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Arcobaleno: una comunità per tossicodipendenti in carcere

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Un capitolo del libro alla cui stesura ha partecipato la Dott.ssa Jessica Ferrigno. Libro a cura di E. Teta e E. Bignamini edizioni Youcanprint 2014.

6 SET 2016 · Tempo di lettura: min.
Arcobaleno: una comunità per tossicodipendenti in carcere

Dal capitolo casi clinici: il caso di Alessandro. Il trattamento di un disturbo narcisistico-antisociale in carcere.

Presentazione del caso

Alessandro è stato arrestato nel luglio 2006; questa è la sua seconda carcerazione. I titoli di reato per cui è detenuto sono traffico internazionale e spaccio di sostanze stupefacenti e possesso di armi da guerra ed esplosivi. Le sostanze stupefacenti che usa sono cocaina e cannabis.

Nei colloqui non emergono emozioni, vi è una opacità dell'esperienza emotiva che assume le forme dell'alessitimia; i contenuti portati sono fattuali, astratti, generici.

Storia di sviluppo

Alessandro nasce dalla mamma Patrizia e dal padre Salvatore nel 1973, "la migliore annata di champagne", come gli piace ripetere. Figlio unico, trascorre l'infanzia tra i nonni materni e la famiglia di origine.

Alessandro racconta di una infanzia caratterizzata da deprivazione, violenza e trascuratezza, fisica ed emotiva, isolamento affettivo in un quadro caratterizzato da grave negligenza (Liotti e Farina, 2011) e da una sostanziale incapacità dei genitori nell'accudimento. La famiglia si rivela inadeguata, inconsistente, ambivalente, fallimentare nel tracciare i confini.

Il padre, dipendente da eroina, viene descritto come violento fisicamente verso la madre, impulsivo, imprevedibile, spaventante.

Dall'età di 8 anni viene utilizzato nelle attività illecite del padre, che spacciava ed utilizzava la casa per preparare l'eroina, casa in cui giravano soldi, droga, armi e personaggi del mondo deviante. Alessandro aiutava a "tagliare" l'eroina, a spacciarla nella zona, a ritirare i guadagni. Durante le carcerazioni del padre serviva come tramite con l'esterno, dove veniva impiegato per mandare avanti le attività illecite.

La madre è descritta come assente, sia fisicamente che emotivamente, proiettata solo sul suo lavoro, si occupa di assistere ad alcuni anziani, preoccupata della sussistenza della famiglia, ma incapace a prendersi cura del figlio, anche nei suoi bisogni fisici.

Oltre ad essere trascurante ed incapace di dare cura, la madre appare ambivalente: ripete al figlio che deve andare a lavorare, ma in un periodo di ristrettezza economica, in cui il marito è in carcere, è lei stessa che reperisce la droga e la dà al figlio affinché si procuri i soldi spacciandola: "Mia madre è sempre stata compiacente, faceva finta di non sapere niente".

Racconta di come, nel periodo delle elementari, cercasse altri bambini per giocare ma che questi trovassero scuse per non giocare con lui perché legato ad una famiglia appartenente al mondo della delinquenza. "Ho sempre giocato da solo, la società mi ha escluso, allora ho deciso io di escludere la società" afferma, preludio allo sviluppo dell'orgoglio di non appartenere, nucleo del disturbo narcisista (Semerari, 2009).

