Depressione: malattia o problema complesso?

Cos’è la depressione? Immaginiamo un prigioniero condannato per una colpa non commessa. Vede che nel cortile viene eretto un patibolo, esce dalla cella e s’impicca da sé!

24 OTT 2014 · Tempo di lettura: min.

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Depressione: malattia o problema complesso?
«Non aspettarsi nulla è una grande arte, quando non viviamo piu’ nell’aspettativa, allora viviamo in una nuova dimensione: siamo liberi» Francis Lucille

Spesso arrivano a consulto, e non cosi’ di rado, pazienti che “portano” letteralmente sulle spalle da anni, e talora da decenni, pesanti etichette di depressione, costruite a partire dai sintomi lamentati. I sintomi come tristezza, astenia, insonnia, perdita del piacere, per citarne solo alcuni, vengono considerati dalla maggioranza dei modelli psichiatrici e psicologici tradizionali, espressione di un’entità morbosa sottostante chiamata depressione. Anni di psicoterapie, piuttosto che di psicofarmaci, sono risultati senza effetto apprezzabile o con effetto comunque non risolutivo.

Questo perchè, nella maggior parte dei casi la depressione non è una malattia ma un problema complesso, qualcosa che implica un intricato e doloroso insieme di proiezioni a proposito della vita, dell’universo, degli altri e di se stessi: in parole povere, le persone pensano alle proprie esperienze, vi proiettano significati dolorosi o distorti e poi compiono l’errore di credere a cio’ che hanno creato!

Chi ne soffre, spesso non è un malato, ma una persona cui non è stato insegnato come sviluppare specifiche modalità di pensiero, sentimento e comportamento che proteggono dalle difficoltà della vita!

A tal proposito basta considerare che il tasso di depressione è aumentato di circa dieci volte fra coloro che sono nati dopo la Seconda Guerra Mondiale. Gli anni ’50 e ’60 sono stati anni di rapidi cambiamenti economici e sociali, che hanno modificato per sempre i valori e gli stili di vita, e hanno inciso profondamente anche sui sentimenti delle persone.

Questi elementi indicano che la biologia non è il fattore piu’ importante nella depressione. Dopo tutto la genetica umana non cambia drasticamente da un decennio all’altro, nè cambia in alcune classi di età piuttosto che in altre, cosi’ come avviene nei cambiamenti sociali.

La nozione di Depressione come “malattia” è stata venduta al pubblico per 3 motivi principali:

1) Tentativo di destigmatizzare la depressione: la depressione era un tempo considerata prova di debolezza caratteriale e le persone che ne soffrivano erano per questo biasimate; la scelta di curarla chiamandola “malattia” ha contribuito a ridefinire la depressione in termini biologici e ad accantonare l’idea della debolezza caratteriale;

2) Filosofia dell’irresponsabilità sviluppata dalla nostra cultura e molti problemi sono stati per questo etichettati come malattie;

3) Sviluppo di farmaci piu’ efficaci e con minor effetti collaterali: alimenta l’idea, non completamente corretta che la depressione sia un problema esclusivamente biologico.

Da un punto di vista strategico, la depressione è spesso l’effetto di ripetuti e fallimentari tentativi di risoluzione dei problemi che hanno letteralmente esaurito le risorse dell’individuo. Il processo «illusione→delusione→depressione» si potrebbe riassumere in questo modo:

Mi illudo di riuscire a risolvere un problema→non ci riesco→mi deludo→di nuovo mi illudo di riuscirci→di nuovo non ci riesco→di nuovo mi deludo→e stavolta mi deprimo e rinuncio (a livello ideativo, comportamentale, relazionale), e la rinuncia diventa la prova concreta e, al tempo stesso, la giustificazione del proprio senso di impotenza!

Quindi, il dinamico e complesso processo della depressione sembra costituirsi a partire da una credenza:

  • “pensavo di essere in grado di…invece non lo sono piu’ o non lo sono mai stato”;
  • “pensavo che gli altri fossero….e invece non lo sono”;
  • “pensavo che la vita fosse…e invece”.

tale per cui la persona si sente vittima di qualcosa (es. di se stesso, degli altri, del destino) che non puo’ combattere o superare, ragion per cui rinuncia, ma «La rinuncia» come afferma H. de Balzac «è un piccolo suicidio quotidiano»

Come persiste?

In particolare, si possono individuare alcune “regolarità” nelle dinamiche che il soggetto depresso reitera nei confronti di se stesso, degli altri e del mondo:

1) La rinuncia nei confronti della vita: convinto che soffrirà comunque, il depresso rinuncia al tentativo di migliorare la propria vita, ovvero si arrende;

2) Relegare se stessi nel ruolo di vittima che delega (o pretende) continuamente ad altri il compito di farlo sentire bene. Talvolta questo tipo di relazione si trasforma in un vero e proprio ricatto morale nei confronti dei familiari e partner: piu’ questi si prodigano ad aiutare il depresso, piu’ si sentono sotto accusa per la loro incapacità o inadeguatezza;

3) Il lamentarsi apertamente con chiunque della propria sofferenza, o al contrario, chiudersi in un fragoroso silenzio.

L’effetto della combinazione di queste tre psicotrappole produce la“pozione avvelenata”che il depresso si somministra quotidianamente.

Come uscirne?

Innanzitutto bisogna interrompere i circoli viziosi che alimentano il disturbo. Per questo motivo l’intervento deve coinvolgere non solo il paziente, ma anche le persone intorno a lui. Infatti, due delle psicotrappole che il paziente applica sono relazionali, e coinvolgono attivamente familiari e partner:

Ad esempio, se una persona sta attraversando un periodo di tristezza, stanchezza e pessimismo, è molto probabile che chi vive attorno a quella persona cerchi di risolvere questa spiacevole situazione con frasi del tipo:

«Dài, tirati su, reagisci! Non vedi quanto è bella la vita? Perché non esci, invece di startene tappato in camera tutto il giorno a rimuginare sui tuoi problemi?»

Incitamenti simili possono contribuire a peggiorare, anziché a migliorare, la sensazione di tristezza e di incapacità ad affrontare la vita in quella persona, perché, da un lato evidenziano la differenza tra il suo stato e quello di tutti gli altri e, dall’altro, sottolineano la sua incapacità a risollevarsi dal momento di crisi!

In ambito strategico, usualmente, si guidano i familiari a bloccare simili tentativi fallimentari e a fornire al depresso uno spazio prefissato dove concentrare le sue lamentazioni. Una volta disinnescate le due psicotrappole relazionali, si puo' guidare il soggetto a riattivarsi a piccole dosi.

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Scritto da

Dr. Marco la Torre - Studio di Psicoterapia Breve Strategica

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