Emotional eating: come le emozioni influenzano le abbuffate compulsive

Nel Disturbo da Alimentazione Incontrollata il ruolo delle emozioni è preponderante nello sviluppo delle abbuffate compulsive creando un circolo vizioso da interrompere.

14 APR 2020 · Tempo di lettura: min.

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Emotional eating: come le emozioni influenzano le abbuffate compulsive

Nel Disturbo da Alimentazione Incontrollata /DAI) si riscontra un forte legame tra abbuffate, stress e stati emotivi che portano i soggetti a sviluppare quello che viene definito come emotional eating (fame emotiva) ossia l'assunzione di cibo in risposta a determinate emozioni piuttosto che a stimoli biologici. Alcune ricerche hanno ipotizzato che tale meccanismo rappresenti una strategia di coping che i pazienti sviluppano per fronteggiare alcuni stati emotivi e per attutire l'impatto dello stress sulle loro esistenze (Polivy et al, 1985).

Il vissuto emotivo di questi pazienti è dunque un tratto distintivo sia prima, che durante e dopo le abbuffate: alcuni autori (Wenger et al., 2002) hanno dimostrato che in un campione di soggetti predisposti, nei giorni delle abbuffate l'umore era peggiore rispetto agli altri giorni. Vari studi hanno messo in evidenza la relazione tra le emozioni negative e la tendenza alle abbuffate: le emozioni più frequentemente riscontrate erano ansia, tristezza, solitudine, stanchezza e disperazione; ma anche emozioni positive come la felicità.

Quindi nelle fasi precedenti l'abbuffata si rileva un umore generalmente più negativo rispetto ai pasti regolari, presentando una difficoltà a distinguere tra fame biologica e stato emotivo che porta ad adottare modalità disfunzionali di alimentazione come regolatori del tono dell'umore. Quando il disturbo è conclamato e le assunzioni di cibo smodate e caotiche divengono meccanismi automatici, le idee che accompagnano il paziente nei momenti antecedenti le abbuffate assumo spesso la forma di vere ossessioni.

Le sensazioni legate ai primi momenti dell'abbuffata sono, invece, connotate positivamente dal momento che il paziente rileva un'attenuazione dei vissuti negativi ed un certo livello di sollievo, benessere però solo momentaneo in quanto tornano presto a prevalere emozioni negative legate soprattutto all'immagine di sé con sentimenti di disgusto e ribrezzo per l'accaduto (Marucci et al, 2007), vergogna e senso di colpa marcati. In presenza di una emozione troppo intensa, quindi, il cibo diviene un anestetico allontanando quella negativa e concentrandosi su quelle positive indotte dall'abbuffata.

Le emozioni quindi sono sempre presenti nel vissuto del paziente, lo accompagnano in ogni fase del disturbo, mutando e variando da positive a negative e rappresentano un elemento cardine non solo nell'insorgenza, ma anche nel mantenimento del disturbo.

La comprensione del ruolo delle emozioni nel generare e mantenere le abbuffate, come riportato in precedenza, ha consentito di individuare quegli stati emotivi che maggiormente predispongono all'insorgenza del disturbo (ansia, tristezza, rabbia, solitudine, depressione, stanchezza, disperazione), e ci sono stati molti modelli teorici che hanno cercato di spiegare il rapporto diretto tra emozioni e comportamenti alimentari. Tutte queste ricerche partono dall'assunto per cui i pazienti con DAI sarebbero più predisposti a reagire con le abbuffate a stimoli emotivi soprattutto negativi: il significato dell'abbuffata può essere interpretabile come il tentativo di sostituire uno stato emotivo intollerabile con un altro più gestibile, oppure come frutto di un restringimento cognitivo per cui il paziente concentrandosi sull'abbuffata si distrarrebbe dall'emozione del momento. Anche la dissociazione provata durante l'abbuffata potrebbe essere un meccanismo per scacciare ed allontanarsi dalle emozioni dolorose provate sul momento, oppure abbuffandosi di cibo sarebbe possibile bloccare tali emozioni producendo un condizionamento comportamentale nei confronti di alcune di esse, infine il comportamento alimentare disfunzionale sarebbe utile ai pazienti per mascherare il reale motivo della loro sofferenza attribuendo tutta la colpa del cibo.

La comprensione da parte del terapeuta per primo dei meccanismi emotivi soggiacenti, è di fondamentale importanza nel processo terapeutico riabilitativo, al fine di stabilire i legami e i rapporti esistenti tra il vissuto emotivo intimo e privato della persona e l'insorgenza delle abbuffate. Il paziente deve essere aiutato a sviluppare una maggiore consapevolezza (o acquisirla laddove non ci sia) del proprio mondo emotivo al fine di sviluppare al massimo tutte le risorse ed abilità personali atte alla gestione più funzionale di esso senza ricorrere al cibo. Il lavoro terapeutico con questi pazienti è un lavoro, non tanto di mera riparazione del danno, ma anche di facilitazione di un processo di conoscenza di sé, di crescita e di trasformazione positiva, di analisi del vissuto personale emotivo ed esperienziale al fine di riappropriarsi della propria vita e della propria identità.

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Scritto da

Dottoressa Giulia Guidotti

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