Come aiutare chi non vuole aiuto?

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Cosa fare quando la persona indicata come "sofferente" o "problematica" si rifiuta di prender parte alla terapia o di farsi aiutare?

20 dic 2013 · Tempo di lettura: min.

Il trattamento indiretto di pazienti con problemi di natura psicologica è una pratica più diffusa di quanto si creda. I motivi di tale diffusione sono molteplici, a cominciare dalla grande sofferenza di coloro che si collocano vicino a tali pazienti per motivi familiari o affettivi e che, per l'appunto, denunciano il problema divenendo veri e propri strumenti della terapia.

Generalmente, la richiesta di un consulto specialistico parte dai genitori o dai familiari che chiedono soprattutto aiuto/sostegno per la difficoltà, il disagio, il disturbo manifestato dal figlio, o per la loro incapacità di far fronte ad una situazione divenuta insopportabile. Il trattamento indiretto, soprattutto in infanzia e adolescenza, è un tipo d'intervento psicologico che prevede l'utilizzo di uno o più membri della famiglia come vera e propria leva di cambiamento e come risorsa principale per promuovere o ripristinare una situazione di benessere del minore e di tutto il sistema familiare. Spesso, l'azione indiretta di una terapia efficace promuove un effetto benefico non soltanto sul paziente designato, ma anche sull'intero sistema implicato. Non sono pochi i casi in cui si assiste ad una vera e propria ristrutturazione dei ruoli, delle dinamiche relazionali, delle modalità comunicative di un sistema che precedentemente manteneva (inconsapevolmente) il problema.

Oltre ai casi in cui si presentano in terapia genitori o familiari di un paziente particolarmente resistente e che non vuole prestarsi alla seduta, la terapia indiretta può anche essere conseguenza di una vera e propria scelta terapeutica. Non sono infrequenti i casi in cui, di fronte a parametri quali l'età o la marginalità del paziente, alla luce delle possibili conseguenze che la diagnosi precoce e quindi il processo di etichettamento potrebbe recare sul paziente stesso, si preferisce agire su altre leve di cambiamento.

Troppo spesso, ancora oggi, andare in terapia attribuisce alla persona una sorta di marchio da cui si fa fatica a scappare, soprattutto se attribuito in età precoce. Come già ampiamente dimostrato dalla letteratura, etichettare una persona con una diagnosi più o meno precisa, significa strutturare il sistema ed i loro membri secondo modalità ancor più allineate a tale etichetta. La terapia indiretta consente, quindi, di prevenire il rischio di sommare ad un problema già presente, l'etichetta diagnostica di una possibile patologia che anziché risolvere il problema lo potrebbe solo aggravare.

Ad esempio, un bambino non dovrebbe esser etichettato, né come difficile, né come problematico. Tali diagnosi non farebbe altro che allarmare l'intero sistema scolastico e familiare, fino a promuovere pattern allineati a tali etichette e a incrementare nel paziente designato ulteriori comportamenti “problematici". La profezia tenderà ad auto-avverarsi. Diversamente, non venendo fisicamente in terapia, il bambino difficilmente potrà sentirsi problematico e non sarà quindi esposto all'indagine del professionista. Anzi, il destinatario indiretto dell'intervento potrà, come per magia – attraverso i nuovi pattern comportamentali dei genitori (o di chi per loro) guidati dal terapeuta – esser indotto a cambiare modalità percettive e reattive. E' quindi importante comunicare la diagnosi all'interessato solo quando non sarà più pericoloso farlo. In questi casi, come diceva il grande Ippocrate, primum non nocere.

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Scritto da

Dott. Claudio Cecchi

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