Come aiutare i bambini a sviluppare l'autostima

Vediamo insieme cosa è l'autostima, come si sviluppa e perchè è tanto importante per una vita serena

28 OTT 2014 · Tempo di lettura: min.

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Come aiutare i bambini a sviluppare l'autostima
Nathaniel Brandon definisce l’autostima come “il sistema immunitario della coscienza: così come il sistema immunitario non garantisce in assoluto che non ci si ammali mai nel corso della propria vita ma rende meno vulnerabili alla malattia e più equipaggiati a guarire, così una sana autostima non garantisce che non si soffrirà mai di ansia o depressione davanti agli eventi più difficili della vita ma rende la persona più equipaggiata e in grado di gestirli e superarli”.

“L’autostima è un fiore che va annaffiato ogni giorno”, ha osservato con saggezza Willy Pasini. Così è, infatti; basta semplicemente entrare in contatto con se stessi, cioè osservarsi senza giudicarsi (come insegnano i grandi maestri orientali) per accorgersi che quella strana paroletta così carica di suggestioni, “autostima”, fa riferimento a qualcosa di molto concreto che richiede tempi adeguati di sviluppo e di maturazione.

L’autostima è sempre legata alla dinamica di crescita della personalità, a quel processo complesso ed affascinante che Jung definiva “individuazione”, vale a dire sano riferimento al proprio Sé.

Ma questo è appunto un percorso, nessuno nasce con il corredo di individuazione e di autostima già pronto ed incartato; ogni fase della vita richiede un training, un lavoro personale per giungere ad un livello maturo e stabile di autostima.

Il “concetto di sé” e l’“autostima” hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica, se si considera che su questi due costrutti sono stati condotti migliaia di studi. Tuttavia, nonostante questa mole di studi, emerge una mancanza di chiarezza dovuta al fatto che spesso “autostima” e “concetto di sé” vengono utilizzati in maniera intercambiabile.

È necessario quindi precisare il significato di questi due concetti.Il “concetto di sé” è la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Esso riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche (es. altezza e peso).

Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via; queste sarebbero tutte componenti del suo concetto di sé.“L’autostima” è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé ed è collegata alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. L’ autostima corrisponde alla considerazione che un individuo ha di se stesso (Galimberti, 1999).

Tale considerazione si esplica tramite un atteggiamento, una valutazione cognitiva o un insieme di affetti rivolti verso il sé.Il concetto di autostima e il concetto di sé sono quindi collegati ma diversi; inoltre, sebbene l’autostima sia collegata con il concetto di sé, e quindi influenzata dal suo contenuto, è possibile per le persone credere cose oggettivamente positive (come riconoscersi capacità scolastiche, atletiche, o artistiche), ma continuare a non amare realmente sé stesse. Viceversa, è possibile per le persone amare sé stesse, ed avere quindi un’alta autostima, malgrado la mancanza di qualunque indicatore oggettivo che sostenga una così positiva visione di sé.

Fonti dell’autostima

L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dagli schemi cognitivi della persona, dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessa, sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.William James (1890/1983) definiva l’autostima come il rapporto tra il “Sé percepito” di una persona e il suo “Sé ideale”: il Sé percepito equivale al concetto di sé, alla conoscenza di quelle abilità, caratteristiche e qualità che sono presenti o assenti; mentre il Sé ideale è l’immagine della persona che ci piacerebbe essere.

Secondo James “Autostima=Successo/Aspettative”. L’ampiezza della discrepanza tra come ci vediamo e come vorremmo essere è un segno importante del grado in cui siamo soddisfatti di noi stessi. Se tendiamo a svalutarci, ci sentiamo troppo lontani da come desideriamo essere, il nostro modello ideale ci appare troppo lontano e irraggiungibile, e noi ne soffriamo. Al contrario, le persone che si sopravvalutano, che sono convinte di essere come desiderano, hanno raggiunto il loro ideale, ma questa è più che altro la loro opinione.

Tuttavia anche i fattori ambientali, interagendo con l’individuo, contribuiscono a migliorare o peggiorare le prestazioni.Cooley (1902) affermava che “il sé si forma specchiandosi nelle reazioni degli altri”, suggerendo che il modo in cui consideriamo noi stessi dipende per gran parte dal modo in cui ci vengono “riflesse” dagli altri le nostre azioni e caratteristiche.

