità

Il bambino, prima ancora di nascere, ha un certo posto nel discorso dei genitori. Tutto quello che si spera e si immagina di lui ha già modo di incidere direttamente su chi sarà.

6 AGO 2020 · Tempo di lettura: min.

PUBBLICITÀ

Genitorialità

Il bambino, oggi più che mai, occupa un posto molto importante nella nostra cultura. E' il prodotto di una nuova coppia. Ma non solo.

Esso serve anche a tutte le industrie che, proprio per lui, inventano nuovi prodotti per alimentarlo, abbigliarlo, divertirlo, curarlo, trasportarlo.

Ma ancora. Serve all'arte, allo spettacolo, alla moda, alla musica, all'industria alberghiera e a tutto il turismo di massa così da mettere in campo una concezione di bambino basata su un ideale di famiglia centrato sul suo benessere.

Il bambino oggi, a seguito delle rivoluzioni femministe, è vissuto come una "scelta", un desiderio singolare, ciò che fonda la coppia e ciò che dà consistenza. In molti casi, il bambino è l'elemento supplementare che trasforma la coppia in una famiglia. Esso occupa un posto che lo porterà ad essere, come in tanti esperti psicologi dicono, il "sintomo" della coppia dei genitori.

Il nascituro, prima ancora di nascere infatti, ha un certo posto nel discorso dei genitori. Tutto quello che si spera, si immagina, si dice, si crede di lui ha già modo di incidere direttamente sulla sua persona, su chi sarà. C'è però tuttavia anche quello che non si riesce a dire tra i genitori, quello che non ha potuto essere inteso, quel materiale inconscio che, più di tutti, ha modo di ri-organizzare il profilo della coppia che si appresta a diventare coppia genitoriale. La sola idea di "dare alla luce un bambino" comporta quindi una serie di eventi:

  • modifica lo stile di vita di entrambi i partner i quali, dopo essersi adattati l'uno all'altro, con maggiore minore successo, si ritrovano a dover pensare ad una "terza persona" che "rompe" - positivamente o meno - un certo grado di equilibrio;
  • modifica il senso d'identità dei partner i quali sono indotti, consapevolmente o meno, a proiettare sul neonato le immagini dei bambini che loro stessi sono stati così come le immagini legate alle "capacità accuditive" dei propri genitori;
  • priva della propria libertà, la quale influisce su tutti gli aspetti della vita sia sulla vita professionale sia del padre ma sopratutto su quella madre per un lungo periodo;

Immaginare un figlio segue una spinta che viene da lontano, dalla storia delle relazioni affettive e delle esperienze accuditive originarie dei due singoli partner. Diventare genitori è paradossalmente un percorso che inizia, accresce e si sviluppa da quando si è figli.

La capacità dei genitori di essere in contatto con le paure del bambino, di contenerle e pensarle, di mantenere la speranza invece di esserne sopraffatti, disperarsi e andare in pezzi, dipende in larga misura proprio dal modo in cui a loro volta sono stati, o sentono di essere stati trattati, dai loro genitori nella prima infanzia. Dipende però anche dalla loro capacità di dare un senso all'esperienza del dolore emotivo, di pensarlo e accettarlo come parte della vita.

Per tali ragioni un figlio, molte volte, diversamente da quella che è l'opinione sociale, morale e pubblica, porta con sé esperienze che si discostano abbondantemente dall'essere positive. Un figlio, come detto, modifica quella che fino ad allora era stata la propria identità. Per tali motivi, diventare madri e padri è come lasciarsi cadere in un abisso: da cercare da una parte e da temere dall'altra. Da cercare perché solo cercando negli abissi ci si può preparare a stare con l'esperienza della maternità e della paternità. Ma anche da temere in quanto l'abisso può sembrare troppo profondo e troppo insidioso.

Ci sono donne infatti che durante tutta la gravidanza - ma anche oltre - provano una grande angoscia accompagnata da risentimento, rabbia e depressione dovute sia al ritorno a livelli di funzionamento ormonali simili alla pre-pubertà ma anche alle limitazioni che il figlio richiede: stare a casa da sola con questi per gran parte della giornata - che è l'esperienza di molte donne occidentali - le fa sentire imprigionate, tagliate fuori, addirittura poco necessarie.

Può dunque succedere che ella provi anche dell'odio per il figlio senza riuscire a capacitarsi che amare in modo libero e totale significa anche riuscire a provare questo sentimento senza farsi piegare dal senso comune, dai sentimenti di vergogna, dalla obbligatorietà di essere felici.

Se il materno si rende visibile nel corporeo, l'esperienza del padre, sebbene meno evidente, è ugualmente radicale, profonda, trasformativa. Il padre infatti deve poter insegnare al figlio a essere nella società, così come la madre gli ha insegnato a essere nel proprio corpo.

Come tale, anche questa esperienza può generare crolli depressivi, angosce persecutorie e fughe. Esse posso essere causate dall'intimità della relazione che si instaura naturalmente tra madre e bambino la quale potrebbe scoraggiarlo, farlo sentire escluso, potrebbe portarlo a compiere dei gesti apparentemente illogici (tradire o aggredire la moglie, abusare d'alcol e di droghe, giocare d'azzardo ecc) che poi ad una indagine più attenta denotano ferite narcisistiche riaperte dalla paura di sentirsi trascurati, non apprezzati, sostituiti.

PUBBLICITÀ

Scritto da

Dott. Aldo Monaco

Bibliografia

  • Helena Bonnaud, L'inconscio del bambino, Quodlibet, 2018
  • Isca Salzberger-Wittenberg, sulla fine e sull'inizio, Astrolabio, 2013
  • J. Manzano, F. Palacio Espansa, N. Zilkha, Scenari della genitorialità, Raffaello cortina editore, 2001
  • Lucio Rinaldi, sul nascere madri e padri, Franco Angeli, 2019
  • Luigi Zoya, Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri, 2017
  • Sarantis Thanopulos, la solitudine della donna, Quodlibet elements, 2018

Lascia un commento

PUBBLICITÀ

ultimi articoli su terapia familiare