Come si sviluppa la nostra mente?

Le esperienze interpersonali precoci svolgono una funzione fondamentale nel processo di strutturazione del Sé e di maturazione delle funzioni psichiche nel bambino.

19 NOV 2020 · Tempo di lettura: min.

PUBBLICITÀ

Come si sviluppa la nostra mente?

Come si sviluppa la nostra mente?

In letteratura si può rintracciare un pluralismo di modelli sviluppati nel corso del tempo. Le evoluzioni teoriche psicoanalitiche si differenziano sul modo di concettualizzare la psicopatologia ma presentano un aspetto comune: ne ipotizzano l'origine nelle fasi precoci dello sviluppo e la considerano espressione di un "arresto evolutivo" (Mitchell), ponendo l'accento sulla relazione primaria bambino – caregiver.

Secondo questa concezione, le implicazioni psicologiche che derivano da un'infanzia segnata da condotte genitoriali caratterizzate da disattenzione verso le necessità affettive del bambino, rifiuto, critica, disprezzo, rotture ripetute nelle cure, non fornirebbero al bambino un ambiente protettivo e accudente che garantisca lo sviluppo armonioso della sua personalità.

Il ruolo delle relazioni primarie nello sviluppo psichico del bambino

Secondo le più recenti ricerche, le radici di un sano sviluppo socio-affettivo ed emozionale, nonché cognitivo, vengono ricondotte alla qualità delle prime relazioni affettive e agli scambi emotivi che il bambino stabilisce precocemente con le figure di riferimento.

Le esperienze interpersonali precoci vissute nell'ambito del sistema di accudimento primario contribuiscono alla costruzione delle basi su cui si sviluppa la nostra mente e dunque svolgono una funzione fondamentale nel processo di strutturazione del Sé e di maturazione delle funzioni psichiche nel bambino. Quelle a più forte impatto emotivo vengono interiorizzate nella rappresentazione degli stati del Sé e organizzate in modelli operativi interni (Bowlby), che orienteranno il bambino prima, e l'adulto poi, nell'esplorazione del mondo interno e nel rapporto con la realtà esterna e sono strettamente connesse all'acquisizione di due competenze evolutive importanti, le capacità di regolazione affettiva e la mentalizzazione (Fonagy et al.).

Il legame di attaccamento

La teoria dell'attaccamento (Bowlby) spiega la qualità dello sviluppo affettivo nei primi anni di vita attraverso l'analisi delle modalità interattive fra bambino e caregiver, e sottolinea l'importanza di tali esperienze relazionali precoci in termini di adattamento del bambino nello stabilire future relazioni socio-affettive da adulto.

Sulla base dei pattern ripetuti di esperienze, il bambino costruisce dei modelli mentali dell'ambiente (figure affettive), di sé e delle interazioni con gli altri (modelli operativi interni) e parallelamente si crea delle aspettative rispetto alla relazione con loro.

I MOI interiorizzati hanno l'importante funzione di indirizzare l'individuo nell'interpretazione delle informazioni che provengono dal mondo esterno e nel mettersi in relazione con esso, guidando il suo comportamento nelle situazioni nuove di oggi e di domani, e tendono quindi a riproporsi in automatico nei legami di attaccamento da adulti.

Secondo Bowlby, se il bambino ha avuto delle esperienze precoci con figure di accudimento sensibili e disponibili, pronte a offrire aiuto e conforto, costruirà un modello del Sé come di una persona degna di amore e valore e una rappresentazione interna degli altri come di persone disponibili e attente ai suoi bisogni, affidabili e pronte ad aiutarlo in caso di necessità. Questa configurazione di rappresentazioni è alla base dell'attaccamento sicuro e dello sviluppo di una sana autostima, che sembrerebbe caratterizzare le persone dotate di fiducia negli altri e nelle proprie capacità e da un buon funzionamento riflessivo.

Viceversa, quando l'attaccamento è instabile, incoerente, imprevedibile o viene meno a causa di esperienze concrete di trascuratezza emotiva o abbandono, il bambino vedrebbe se stesso come non degno d'amore né meritevole di attenzioni e i suoi genitori come non affidabili, rifiutanti e insensibili alle richieste di accudimento. Questo potrebbe generare scarsa fiducia in sé e negli altri e aspettative negative riguardo alle relazioni intime, predisponendo a una vulnerabilità che potrebbe influire sul modo in cui affronteranno le varie esperienze della vita.

Da adulti, percependo se stessi come persone indegne d'amore e senza valore potrebbero avvertire il bisogno di creare legami intensi e ristrutturanti per ricostruire gli aspetti fragili del sé e compensare così l'insicurezza di base che li contraddistingue.