Secondo Cooley, se veniamo trattati con noncuranza o disprezzo, o se veniamo giudicati severamente dagli altri, tenderemo di riflesso ad adottare il punto di vista negativo dell’altro Che ci viene comunicato.In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi.

L’immagine che ognuno ha di sé è un mosaico che lentamente prende forma in base alle risposte che riceviamo dagli altri. La consapevolezza e la valutazione che ognuno ha di se stesso è determinata dal modo in cui gli altri ci giudicano (o pensiamo che ci giudichino).

L’autostima è, dunque, uno schema cognitivo-comportamentale, uno stile di pensiero che viene appreso via via che gli individui interagiscono con gli altri e con l’ambienteMa se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso, cioè che gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.

Autostima e performance

L’autostima positiva è considerata da molti il fattore centrale di un buon adattamento socio-emozionale. Avere una buona autostima ci rende infatti più sicuri, più felici, più desiderabili agli occhi degli altri e ci aiuta a rispondere adeguatamente alle sfide e alle opportunità della vita.L’autostima sembra infatti essere collegata a vari ambiti, tra i quali la salute psicologica (es. la depressione è stata collegata ad uno stile cognitivo che comporta una valutazione eccessivamente critica e negativa del Sé) e la performance (es. numerosi ricercatori hanno rilevato una correlazione positiva tra buona autostima e voti più alti a scuola).

Tuttavia non possiamo essere certi che un’alta autostima sia la causa di una buona performance, o che sia vero il contrario, cioè che una buona performance sia la causa di un’alta autostima, ma è verosimile che la causalità operi in entrambe le direzioni:

a) l’impressione che uno ha sulla propria performance influenza le proprie autovalutazioni;

b) le convinzioni che un individuo ha su sé stesso hanno un forte impatto sull’efficacia della sua performance.

In altre parole l’autostima può essere sia causa sia effetto di un buono o cattivo funzionamento in aree specifiche della personalità

Lo sviluppo dell'autostima

La formazione dell’autostima è un processo lungo e complesso, che ha origine nei primi anni di vita e prosegue nell’età adulta. Il concetto di sé evolve con l’età, nel senso che si sviluppa e si differenzia con l’aumentare delle esperienze, con le interazioni, con i successi e i fallimenti. Con il susseguirsi di queste esperienze di apprendimento i bambini avvicinandosi all’adolescenza, cominciano a sviluppare una autostima sempre più differenziata, specifica per ogni ambito.“L’autostima familiare” si differenzia per prima rispetto all’autostima generale.

Il bambino vive tra adulti che si prendono cura di lui, lo educano, lo proteggono. I comportamenti e gli atteggiamenti, i messaggi e le informazioni che il bambino riceve dai genitori, e poi da nonni, zii, ecc…, cioè dalle interazioni sociali più rilevanti, hanno un ruolo determinante.Nei primi anni di vita non si ha una visione personale delle cose e si dipende per tutto dai genitori, in particolare dalla mamma.

Sarà perciò la mamma a suggerire al bambino se è stato buono, se è stato obbediente e se lei è soddisfatta di lui. La mancanza di una propria soggettività fa sì che l’autostima sia inizialmente un “sé allo specchio”, ovvero il bambino si giudica con gli occhi di chi si occupa di lui.

Il bambino introietta ed elabora quello che il mondo gli comunica su se stesso, interiorizza le opinioni che gli adulti hanno nei suoi confronti e comincia a considerarle realtà indiscutibili. Frasi come “Non sei buono a niente”, “Non ti interessa proprio niente”, “Non porti mai a termine niente” vengono considerate dal bambino tanto più importanti e veritiere quanto più gli provengono da persone per lui significative, che costituiscono i suoi punti di riferimento per tutte le altre informazioni; questi messaggi vengono conservati poi per il resto della vita influenzando tutte le nostre esperienze.

Il bambino, quando è accettato e compreso dagli adulti che si occupano di lui, sviluppa un senso di adeguatezza che tende ad essere generalizzato alle altre situazioni che si presentano nel corso dello sviluppo.

 

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Scritto da

Dott.ssa Antonella Giorgio

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