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Autostima implicita ed esplicita: due strumenti d’indagine a confronto

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Viene presentato un esperimento nel quale due strumenti d’indagine dell’autostima, uno dei quali esplicito  ed uno implicito, si valuta la capacità predittiva del comportamento.

27 GEN 2014 · Tempo di lettura: min.
Autostima implicita ed esplicita: due strumenti d’indagine a confronto
Il termine “autostima” appare per la prima volta nella letteratura psicologica grazie a James (1890). Esso viene utilizzato per indicare l’atteggiamento che le persone manifestano verso di sé. L’originaria definizione di James concettualizza il grado d’autostima di un individuo sulla base del rapporto tra le aspettative circa gli esiti delle proprie azioni e i successi ottenuti nelle diverse sfere di vita.

Secondo James, infatti, la differenza tra aspettative ed esiti determina l’autostima in una specifica sfera del sé: materiale, sociale o spirituale. E’ tuttavia un’osservazione abbastanza comune quella che alcune persone, la cui vita appare costellata di successi, sono caratterizzate da scarsa autostima. Sulla base di quest’osservazione, la concezione di autostima si è evoluta durante il secolo scorso e il processo di costruzione di una forte autostima viene generalmente considerato come il risultato di un adeguato stile di coping, vale a dire della capacità di affrontare apertamente ed in modo strategico situazioni problematiche.

Come avviene per altri costrutti di personalità, spesso vi è l’esigenza di utilizzare strumenti obiettivi di valutazione del grado di autostima delle persone e la tecnica abituale d’indagine è quella del questionario. I questionari generalmente utilizzati per la valutazione dell’autostima, tuttavia, frequentemente lasciano insoddisfatti gli operatori. La ragione di quest’insoddisfazione è legata al fatto che la natura del concetto misurato è sovente esplicita alla persona della quale si desidera conoscere il grado di autostima; questo costrutto è troppo carico di aspettative sociali perché ciò non porti a dei tentativi di distorsione delle risposte. Accade così che le risposte non sempre siano legate ad un’onesta valutazione delle proprie caratteristiche.

Il modo in cui le persone si valutano e i sentimenti che dicono di provare rischiano di dipendere più dalla motivazione a presentarsi in modo positivo che dall’autostima. Sia strategie di impression management (Tedeschi, Schlenker e Autostima implicita ed esplicita Bonoma, 1971), sia di self-deception (Gur e Sackeim, 1979) concorrono a modificare le risposte di un individuo ad un questionario di autostima, intendendo con le prime una falsificazione conscia delle risposte per offrire agli altri un’immagine favorevole di se stessi e con le seconde le risposte inconsapevolmente viziate in modo positivo dal rispondente (cfr. Paulhus, 1984).

Un questionario carta-e-matita non permette di discriminare coloro che possiedono una genuina e forte autostima da coloro i quali invece distorcono le proprie risposte al questionario per ingannare gli altri o se stessi. La confusione causata da questi e da altri fattori, come il timore di essere valutati (Rosenberg, 1969), è probabilmente una delle ragioni per cui i questionari espliciti di autostima spesso falliscono quando si tratta di prevedere la reazione delle persone di fronte all’insuccesso.

Il banco di prova dell’autostima: le reazioni di fronte ad esiti negativi

Molte volte le persone compiono azioni con esiti immediati di successo ed insuccesso, come per esempio affrontare un esame scolastico, chiedere ad una persona interessante di uscire assieme, partecipare ad una competizione sportiva; questi esiti possono avere implicazioni per l’autostima.

Affrontare un successo è di solito piuttosto facile e non costituisce una sfida particolarmente impegnativa; una reazione appropriata a un esito positivo, pertanto, non necessita di un livello elevato d’autostima. L’insuccesso, al contrario, costituisce generalmente una minaccia non soltanto per le sue conseguenze pratiche immediate, come per esempio la necessità di ripetere l’esame fallito, ma anche per le ricadute sull’autostima e sulle aspettative per il futuro. La capacità di reagire all’insuccesso senza farsi condizionare eccessivamente è considerata indicatrice di una robusta autostima (cfr. McFarlin e Blascovich, 1981; Lobel e Teiber, 1994). Con una metafora tratta dal mondo dello sport, possiamo pensare alle condizioni di successo come gare ciclistiche in discesa: un corridore scarso con una gran voglia di farsi notare potrebbe tentare di sfruttare al massimo questa condizione che livella le prestazioni e rendere più di un buon corridore che non ha alcun desiderio di strafare. E’ altrettanto probabile, però, che su un tracciato che prevede invece lunghi Autostima implicita ed esplicita tratti in salita il corridore scarso accusi la difficoltà molto più del corridore bravo, risultando alla fine notevolmente distaccato.

