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CLAUSTROFOBIA DEL FUTURO: LA PAURA DI ESSERE NESSUNO - parte 2

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

La paura dei luoghi chiusi può essere paura dell'intimità con se stessi e con gli altri. Letteratura e mitologia possono aiutarci a superarla

22 GEN 2018 · Ultima modifica: 25 GEN 2018 · Tempo di lettura: min.
CLAUSTROFOBIA DEL FUTURO: LA PAURA DI ESSERE NESSUNO - parte 2

CLAUSTROFOBIA DEL FUTURO: LA PAURA DI ESSERE NESSUNO - parte 2

Ivano Calaon

Questa gabbia mentale fatta di prestazione, esibizione ed auto-sfruttamento viene descritto da Kafka nel racconto intitolato "Un digiunatore"

"Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l'interesse del pubblico; tutti volevano vedere il digiunatore, almeno una volta al giorno; e negli ultimi giorni c'erano perfino degli abbonati che sedevano intere giornate davanti alla sua piccola gabbia; anche di notte avevano luogo delle visite alla luce delle fiaccole, per aumentare l'effetto; quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all'aperto, e allora erano specialmente i bambini a cui veniva mostrato il digiunatore; mentre per gli adulti costituiva spesso solo uno spasso, a cui si partecipava perché era di moda, i bimbi lo guardavano ammirati a bocca aperta, tenendosi per precauzione per la mano, mentre egli, pallido, nella sua maglia nera, con le costole esageratamente sporgenti, sdegnando perfino una poltrona, se ne stava seduto sopra paglia sparsa qua e là, facendo a volte un cenno cortese con la testa, a volte rispondendo alle domande con un sorriso sforzato o allungando un braccio attraverso le sbarre per far palpare la sua magrezza;

Chi ha rinchiuso il digiunatore nella sua gabbia? La società? Gli spettatori? L'impresario? Un po' tutti, senza dimenticare lo stesso digiunatore, il quale "liberamente" si rinchiude nella gabbia per mostrare orgoglioso la propria magrezza. La gabbia si trova in un non-luogo, non sappiamo di quale città si stia parlando, ma non è importante: è un posto qualsiasi di una città qualsiasi. Il digiunatore (che a sua volta non ha un nome) ha a che fare con altri indefiniti ("gli adulti", "i bambini"). La sua è la figura di una non-persona, qualcosa che assomiglia in maniera impressionante a una persona anoressica, cioè a chi sceglie "spontaneamente" di rinchiudersi in quello spazio angusto dove è il corpo stesso a diventare un non-luogo, un'astrazione priva di peso e di forma.

Il digiunatore è ossessionato dal problema della verità. Teme di essere considerato un impostore, è in ansia perché qualcuno potrebbe pensare che egli,in qualche modo, non stia veramente digiunando. Si fa circondare da guardiani, in genere macellai. Non è mai solo, tuttavia non ha alcun rapporto autentico con chi gli sta intorno, la vicinanza non crea intimità. E' ammirato, ma in fondo disprezzato. E simmetricamente disprezza il suo pubblico, si sente superiore, il migliore della sua assurda arte, ma in ogni istante teme di perdere l'unica cosa che gli da una visibilità, un ruolo, la sensazione di esistere.

Quanto più il digiunatore presta attenzione a questo aspetto, quanto più si sforza di mostrarsi autentico, tanto più si sente falso. La vergogna e il disprezzo di sé nascosti dentro la gabbia di una disperata e impossibile ricerca di perfezione sono gli ingredienti di base dell'atteggiamento claustrofobico. Un sorta di non-luogo psichico dove fuggire dalla paura dell'intimità con sé stessi, con i propri pensieri, con uno schiacciante senso di inadeguatezza rispetto al proprio ideale di vita. Nel film "Il talento di Mr. Ripley" , il protagonista Tom, riflettendo sulla menzogna della propria vita,sintetizza tutto ciò dicendo:

" Ho sempre creduto molto meglio essere un falso qualcuno che un'autentica nullità"

Come fare per uscire da questo senso di oppressione, dal timore di diventare nessuno, di non avere un'identità riconoscibile e riconosciuta? Una suggestione può venire da un episodio dei vagabondaggi di Ulisse.