In questo contesto Alessandro costruisce la sua identità: caratterizzato dalla ricerca di potere e di controllo su contesto, eventi e persone con il bisogno di essere indipendente. Alessandro rifiuta, anche violentemente, se necessario, qualsiasi tipo di controllo, dovuto all'esperienza di non essere stato accolto con attenzione e tenerezza ed ha paura di affidarsi ad un'altra persona che possa avere una qualche autorità su di lui, con una sfiducia di base nella capacità degli altri di fornire la cura e le attenzioni richieste. Alessandro persegue solo gli obiettivi della grandiosità ed onnipotenza, che gli danno piacere, un'immagine di forza, superiorità e potere assoluto, di cui si compiace grandemente. Il sé grandioso e l'onnipotenza permettono l'appartenenza ad un gruppo di eletti contro il senso di inferiorità ed esclusione. Emerge la dinamica narcisistica, una forma di motivazione a raggiungere un'immagine positiva di sé dove la positività del livello di autostima raggiunto deve continuamente essere incrementata (Semerari, 1999). Al raggiungimento dell'immagine positiva, dove quella ideale e reale coincidono, si premia con la cocaina " come relax" che usa in modo compulsivo per qualche giorno. La cocaina rappresenta il vissuto di chi vuole andare oltre ogni limite, perché di nessun limite conosce la legittimità, e la possibilità di permettersi un piacere straordinario, degno di una persona straordinaria attraverso la gratificazione data dalla sostanza.

Alessandro usa dosi elevate di cocaina per via endonasale (circa 10 gr/die) utilizzata in "abbuffate" in maniera episodica; quando sente di stare per perdere il controllo interrompe l'uso. Usa cannabinoidi in modo più continuativo con un ruolo sedativo e rilassante, permettendo che "la testa si fermi".

Terapia

Il percorso terapeutico di Alessandro inizia il 03/02/2010 e termina il 29/09/2011 quando esce in affidamento territoriale presso una struttura di Reinserimento, per permettere un graduale inserimento all'esterno vista la personalità del paziente e la lunga detenzione. La storia di vita e l'osservazione clinica inquadrano il caso come affetto da disturbo antisociale e narcisistico di personalità.

Le sedute di psicoterapia individuale si sono svolte a cadenza bi-settimanale per un numero totale di centoquarantanove.

Esiste ampio consenso sul fatto che i pazienti con gravi comportamenti antisociali non traggono in genere beneficio da un approccio terapeutico fondato solo su una psicoterapia ambulatoriale (Gabbard, 2000). L'esperienza di un trattamento in una Comunità Terapeutica all'interno di una struttura contenitiva costituisce, secondo la letteratura, un importante elemento per il trattamento di questa tipologia di pazienti, messi in una cornice rigida, controllata, forte, stabile e coerente. La costituzione del gruppo di lavoro, con psicoterapeuti, assistenti sociali ed educatori formati insieme al personale di Polizia Penitenziaria che collabora nel programma, può favorire il trattamento di questa tipologia di pazienti.

Nello specifico di Alessandro la detenzione in Arcobaleno ha reso possibile che egli, costretto a sostare in una cornice rigida, sia riuscito a riflettere su di sé, per cercare di capire il suo funzionamento che lo ha portato a perdere la libertà. L'avere seguito solo mete coerenti al sé grandioso lo ha lasciato solo e privato della libertà. La deflessione del tono dell'umore, inoltre, dovuto alla fine della relazione con la compagna, cinque mesi dopo l'ingresso, ha rappresentato un'apertura alla terapia.

La terapia con questo paziente si è centrata sulla costruzione di una difficile alleanza terapeutica. Alessandro vive gli altri o come alleati in funzione di scopi personali o come nemici, portando gli operatori ad oscillare tra queste posizioni. La terapia e le invalidazioni sono vissute dal soggetto come un gesto ostile, un attacco, divenendo spesso " la terapia dell'ostilità" (Lorenzini, Sassaroli, 1995).

La sua iniziale richiesta di aiuto è finalizzata soprattutto a favorire il desiderio di uscita.

In realtà una delle problematiche maggiori da affrontare nelle fasi iniziali del programma è la motivazione dei pazienti all'interno di un contesto coatto, dove spesso la richiesta di aiuto è strumentale. Spesso il senso di vuoto, di aridità, vissuto dagli operatori quando emerge questo tipo di motivazione è il riflesso della strumentalità di una richiesta dove il paziente tenta di "controllare", mentre terapeuta e terapia sono vissuti dal paziente come oggetti completamente svalutati ed assumono senso solo rispetto alle intenzioni manipolative dello stesso (Cancrini, 2006).