Secondo tale ragionamento, mentre le persone con autostima solida e genuina, come dei bravi corridori, non dovrebbero modificare le loro aspettative in modo significativo in seguito ad esperienze negative, coloro che sono caratterizzati da un livello di autostima più debole, basato in larga parte su strategie di auto presentazione, darebbero il massimo nelle condizioni facili, ma non sarebbero altrettanto capaci di affrontare le sfide costituite dagli esiti negativi e pertanto ne risentirebbero in misura maggiore.

Un buono strumento di misurazione dell’autostima, di conseguenza, dovrebbe permettere non soltanto la previsione delle reazioni a situazioni coronate da successo, ma anche e soprattutto ad esiti negativi. Molte ricerche condotte attraverso la tecnica del questionario, tuttavia, hanno evidenziato difficoltà nella reazione all’insuccesso anche da parte di coloro che erano caratterizzati da elevati punteggi d’autostima.

Ciò avvalla l’analisi precedentemente esposta secondo cui le valutazioni dell’autostima basate su questionari risentano in modo eccessivo di variabili spurie. Particolarmente rilevante a questo proposito è una ricerca di Lobel e Teiber (1994). Questi autori distinguono due tipologie di persone che ottengono punteggi elevati ai questionari d’autostima: coloro che sono caratterizzati da un’alta autostima ‘genuina’ e coloro la cui autostima invece è di tipo ‘difensivo’. I primi ottengono elevati punteggi ai questionari d’autostima sulla base della presenza di una solida autostima, i secondi sulla base di distorsioni nelle risposte, causate da strategie di auto-presentazione. Nella ricerca di Lobel e Teiber (1994) le persone caratterizzate da autostima ‘genuina’ e ‘difensiva’ venivano differenziate sulla base dei punteggi ad un questionario di desiderabilità sociale. Coloro che, a fronte di un elevato punteggio al questionario di autostima, presentavano bassi punteggi di desiderabilità sociale, erano considerati come caratterizzati da un’autostima ‘genuina’, mentre coloro che, pur con alti punteggi di autostima, presentavano anche un elevato punteggio di desiderabilità sociale, erano considerati come caratterizzati da un’autostima ‘difensiva’. Gli autori evidenziarono che i rispondenti con autostima ‘genuina’ reagivano meglio ad Autostima implicita ed esplicita un insuccesso, rispetto a coloro che erano caratterizzati da autostima ‘difensiva’. In particolare, questi ultimi dopo un esito negativo esprimevano aspettative per il futuro più basse, rispetto alla condizione in cui l’esito era stato positivo, a riprova del fatto che l’evento negativo li condizionava significativamente. Le aspettative di coloro che erano caratterizzati da autostima ‘genuina’, al contrario, erano legate alla loro visione di sé più che agli eventi immediati, a riprova del fatto che un singolo evento negativo non riusciva a scalfire la loro salda visione positiva di sé. Sulla base di questi risultati, è evidente la necessità di sviluppare nuovi strumenti di indagine ‘oggettiva’ dell’autostima, meno influenzati da variabili spurie. Una soluzione a questo problema potrebbe trovarsi nella valutazione implicita dell’autostima.

La valutazione indiretta dell’autostima

Da sempre interessata allo studio degli atteggiamenti, la psicologia sociale, e in particolare quel settore che è noto come ‘cognizione sociale’, ha evidenziato che gli atteggiamenti non si manifestano soltanto in modo esplicito, vale a dire consapevole e controllato, ma anche in modo implicito, vale a dire automatico e inconsapevole (Arcuri e Castelli, 2000). Quando le persone sono poste di fronte ad un oggetto d’atteggiamento, come per esempio un candidato politico, una persona appartenente ad una minoranza stigmatizzata, o una certa marca di patatine, la valutazione nei confronti di quest’oggetto viene attivata in maniera automatica. Questa valutazione automatica influenza i comportamenti e le scelte spontanee verso l’oggetto d’atteggiamento. La psicologia cognitiva e sociale-cognitiva ha sviluppato diverse tecniche volte all’indagine di tali reazioni automatiche. Le più note sono probabilmente i paradigmi di priming valutativo (es. Fazio, Jackson, Dunton, e Williams, 1995) e l’Implicit Association Test (IAT, Greenwald, McGhee e Schwartz, 1998). Questi strumenti possono essere impiegati fruttuosamente in molti campi d’indagine, dagli atteggiamenti politici alla psicologia del consumatore, dalla psicologia del pregiudizio alla valutazione della personalità (cfr. Zogmaister e Castelli, 2005).

