Come dire la propria senza subire o esplodere?

Osservo spesso che le persone gestiscono i momenti di rabbia rimanendo in silenzio o esplodendo o alternando entrambe le cose con conseguente pesantezza. Ci sono però delle alternative

3 GIU 2021 · Tempo di lettura: min.

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Come dire la propria senza subire o esplodere?

Capita spesso che nelle relazioni ci sia difficoltà a gestire i conflitti.

Nella coppia mi capita frequentemente di incontrare persone che quando si sentono attaccate o incomprese reagiscono rimanendo in silenzio (nella recondita speranza che l'altro si renda conto s+di aver ferito e non lo faccia più), altre che reagiscono gridando o imponendo il loro punto di vista ("del resto se lui/lei ha torto io sono legittimata/o a alzare la voce o pretendere che si faccia come dico io").

Più frequentemente ancora, mi capita che ci sia un'alternanza delle due cose: incasso, accumulo e resto in silenzio per poi esplodere (sentendomi anche in diritto di farlo considerato che "finora non ho detto nulla", come se l'altra persona dovesse apprezzare il fatto che abbiamo incassato).

Tutte queste modalità si rivelano però inefficaci nella gestione del conflitto.

  • Se incasso faccio del male a me stesso/a e alla relazione. Qui l'errore è illudersi che il fastidio passi senza lasciare traccia, Spesso si rimane in silenzio per non alimentare conflitti, perchè si teme la reazione dell'altro o perché si ha addirittura paura di perderlo. A volte ci raccontiamo delle storie, ad esempio: "lui/lei è così ed è inutile dire qualcosa". In questi casi i risultati negativi sono due: per me che accumulo tensione anche se mi racconto che non è così; per la relazione perché l'altra persona si sente legittimata nel continuare a dire o fare la cosa che ha arrecato fastidio.
  • Se esplodo faccio del male e me stesso/a, all'altro/a e alla relazione. Quando si è convinti di avere ragione, non ci curiamo della comunicazione che scegliamo di usare. Ci sentiamo in diritto di alzare la voce, essere sarcastici, usare le famose "frecciatine", rispondere a monosillabi, dire che va tutto bene in modo aggressivo, giudicare, dare ordini, etc.
  • Se alterno l'incassare all'esplodere faccio molto male a me, forse all'altro/a e sicuramente alla relazione: quando incassiamo, a volte, ci sentiamo un po' degli eroi perché erroneamente pensiamo che che stiamo sacrificando noi stessi ma stiamo facendo il bene dell'altra persona (perché non la stressiamo, perchè non siamo invadenti o rompiscatole) e della relazione (perché non inneschiamo il conflitto). In realtà non solo accumuliamo tensione, ma quando ne avremo accumulata tanta ci sentiremo in diritto di esplodere, piangere, gridare, accusare e fare tutte quelle cose che deteriorano una relazione (indipendentemente dal fatto che si abbia ragione o meno).

La storia di Alessia

Alessia, con il suo fidanzato, ma anche con suo padre, faceva esattamente questo: alternava momenti in cui non riusciva a reagire a momenti in cui esplodeva, urlava e talvolta piangeva. In entrambi i casi l'altra persona reagiva giudicandola o accusandola ("non ti si può dire niente!"; "ma ti vedi?": "con te non si può mai parlare"). Chiaramente nel lungo periodo, Alessia aveva iniziato a vivere con pesantezza la relazione di coppia ma anche quelle familiari; aveva la sensazione di doversi costantemente difendere e di sentirsi facilmente sotto tiro.

Come spesso capita, in casi simili, il primo momento di sblocco è arrivato appena la persona ha compreso in che modo lei alimentasse questa dinamica: stare in silenzio, piangere e urlare erano comportamenti che nella sua testa (seppure a livello inconsapevole) servivano per far sì che l'altro smettesse di giudicarla e le desse approvazione. In realtà scatenavano l'effetto opposto. L'altro, infatti, reagisce non ai nostri sentimenti ma ai nostri comportamenti. Se stiamo zitti reagisce al silenzio e se urliamo reagisce all'urlo. Questa cosa però spesso ce la dimentichiamo perché siamo convinti che l'altro capisca come ci sentiamo e reagisca a quello.

La prospettiva iniziale di Alessia è tanto frequente quanto distorta: comunicare aspettandosi che l'altra persona ci approvi. Così siamo lì a sperare che l'altra persona ci valorizzi come vorremmo e quando non lo fa la vediamo come insensibile e crudele. L'errore di fondo però sta nel sentire il nostro valore solo le lo riscontriamo nell'approvazione degli altri, nei loro sguardi e nelle loro parole.

Quando Alessia ha preso consapevolezza del fatto che le sue scelte e i suoi comportamenti erano agiti in funzione di ciò che il compagno e il padre avrebbero pensato, ha capito un ulteriore suo funzionamento che fino a quel momento era rimasto inconsapevole: "sacrifico me stessa per avere il tuo consenso e tu poi non mi approvi? Allora o io valgo poco o tu sei veramente uno *#@@!!." (insomma...ci siamo capiti).

Questo si traduceva nel subire, incassare, stare zitta ("non voglio scatenare un conflitto, non voglio perderti, non voglio sentirmi criticata") e poi nell'urlare ("come ti permetti di giudicarmi dopo quello che ho incassato e dopo che mi sono mossa in funzione di come tu ti aspetti?").

Iniziando a comprendere ciò che per lei era importante indipendentemente dal pensiero degli altri è arrivata la svolta: ha cambiato lavoro cercandone uno in linea con sé e non con le aspettative di suo padre, ha lasciato definitivamente il suo compagno e ha iniziato a fare nuovi progetti di vita. Quando il padre o l'ex compagno provavano a criticarla, aveva imparato a non ricercare il loro consenso: non le interessava più il loro giudizio, non aveva più bisogno di convincerli che a sbagliare fossero loro e non lei.

La sua idea, il suo sentire e la sua prospettiva avevano valore a prescindere. L'ex compagno non aveva preso bene la chiusura e cercava di farla passare come una chiusura avvenuta per colpa di lei. Una volta lei avrebbe gridato, pianto e sarebbe stata male per dimostrare il contrario.

Adesso non le interessa più avere ragione, le interessa stare bene.

Inutile dire che appena Alessia ha tolto all'altra persona il potere di farla sentire giusta o sbagliata, il padre e l'ex hanno smesso di criticarla.

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Scritto da

Dott.ssa Luisa Fossati

Bibliografia

  • Serena Rust. Quando la giraffa balla col lupo. Macro Edizioni
  • Franco Nanetti. Assertività ed emozioni. Manuale di formazione integrata alla comunicazione efficace.

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