La mente relazionale

Il Sé è una costruzione intersoggettiva, la mente si sviluppa all'interno delle relazioni primarie nelle quali abbiamo fatto esperienza di cosa accade nelle relazioni d'amore significative per poi affinarsi all'interno dei legami affettivi maturi. L'apporto delle figure di accudimento è fondamentale nel processo di strutturazione del Sé e di maturazione delle funzioni psichiche del bambino. Attraverso una stimolazione adeguata, il caregiver offre alla mente del bambino esperienze che danno luogo a una sorta di espansione del Sé a livello di complessità e coerenza utilizzando le funzioni di sintonizzazione (Tronick), rispecchiamento (Gergely), contenimento e regolazione interattiva degli stati emotivi (Beebe e Lachmann) che permette la risonanza degli stati della mente nella regolazione reciproca.

Grazie alla condivisione emotiva e all'internalizzazione delle azioni di rispecchiamento il bambino può ritrovare se stesso nella mente dei genitori e interiorizzare le loro rappresentazioni per formare un nucleo psicologico del Sé. Questo è strumentale alla promozione della capacita di regolazione affettiva e allo sviluppo della funzione riflessiva.

Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del Sé

La regolazione affettiva può essere intesa come la capacità di modulare e gestire gli stati affettivi che includono non solo l'intensità e la manifestazione comportamentale delle emozioni, ma anche le modalità utilizzate per fronteggiare la realtà e l'umore che conferisce la coloritura affettiva a quanto viene vissuto influenzando il modo in cui si pensa e si agisce. Consiste nell'uso intenzionale di diversi processi in modo da consentire alla persona di avere un funzionamento adattivo.

Negli ultimi decenni la regolazione affettiva ha assunto progressivamente un ruolo centrale nell'interesse scientifico e clinico, sia per la sua responsabilità nella patogenesi e nel mantenimento dei disturbi psichici, sia per la funzione protettiva relativamente allo sviluppo di una psicopatologia.

La mentalizzazione è una componente essenziale della regolazione affettiva.

"… implica l'attribuzione di un significato alle proprie azioni e a quelle degli altri in base agli stati mentali intenzionali come i desideri,i sentimenti e le credenze. Ci consente di capire cosa è nella mente e di comprendere i propri e altrui stati mentali, ed è una capacità fondamentale in quanto converge con lo sviluppo del sé come agente ovvero nello sviluppo della rappresentazione del Sè" (Bateman e Fonagy,2006).

La parola mentalizzare può essere fuorviante nella misura in cui sia intesa nella connotazione fredda di razionale. Al contrario, il suo significato è impregnato di emozioni, la maggior parte degli stati mentali che cerchiamo di mentalizzare sono stati emotivi presenti in noi stessi o negli altri. La mentalizzazione è dunque una forma di conoscenza emotiva. Perché le emozioni possano essere utilizzate per la comprensione della propria esperienza psichica, oltre che come guida per il proprio comportamento, è necessario che esse possano essere tradotte in fenomeni psicologici, ossia stati affettivi.

L'abilità di mentalizzare è un'acquisizione evolutiva che si sviluppa attraverso la graduale sensibilizzazione al significato mentale degli indizi espressivi rilevanti (comportamentali, verbali e situazionali) che indicano la presenza di stati mentali nelle persone. Avviene nel corso dell'interazione con il caregiver nel contesto della relazione di attaccamento, grazie al processo di rispecchiamento affettivo.

Essere esposto ripetutamente a queste esperienze favorisce lo sviluppo delle capacità di comprendere i significati dei propri stati affettivi e connettere il significato all'esperienza vissuta. Questi bambini, riscontrando il proprio essere intenzionale nella mente dell'altro, diventano sempre più competenti nel riconoscere i propri e altrui stati mentali, riuscendo a descriverli e ad utilizzarli come guida per il proprio comportamento.

Inoltre, diventano sempre più abili nel differenziare emozioni manifestate e collegarle alle cause che le hanno provocate, riescono a regolarle con l'aiuto del caregiver, e imparano nel corso dello sviluppo a maturare capacità adeguate di autoregolazione.

L'assenza di un ambiente di rispecchiamento sensibile e sintonizzato con le emozioni e gli stati intenzionali del bambino, viceversa, ostacolerebbe l'instaurarsi delle rappresentazioni degli stati del Sé del bambino, predisponendo asentimenti di vuoto e a una deficitaria abilità nel controllo degli impulsi.