Autostima implicita ed esplicita

Per quanto concerne la tematica dell’autostima, nella prospettiva socio-cognitiva essa viene considerata come un’associazione tra il concetto di sé ed una valutazione positiva (Farnham, Greenwald e Banaji,1999). Persone con gradi diversi d’autostima sarebbero caratterizzate da differenze nell’associazione tra il sé e la dimensione valutativa bipolare. Lo IAT, citato in precedenza, sembra essere uno strumento particolarmente adatto all’analisi di tale associazione. Questo strumento, recentemente sviluppato proprio per l’analisi della forza dell’associazione cognitiva tra concetti, può essere impiegato per l’analisi di diversi costrutti di natura valutativa e i suoi punteggi sono difficili da falsificare attraverso strategie di autopresentazione (cfr. Zogmaister e Castelli, 2005).

Gli obiettivi di questo lavoro

Questo lavoro si propone due obiettivi. L’obiettivo preliminare è quello di verificare l’applicabilità di una versione italiana dello IAT all’indagine dell’atteggiamento di una persona verso il sé, vale a dire l’autostima. Lo IAT è infatti uno strumento ampiamente utilizzato per l’indagine di atteggiamenti di natura implicita e precedenti studi condotti in paesi di lingua inglese suggeriscono un suo proficuo utilizzo nell’ambito dell’indagine sull’autostima (Bosson, Swann e Pennebaker, 2000). L’obiettivo prioritario consiste nel porre a confronto la misura implicita d’autostima fornita dallo IAT con una misura esplicita dello stesso costrutto, vale a dire con un questionario d’autostima. Nonostante significative ricerche sull’argomento dell’autostima (inter alia, Bosson et al., 2000; Farnham et al., 1999; Greenwald e Farnham, 2000; Lobel e Teiber, 1994; McFarlin e Blascovich, 1981), infatti, ancora non si è arrivati ad un’unica conclusione circa l’opportunità di utilizzare uno strumento di indagine implicito oppure esplicito per la sua valutazione. Per tale ragione in questo lavoro vengono comparati due tra i più rappresentativi strumenti di analisi di Autostima implicita ed esplicita ciascuna categoria, somministrandoli allo stesso campione di partecipanti. Nello specifico, ci si avvale come già detto dello IAT per la valutazione dell’autostima implicita, operazionalizzata come grado in cui gli individui associano spontaneamente il concetto di sé ad attributi positivi. Per la determinazione dell’autostima esplicita, invece, viene utilizzata la scala di Rosenberg (Rosenberg, 1965). Le potenzialità predittive dello strumento esplicito e di quello implicito vengono indagate in una situazione sperimentale nella quale alle persone viene chiesto di fronteggiare, rispettivamente, esiti di successo oppure insuccesso. Tale disegno sperimentale è basato sulla nozione teorica precedentemente discussa secondo cui l’insuccesso, più del successo, costituisca il banco di prova di una misura di autostima. Pertanto, è ipotizzabile che a fronte di esiti di successo tanto le misure d’autostima ‘genuina’, quanto le misure d’autostima ‘difensiva’ permettano la previsione del comportamento degli individui; a fronte di esiti di insuccesso, tuttavia, solamente una misura d’autostima ‘genuina’ permetterà di prevedere le reazioni delle persone (Lobel e Teiber, 1994).

Gli strumenti oggetto d’indagine

Misura implicita d’autostima: IAT.

Lo IAT (Greenwald e al., 1998) è uno strumento utilizzato per valutare la forza delle associazioni automatiche tra concetti. Esso si basa su una serie di cinque compiti di categorizzazione, somministrati al computer. In ciascuno di questi compiti, al rispondente vengono presentati degli stimoli (immagini o parole) uno dopo l’altro al centro del monitor. Ciascuno stimolo dev’essere assegnato alla categoria appropriata, nel modo più rapido ed accurato possibile, premendo un apposito tasto della tastiera. Tre di questi compiti hanno lo scopo di permettere al rispondente di apprendere le modalità di risposta, mentre due di essi sono critici. Nei compiti critici, vengono presentati quattro tipi di stimoli. Per esempio, in uno IAT volto a misurare la preferenza per i fiori oppure gli insetti, verranno presentate parole positive, parole negative, nomi di fiori e nomi di insetti. Per assegnare lo stimolo ad una di queste quattro categorie, il rispondente ha a Autostima implicita ed esplicita disposizione due soli tasti e pertanto ogni tasto associa due categorie. Nel primo compito critico, i fiori sono associati nella risposta alle parole positive e gli insetti alle parole negative. Nel secondo compito critico, i fiori sono associati alle parole negative e gli insetti alle parole positive. Per una persona che preferisce i fiori agli insetti, il primo compito sarà più facile del secondo. Quanto più forte è l’associazione cognitiva tra fiori e valenza positiva da una parte e tra insetti e valenza negativa dall’altra, tanto più facile è il primo compito rispetto al secondo. Per un entomologo che preferisse gli insetti ai fiori, al contrario, il secondo compito sarebbe più facile del primo e l’entità dell’associazione cognitiva tra insetti e valenza positiva sarebbe evidenziata, ancora una volta, dal grado di maggiore facilità del secondo compito rispetto al primo. La facilità o difficoltà di ciascuno dei compiti di categorizzazione si manifesta in due modi: nella rapidità e nel numero d’errori commessi (Greenwald et al., 1998). Pertanto l’atteggiamento verso un concetto viene stimato sulla base di due indici. Il primo è l’indice IAT-latenze, costituito dalla differenza tra la velocità della prestazione nel compito in cui il concetto viene associato ad una valenza negativa e la velocità della prestazione nel compito in cui il concetto viene associato ad una valenza positiva. Il secondo è l’indice IAT-errori, costituito dalla differenza tra il numero d’errori commessi nei due compiti. Punteggi positivi dei due indici segnalano atteggiamenti positivi verso il concetto in esame, punteggi negativi al contrario segnalano atteggiamenti negativi.

