Dalla terza età in poi: opportunità di una nuova crescita?

È peculiare della vecchiaia e della rappresentazione mentale della stessa, sia a livello collettivo che individuale, confrontarsi con la dimensione del limite.

14 giu 2018 Crescita personale - Tempo di lettura: min.

psicologi

Il mio pensiero per Voi lettori: perché ho deciso di tornare a scrivere partendo dal tema "dalla terza età in poi"?

A partire dal fatto che io stessa ho bypassato da poco "gli anta", i corsi e ricorsi della storia - per citare Giambattista Vico - mi hanno portata anche professionalmente ad approdare all'interno della mia dimensione e ad occuparmi di anziani e, nello specifico, di quelli ancora in buone condizioni psicofisiche e, in quanto tali, impegnati a cercare di mantenere la loro mente efficiente il più a lungo possibile.

I lettori che erano abituati a leggermi con frequenza, sanno che ho affrontato quasi un paio d'anni di assenza. Tornare a studiare, confrontarsi sul campo e poi condividere la propria esperienza mi è risultato piuttosto faticoso. Forse è colpa anche dell'età!

Mi sono occupata negli anni passati di anziani affetti da demenza e dei loro familiari, quando le neuroscienze erano ancora neonate, poi sono approdata presso altri lidi, dalle famiglie che si rompono ai figli che non arrivano, ma mancava qualcosa per chiudere il cerchio rispetto ai "fili bianchi tra i capelli".

Statisticamente sono diminuite le nascite ma è aumentata la popolazione anziana ancora efficiente, ed essendovi coinvolta anche personalmente mi sono detta: "perché non darsi un nuovo stimolo"?. Il problema è molto attuale e lo diverrà sempre di più.

Vi devo dire che il percorso è stato piuttosto impegnativo e tuttora sono in pista, ma mi mancava troppo il rapporto con Voi, e così ho deciso di rimettermi a scrivere. Di che cosa? Certamente di questa esperienza, e di quanto sia utile e umanamente gratificante, occuparsi di Ginnastica Mentale e del nostro cervello, di cui avrò modo di parlarvi in seguito, ma non solo, in quanto la terza età è una fase così poliedrica della vita che non è separabile, come sempre, da altri aspetti della vita. Per ora grazie e buona lettura.

Viviamo in un'epoca in cui la durata media della vita si è notevolmente allungata e il periodo dell'invecchiamento, se rappresenta un traguardo importante, apre problemi rilevanti per l'individuo, la famiglia e la società in ambito sanitario, assistenziale e previdenziale.

È peculiare della vecchiaia e della rappresentazione mentale della stessa, sia a livello collettivo che individuale, confrontarsi con la dimensione del limite come se ogni cosa rappresentasse l'ultima occasione.

L'aumento del tempo che si è accumulato alle spalle e la diminuzione di quello che resta, in taluni, orienta verso una progressiva riduzione di ricerca di nuovi e diversi obiettivi. Così, guardare al futuro può risultare poco utile e produttivo per Sé e per gli altri: è questa la dimensione in cui la "vecchiaia" diviene sinonimo di "passato" a cui restare ancorati arrestando nuovi processi.

Giornate non strutturate e senza scopo predispongono alla depressione, al vuoto, all'isolamento e con essi ad un declino più rapido. In tutto questo non va sottostimato il ruolo del carattere dell'individuo e le vicende che hanno improntato l'esistenza. La qualità dell'esistenza in età avanzata crea un contrasto tra chi conserva una buona lucidità mentale in un corpo affetto da infermità e chi, invece, fruisce di corpo ancora funzionante ma di una mente lacunosa.

Nella senescenza biologica un ruolo importante è coperto dall'estrazione sociale, dal livello culturale, dalla disponibilità a occupare il tempo con stimoli rispondenti ai propri interessi e dai rapporti sociali. L'interazione con gli altri diviene fonte di stimolo, confronto, condivisione allontanando isolamento e solitudine. Se l'immagine di Sé si è impregnata intorno alla ricchezza materiale, al potere, allo status, all'immagine che si è costruito o che il mondo attribuisce secondo i risultati raggiunti, gli anni della vecchiaia possono divenire forieri di sofferenza psichica e fisica, se qualcuno di questi "tasselli" è carente o del tutto assente.

Fini ed obiettivi che improntano le giornate sono essenziali per una vecchiaia vitale.

Vecchiaia vitale non significa tornare alla giovinezza o fare finta di avere 65 anni quando ne hai 75 o oltre, ma rendere gli anni davanti a sé ancora soddisfacenti e produttivi, in termini di progettualità e finalità che nutrano la mente, il cuore e l'anima.

Si rende necessario, su un piano individuale almeno, shiftare verso altri valori e nuovi progetti, meno auto-centrati ma volti alla condivisione e valorizzazione delle esperienze accumulate, consapevoli che i cambiamenti dell'età non sono solo fisiologici ma anche di "lettura dell'esistenza"' disincarnata dagli aspetti più effimeri.

Il presente non richiede memoria per trasmettere i saperi, professionali, culturali e sociali, poiché con le nuove tecnologie le informazioni hanno un tempo di vita così breve che divengono subito obsolete, ma la ricchezza trattenuta nella memoria esperienziale della terza età - e oltre - costituisce un patrimonio di trasmissione e testimonianza di esperienze e saggezze individuali e collettive che è unico e che costituisce il vero "patrimonio" che lasciamo a chi resta dopo di noi.

Mi piace l'idea di concludere menzionando Rita Levi Montalcini, di cui condivido i presupposti teorici:

"la vecchiaia non deve essere vissuta nella memoria del tempo passato, ma in un progetto per il tempo che rimane, sia un giorno, un mese o anni, nella speranza di poter realizzare ciò che negli anni giovanili non è stato possibile attuare".

Se hai bisogno di ulteriori informazioni su questo tema, contatta direttamente la dottoressa Annalisa Orsenigo.

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