L'esperienza per la quale il bambino si percepisce come soggetto agente e avverte un senso di padronanza e efficacia rispetto all'ambiente, si organizza quindi grazie al processo di autoregolazione, ma solo nella misura in cui anche la regolazione interattiva consente o favorisce quest'esperienza.

Il Sé e l'autostima

Secondo Kohut, risposte genitoriali sufficientemente sensibili e sintonizzate alla richieste di eco e partecipazione alle manifestazioni esibizionistiche delle sue fantasie grandiose,favoriscono lo sviluppo di una sana autostima nel bambino. A queste si aggiunge la frustrazione ottimale, generatrice di una struttura psicologica capace di tollerare la tensione. Egli imparerebbe così a accettare i propri limiti realistici e a sostituire le esigenze esibizionistiche con mete e scopi sintonici all'Io. Diversamente, il sé grandioso non verrebbe assorbito nell'Io ma si conserverebbe nella sua forma inalterata.

Requisito fondamentale, quindi, la disponibilità degli oggetti reali a fungere da oggetto-Sé per il bambino.

Le relazioni di oggetto-Sé soddisfano tre fondamentali bisogni del Sé:

- essere confermato, accettato, apprezzato, riconosciuto nella sua grandezza e perfezione ('rispecchiamento');

- idealizzare un oggetto-Sé da ammirare e sentirsene parte ('idealizzazione');

- essere sostenuto da un altro che susciti una affinità in lui ('supporto' in una relazione con un oggetto-Sé 'gemellare').

Gli oggetti d'amore devono quindi essere sufficientemente idealizzabili e fornire risposte empatiche e convalidanti la stima di sé. Attraverso le loro risposte speculari, svolgono funzioni di conferma e approvazione alle esibizioni del Sé grandioso esibizionistico, rinforzano l'autostima e gratificano i bisogni narcisistici fondamentali per lo sviluppo normale perché offrono al bambino un senso di valore di sé proteggendolo da sentimenti di umiliazione e vergogna che derivano dal suo essere impotente.

I bisogni di oggetto-Sé permangono per l'intero corso della vita, seguendo uno sviluppo parallelo a quello dell'amore oggettuale.

Quando queste condizioni vengono soddisfatte, le esperienze positive di sicurezza e di autostima conseguenti, verrebbero interiorizzate in un Sé solido e coeso, che conserva il nucleo di entusiasmo e vitalità degli stati narcisistici originari e immaturi e lo trasforma in sane ambizioni che si accompagnano agli ideali e valori interiorizzati attraverso l'immagine genitoriale idealizzata; viceversa, la permanenza di una stima di Sé vulnerabile e sensibile alle offese da parte dell'altro, necessiterebbe di essere compensata dall'approvazione e conferma di oggetti-Sé sostitutivi dai quali dipenderebbe il senso di valore della persona.

Conclusioni

Il destino psicologico di una persona non è scritto in nessun luogo. Esistono condizioni di partenza per le quali è più probabile che un individuo possa affrontare la vita con un bagaglio di sicurezza interiore e fiducia in sé e negli altri, tali da renderlo più forte.

L'essere accolto e cresciuto all'interno di un ambiente "sufficientemente buono" (Winnicott) può agevolare l'organizzazione dell'esperienza emotiva individuale, le relative tendenze all'azione e la valutazione di sé e delle relazioni interpersonali ed essere così la garanzia per uno sviluppo sano e armonico della personalità.

Viceversa, una persona che parta da relazioni primarie non ottimali potrebbe probabilmente essere più vulnerabile a sperimentare sentimenti di disagio, insoddisfazione o inferiorità e più facilmente esposta a una serie di difficoltà di fronte a cambiamenti della vita o restia a investire affettivamentele altre persone.

Ma in ogni caso la possibilità di conoscere se stessi, chiedere aiuto, cambiare e migliorare resta sempre aperta per ognuno: in fondo, questa è la grande potenzialità che la psicologia può offrire.

PUBBLICITÀ

Scritto da

Dott.ssa Anna Garello

Bibliografia

  • Beebe B. Lachmann Frank M., Infant Research e trattamento degli adulti. Cortina 2003
  • Bolwby, J., Una base sicura, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989
  • Fonagy P., Gegerly G., Jurist E.L., Target M., Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del Sé, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005
  • Kohut, H., Narcisismo e analisi del Se, Boringhieri, Torino, 1977
  • Mitchell, S.A., Il modello relazionale. Dall'attaccamento all'intersoggettività, 2000 Winnicott, D.W., Sviluppo affettivo e ambiente, 1970
  • Tronick E. La regolazione emotiva, Cortina 2008

Lascia un commento

PUBBLICITÀ

ultimi articoli su autorealizzazione e orientamiento personale