Per quanto concerne il concetto di autostima, nello IAT essa viene operazionalizzata come maggiore facilità di associazione tra concetti legati a sé e parole positive, rispetto all’associazione tra concetti non legati a sé e parole positive (Farnham et al.,1999). Nel primo compito di uno IAT volto a misurare l’autostima, i partecipanti eseguono un compito di categorizzazione di stimoli appartenenti alle due categorie “sé” ed “altri”. Nel secondo compito, viene invece proposto un compito di categorizzazione di stimoli nelle due categorie “piacevole” e “spiacevole”. Il terzo è uno dei due compiti critici: i partecipanti devono classificare gli stimoli delle quattro categorie precedenti, utilizzando due soli tasti di risposta. Per esempio, uno dei tasti di risposta potrà associare parole positive e stimoli che rappresentano il sé, l’altro tasto parole negative e stimoli che Autostima implicita ed esplicita rappresentano la categoria ‘altri’. Il quarto compito è analogo al secondo, con l’eccezione che la modalità di risposta è invertita: il tasto che in precedenza era utilizzato per la categoria ‘piacevole’ viene ora usato per la categoria ‘spiacevole’ e viceversa. Il quinto compito, infine, è simile al terzo, ma l’associazione tra stimoli è controbilanciata. Per esempio, uno dei tasti di risposta potrà associare parole negative e stimoli che rappresentano il sé, l’altro tasto assocerà invece parole positive e stimoli riferiti alla categoria ‘altri’. Poiché precedenti ricerche hanno evidenziato un effetto dell’ordine di presentazione dei compiti, generalmente esso viene controbilanciato tra i partecipanti.

La scala di Rosenberg

La scala d’autostima di Rosenberg (Rosenberg, 1965) è una delle misure d’autostima più diffuse nella ricerca sociale. Essa si propone come un questionario di misura unidimensionale di autostima globale. Sviluppato col metodo dello scalogramma di Guttman, i suoi item rappresentano un continuum composto da affermazioni relative all’atteggiamento nei confronti di se stessi, che va da affermazioni con cui generalmente si dichiara d’accordo anche chi ha una scarsa autostima, ad affermazioni con cui afferma d’essere d’accordo soltanto chi è caratterizzato da autostima elevata. Il campione originario sul quale la scala è stata sviluppata era composto da 5024 studenti di scuola superiore di dieci scuole, selezionate in maniera casuale nello stato di New York. Sono state condotte diverse ricerche per indagare la validità ed affidabilità della scala d’autostima di Rosenberg, con esiti piuttosto soddisfacenti, soprattutto quando i rispondenti erano costituiti da popolazioni studentesche (Silbert e Tippett, 1965; Crandall, 1973; McCarthy e Hoge, 1982). Sebbene proposta come scalogramma di Guttman, molti ricercatori preferiscono assegnare i punteggi sommando le risposte dei soggetti alle dieci affermazioni, secondo il metodo di Likert (Kaplan e Pokormy 1969; McCarthy e Hoge 1982; Shahani, Dipoye e Philips, 1990; Hagborg, 1993). Nella versione originaria della scala, ai partecipanti veniva chiesto di esprimere il loro grado di accordo attraverso una scala di risposta a quattro punti, ancorati agli estremi da ‘completamente Autostima implicita ed esplicita d’accordo’ a ‘per niente d’accordo’. La scala è stata utilizzata anche con modalità di risposta a sei punti, ottenendo caratteristiche psicometriche soddisfacenti (es. Shahani et al., 1990). Questa scala generalmente presenta elevata affidabilità, con correlazioni test-retest generalmente nella gamma da .82 a .88 e coefficienti Alpha di Cronbach da .77 a .88 (cfr. Blascovich e Tomaka, 1991 e Rosenberg, 1986).

 
Scritto da

Dott. Stefano Mattedi

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