Figli con comportamenti difficili? Quando chiedere un sostegno alla genitorialità.
Quando i conflitti con i figli diventano quotidiani, quando rabbia, oppositività o chiusura sembrano prendere il sopravvento, molti genitori iniziano a chiedersi dove stiano sbagliando. La frustrazione cresce, il dialogo si interrompe e il senso.
Essere genitori non significa solo mettere al mondo un figlio né tanto meno occuparsi della sua educazione. Essere genitori vuol dire trasformare quel passo a due che dopo tanti tentativi abbiamo imparato a riconoscere come familiare in una danza relazionale continua, in cui il "movimento" di ognuno è influenzato ed influenza quello dell'altro. La genitorialità, da una prospettiva sistemico-relazionale, non è infatti un insieme di tecniche educative, ma un processo dinamico che prende forma all'interno delle relazioni familiari, un processo in cui tutte le persone coinvolte risultano attive nella creazione delle dinamiche familiari e dove ciascuno contribuisce, con le proprie emozioni e azioni, al funzionamento complessivo del sistema. Ogni gesto, ogni parola, ogni silenzio contribuisce a costruire un equilibrio che non è mai statico ma in continua trasformazione.
Ogni famiglia è unica, e ciò che funziona in un contesto può non essere adatto in un altro. Osservare le dinamiche familiari con attenzione e curiosità aiuta a evitare giudizi affrettati sul comportamento dei figli o sulle proprie scelte educative. Guardare con occhi attenti la propria famiglia significa notare non solo ciò che appare problematico, ma anche ciò che funziona, ciò che sostiene, ciò che crea momenti di connessione e benessere. Significa riuscire a riconoscere le strategie che già esistono e valorizzarle, così da costruire una base solida su cui intervenire quando emergono le difficoltà.
Ogni famiglia, infatti, è un sistema e quando in questo sistema arriva un figlio, l'intero equilibrio si riorganizza. Comprendere questa dimensione aiuta a leggere le difficoltà che possono presentarsi e gli eventuali comportamenti difficili dei figli non come "problemi del bambino" o "inadeguatezza del genitore", ma come segnali di un sistema che sta cercando un nuovo assetto. Ogni piccolo cambiamento in un membro della famiglia genera conseguenze, a volte invisibili, sugli altri membri, e viceversa. Per questo è fondamentale osservare i comportamenti dei figli non isolatamente, ma come parte di una rete di relazioni che interagiscono tra loro.
A tale scopo risulta utile ricordare che tutti noi, prima di diventare genitori, siamo stati e siamo tutt'ora figli, nipoti, fratelli o sorelle, e tutti questi ruoli portano con sé modelli educativi interiorizzati, aspettative, copioni relazionali appresi che inevitabilmente influenzano la genitorialità. La prospettiva sistemico-relazionale ci permette di esplorare tutto questo in modo consapevole e ci aiuta a chiederci:
- quali regole implicite ho interiorizzato?
- Quali emozioni erano accettabili nella mia famiglia?
- Cosa desidero mantenere e cosa trasformare?
Rispondere a queste domande, esplorare la propria storia e le proprie aspettative sul futuro ci permette di ottenere una consapevolezza adeguata al fine di rompere gli automatismi e permettere una genitorialità libera e scelta e non semplicemente ripetuta. Prendersi il tempo per riflettere sulla propria storia e sui modelli appresi permette quindi di evitare di trasmettere schemi disfunzionali, anche in modo inconsapevole, e di dare spazio a nuove modalità relazionali, favorendo la costruzione di legami più autentici e coerenti con le proprie intenzioni educative.
Un altro aspetto su cui vale la pena riflettere è il sintomo. Nel lavoro clinico sistemico, il sintomo non è visto come un problema da eliminare o, peggio ancora, come un'etichetta, ma come un vero e proprio tentativo di adattamento che riguarda l'intero sistema familiare. Spesso ciò che appare come comportamento "difficile" altro non è che un modo per comunicare bisogni, emozioni o tensioni relazionali che non trovano altra via di espressione.
Il sintomo diventa così una sorta di messaggio, una richiesta implicita di aiuto o di attenzione, che va interpretata nel contesto delle relazioni familiari in cui si manifesta, piuttosto che giudicata come errore o colpa di un singolo individuo.
Accogliere il sintomo come comunicazione consente di ridurre la colpevolizzazione, sia del genitore che del bambino, promuovere responsabilità condivisa all'interno della famiglia e favorire una riorganizzazione più funzionale delle relazioni.Il cambiamento, in un'ottica sistemica, dunque non riguarda mai solo il bambino, ma l'intero sistema. Intervenire su un membro della famiglia significa inevitabilmente influenzare dinamiche, emozioni e comportamenti degli altri, creando nuove possibilità di equilibrio e di dialogo. È un processo delicato che richiede osservazione, pazienza e apertura alla comprensione dei segnali nascosti nei comportamenti quotidiani.
Chiarite le premesse di inquadramento teorico, possiamo ora passare a vedere quando chiedere un supporto può essere utile. Chiedere aiuto non significa essere "genitori sbagliati", ma riconoscere che il sistema familiare sta attraversando una fase di trasformazione, dove ad esempio i conflitti diventano ripetitivi e logoranti, si fatica a trovare un equilibrio educativo condiviso nella coppia, si vivono o si sono vissuti eventi critici come separazioni, nascite, lutti o cambiamenti lavorativi che modificano l'assetto familiare, e il disagio di un figlio genera forte preoccupazione. Lo spazio terapeutico offre un luogo protetto in cui rileggere le dinamiche familiari, comprendere le circolarità e costruire nuove modalità relazionali; permette di esplorare alternative possibili e di ridurre ansia, conflitti e frustrazione all'interno della famiglia. Non è uno spazio di giudizio, bensì un luogo protetto dove ogni emozione o pensiero può trovare il giusto spazio ed anche il silenzio può trovare voce, offrendo così ai genitori un contesto sicuro in cui osservare e comprendere le proprie reazioni senza sentirsi in colpa o sotto esame.
Uno degli obiettivi principali del sostegno alla genitorialità è creare un'occasione e uno spazio per fermarsi e chiedersi:
- perché questa situazione mi attiva così tanto?
- Cosa sta toccando della mia storia personale?
Questo spazio di pensiero interrompe la circolarità disfunzionale e apre possibilità nuove, permettendo ai genitori di reagire in modo più consapevole, piuttosto che automatico, alle difficoltà quotidiane. Imparare a osservare le proprie emozioni, i propri schemi relazionali e le proprie reazioni consente di modificare i comportamenti senza giudicarsi. Non è un percorso che mira al raggiungimento di un traguardo predefinito, ma bensì ha come punto di arrivo la comprensione e la co-costruzione di relazioni più sane con i propri figli, permettendo ai genitori di sentirsi più sicuri, più efficaci e più in sintonia con le necessità dei bambini.
In conclusione, la genitorialità non è un compito individuale, ma un processo relazionale complesso. Ogni fase evolutiva richiede una rinegoziazione degli equilibri familiari. Non esistono genitori perfetti, esistono solo sistemi che possono diventare più flessibili, più consapevoli e più capaci di dialogo. Crescere un figlio significa crescere insieme, trasformando le difficoltà in occasioni di evoluzione relazionale. Ogni conflitto, ogni sfida, ogni sintomo può diventare un'opportunità per migliorare la relazione con il proprio figlio e con tutta la famiglia, se osservato con attenzione e accompagnato da sostegno esperto, permettendo così di costruire un ambiente familiare più armonioso, sicuro e ricco di significato.
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