I primi mesi si è rivelato adeguato al contesto in maniera superficiale, faceva il " detenuto e paziente modello", rispondendo in maniera studiata secondo ciò che pensava che gli operatori si aspettassero dovesse fare e volessero sentire. Si trovava ad osservare e studiare il luogo per testare quanto poteva fidarsi del contesto e controllarlo, aderendo passivamente al programma in maniera superficiale ed inizialmente strumentale. Passava più volte davanti all'ufficio, sapeva gli orari di presenza di tutti gli operatori. Il paziente suscitava grande tenerezza per la sfiducia che emergeva, per il suo bisogno di tenere tutto e tutti sotto controllo.

All'inizio ha mostrato forte diffidenza, sia verso la terapeuta, sia nei confronti della comunità. Il contenimento offerto dalla struttura in un ambiente con precise regole e norme, con una organizzazione ferma e coerente ha fatto sì che, " immobilizzato" dal setting (Gabbard, 2000), potesse sentire emozioni e vissuti che fuori scaricava attraverso impulsi ed acting-out che facevano sì che non entrasse mai in contatto con questi vissuti. Le risposte ferme, prevedibili, coerenti a tutte le infrazioni alle regole rispetto al programma terapeutico frustrano il paziente, bloccando le sue azioni tipiche di rabbia permettendogli di entrare in contatto con la propria ansia, depressione, aggressività.

L'immagine che Alessandro ha di sé è assolutamente grandiosa, di tenacia, forza, capace di raggiungere gli obiettivi più alti in un contesto così difficile come quello deviante. L'immagine di sé come speciale, al di sopra delle regole, è quella accettata; l'immagine di sè debole, fragile sembra non emerga nemmeno alla coscienza, portando a grande rabbia. Vi è uno scarso accesso alle emozioni legate alla attivazione del sistema di attaccamento (sofferenza, dolore, paura, solitudine) e i desideri non integrati nell'immagine grandiosa di sé. Ma, immobilizzato dal setting, oltre allo stato grandioso si tratteggiano gli altri stati di funzionamento, tra cui lo stato depresso, quello in cui prova sensazioni di esclusione da parte degli altri, vergogna e senso di inferiorità con scarsa autostima.

La relazione terapeutica è stata uno strumento importante per favorire l'accesso ai desideri non integrati nell'immagine grandiosa di sé. Alessandro sentiva una incapacità a rispondere alle richieste di vicinanza degli altri e la strategia utilizzata per padroneggiare i problemi interpersonali era "l'indipendenza difensiva" (Dimaggio, Semerari, 2009).

Uno degli episodi relazionali più significativi per l'alleanza terapeutica ed esplicativo del funzionamento di questo paziente, avviene qualche giorno dopo avere ricevuto la visita della compagna che gli riferisce di avere una nuova relazione, dando origine a forti spunti depressivi con temi di perdita. Due giorni dopo il colloquio cerca la terapeuta e le riferisce "ho fatto una cosa brutta", raccontando di avere fumato cannabis la sera prima, "per non pensare" e non sentire la sofferenza attivata dalla perdita della compagna. La terapeuta legge la dichiarazione del paziente come un test per vagliare la possibilità di avere fiducia in lui e nello stesso tempo mette la terapeuta nella posizione difficile di gestire l'infrazione di una delle più gravi regole della struttura. Alessandro sa, infatti, che l'uso di sostanze non è consentito all'interno della S.C.A. e può portare all'allontanamento.

Nella intervisione con i colleghi ci si sofferma sul fatto che il paziente ha portato una comunicazione alla terapeuta, non ha ingannato né raggirato l'équipe, rimanendo in una cornice terapeutica e per questo viene deciso di non allontanarlo dal programma e di trattare la infrazione alla regola e il senso e significato dell'atto. L'équipe terapeutica diviene "io ausiliario" (Gabbard, 2000) in termini di giudizio per il paziente, sottolineando la sua incapacità a prevedere le conseguenze delle proprie azioni, attentando alla propria incolumità.