In Sicilia, davanti ad Acitrezza, un sobborgo di Catania, si trovano i faraglioni dei ciclopi. Secondo la leggenda sono massi che il gigante Polifemo ha scagliato in mare contro Ulisse in fuga. Cosa aveva combinato il nostro eroe per meritare tanta rabbia?

Spinto dalla curiosità, Ulisse vuole conoscere i ciclopi, mostruosi giganti con un unico occhio in mezzo alla fronte. Insieme a dodici compagnisi introduce nella grotta di Polifemo, il più terribile di tutti. Qui lui e i suoi vengono però catturati dal gigante, che blocca l'ingresso della grotta con un enorme masso e divora sei uomini. Per uscire dalla trappola Ulisse ordisce uno stratagemma. Ha con sé del vino dolcissimo e molto forte, lo offre al Ciclope che gradisce così tanto da promettere a Ulisse un dono, chiedendogli però anche il suo nome. Ulisse dice di chiamarsi "Nessuno". "E io mangerò per ultimo Nessuno", sentenzia il ciclope. Dopodiché cade in un sonno profondo, stordito dal vino. Nel frattempo i sopravvissuti preparano un lungo palo di ulivo che, al momento opportuno, piantano nell'occhio del Ciclope addormentato, accecandolo. Polifemo urla così forte che fa accorrere i ciclopi suoi fratelli. "Perché stai gridando?" gli chiedono, "Nessuno sta cercando di uccidermi" risponde. I ciclopi lo credono ubriaco e lo lasciano nel suo dolore. La mattina dopo Polifemo fa uscire dalla grotta il suo gregge di pecore per liberarle, poiché lui non è più in grado di badare a loro. Al tempo stesso si piazza davanti alla porta della caverna, tastando ogni pecora in uscita per trovare e uccidere i greci. Ognuno di loro si aggrappa al vello del ventre di una pecora riuscendo a sfuggire al tocco di Polifemo. Ulisse, ultimo ad uscire dalla grotta, si aggrappa all'ariete più grande, l'animale preferito del ciclope.

Polifemo ha un occhio solo e una grande forza. Ulisse due occhi e un gran senso dell'umorismo. Un occhio solo rende tutto piatto, due occhi servono per vedere la profondità dello spazio. In senso simbolico avere un unico occhio significa avere una visione claustrofobica della realtà. Il ciclope rappresenta l'incapacità di cambiare punto di vista, è l'impossibilità di pensare e sognare nuove immagini di se stessi e del mondo. Ulisse viene a volte indicato nell'Odissea come "polytropos", un aggettivo che può essere tradotto in vari modi: "che sa guardare da molte parti", "che cambia molte direzioni" ma anche "multiforme", "dalle mille astuzie". L'eroe prigioniero nella grotta di Polifemo è impotente, non ha identità, è un signor nessuno. La sua astuzia, il suo eroismo sta proprio nel guardare in modo diverso il suo essere zero, nel modificare la direzione del suo sguardo e di trovare forme nuove in ciò che, apparentemente immodificabile, sta davanti ai suoi occhi.Una capacità negativa, un non-fare che gli permette di cambiare prospettiva su se stesso e sul poco che ha a disposizione. L'enorme occhio di Polifemo, invece, è cieco ben prima di essere trafitto dal palo di ulivo.

E così, grazie alla sua visione binoculare, Ulisse non viene bloccato dalla paura nella grotta, non si sente preso in una trappola mortale: "quel posto" non sarà la sua tomba. Conosce se stesso e perciò può fingere di essere nessuno. Il futuro trova posto dentro di lui. E' tempo di nuove avventure e nuovi incontri navigando il mare scuro come il vino.

CLAUSTROFOBIA DEL FUTURO: LA PAURA DI ESSERE NESSUNO - parte 2
Scritto da

CSTCS - Centro Studi per la Terapia della Coppia e del Singolo

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