L'intervento psico-educativo attuato, per non colludere con la tendenza del paziente a minimizzare la gravità del gesto, è stato un intervento sanzionatorio cui è seguito uno riparativo. L'autorità protegge, dando limiti e confini, tutelandone il loro rispetto, ma Alessandro doveva assumersi la responsabilità dell'azione fatta. La sanzione, in questo senso, viene a fare parte del trattamento, come la detenzione rappresenta la restituzione a livello istituzionale delle sue condotte devianti. L'intervento educativo adottato dal gruppo di lavoro è stato quella di confinarlo nella propria stanza e toglierlo dal gruppo dei pari per riflettere sulle proprie modalità.

Questo episodio è stato utilizzato per avvicinare il paziente ad una riflessione personale e di responsabilità individuale, per integrare l'immagine di sé e del suo funzionamento, il sé ideale coesiste con quello reale, e giungere ad una immagine globale e maggiormente integrata di sé.

L'aspetto relativo alle regole, ed il relativo trattamento, emerge anche nella relazione individuale. Lo stile comunicativo tenuto dal paziente era debordante, non trovava limite in sé stesso la terapeuta si trovava a dover contenere il discorso, dando limiti e confini; Alessandro ripete spesso la stessa frase, in una modalità sfinente. Per far fronte a ciò, nella relazione terapeutica, il terapeuta deve mantenere regole e confini in modo autorevole e fermo, in un assetto coerente con l'organizzazione e con gli aspetti di personalità del paziente, per fargli sperimentare come norme e regole facciano parte dell'esistenza di ognuno, come contengano e siano anche tutelanti.

Quando si attiva nel paziente l'immagine di sé debole e bisognoso di cure attiva uno stile di attaccamento evitante dove lo svalutare ed escludere gli affetti legati all'attivazione del sistema di attaccamento è la strategia utilizzata per padroneggiare i problemi interpersonali in un legame tra onnipotenza e depressione che Alessandro inizia a significare. "Ho sempre sofferto da solo, senza dare nulla di me stesso. Mi sentivo invincibile perché non avevo bisogno di nessuno, la onnipotenza per non sentire il dolore e per non vedere quanta sofferenza c'era in me". Ora riconosce maggiormente desideri e bisogni più intimi. L'esperienza all'interno di una Comunità Terapeutica, in un gruppo di pari, con il sostegno di una èquipe di lavoro esperta, ha fornito un'esperienza relazionale diversa nell'esistenza del paziente, fornendo un nuovo schema interpersonale e mettendo in discussione le proprie credenze patogene. L'esperienza di una genuina relazione dove l'altro aiuta, non collude, non sfrutta, ma protegge ed aiuta ha permesso che si spogliasse dalle difese e provasse fiducia, costruendo un legame sicuro: "Forse, per la prima volta in vita mia ho il coraggio di toccare dentro me stesso".

La maggiore consapevolezza della ricerca incessante di onnipotenza, attraverso cui fa coincidere sé ideale e sé reale, ha permesso una maggiore integrazione. La sua identità di " criminale" coesiste con quella di " bambino fragile e solo". Nella comunità ha trovato una nuova immagine di sé, maggiormente integrata, dove si è visto riconosciuto nella sua interezza, nei limiti e fragilità e nella onnipotenza.

La relazione, su cui si è centrato tutto il trattamento, ha incarnato sia il modo di funzionare del paziente sia il suo cambiamento.

"Tu stai facendo uscire un altro essere da dentro me.. io non l'ho mai visto e mai toccato.. ancora oggi ho paura di vederlo e toccarlo ma prendo un gran respiro e ci provo perché è bello ma mi fa paura".

Scritto da

Dott.ssa Jessica Ferrigno

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