Ansia: Normalità o Patologia?

E' importante avviare un processo di comprensione delle dinamiche sottostanti al complesso di emozioni che noi tutti definiamo ansia.

1 AGO 2014 · Tempo di lettura: min.

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Ansia: Normalità o Patologia?
Il termine “Ansia” di per sè non va inteso con una connotazione totalmente negativa: esso rimanda, infatti, ad una funzione adattiva dell’uomo, quella di metterlo in guardia di fronte ad un pericolo manifestatosi, consentendogli, così, di reagire in maniera appropriata per gestire e superare la situazione pericolosa.

Si pensi, ad esempio, all’ansia provata da quelle persone di mezza età che all’improvviso si trovano senza lavoro: tratti d’ansia sono assolutamente pensabili in una situazione di tal tipo poichè rappresentano una risposta non solo congrua al momento, ma anche uno stimolo per mettere in campo strategie efficaci nel superare l’empasse lavorativo (la paura di rimanere disoccupati può essere la spinta a darsi da fare, a reinventarsi per trovare un nuovo inserimento professionale).

Ad essere disfunzionale o patologico è, invece, l’insieme delle modalità con cui le reazioni d’ansia vengono attivate: in assenza di un pericolo reale, in maniera sproporzionata rispetto all’entità della minaccia presentatasi, o ancora, come dinamica caratteristica ed indifferenziata nel modus vivendi del soggetto.

Alcune Persone vengono abitualmente assalite da una sintomatologia ansiosa tutte le volte in cui devono affrontare compiti molto semplici come uscire da casa, fare la spesa, cercare un lavoro o cominciare una relazione di coppia.

In ottica psicodinamica, coloro i quali in tali circostanze ricorronono all’ansia, sono soggetti la cui disposizione è tendenzialmente quella di rifuggire le difficoltà della vita: per questo gli “ansiosi” partecipano poco alla vita dei loro coetanei, preoccupati (anche solo a livello inconsapevole) da ogni minimo cambiamento del contesto in cui vivono.

Nella personalità di un ansioso emergono due nuclei problematici:

  • la tendenza ad allontanarsi dalla società poichè se ne ha paura;
  • il timore di rimanere soli

Di fronte a tali preoccupazioni, l’ansia rappresenta una sorta di compromesso per il paziente, un “rifugio angusto” (Alfred Adler 1927), ma al contempo da lui vissuto come meno pericoloso; di conseguenza il suo stile di vita sarà “privatistico”: ciò significa che nel quotidiano escluderà tutte le forme di azione ed espressione da lui percepite come meno idonee (perchè potenzialmente pericolose) ed ogni esperienza avverrà per necessità di esclusione.

Il lavoro psicologico con tali pazienti da un lato dovrà muoversi nella direzione di un contenimento della sintomatologia ansiosa attraverso la relazione terapeutica e l’utilizzo di tecniche specifiche quale ad esempio il training autogeno.

Dall’altro, nell’ottica di un benessere duraturo, sarà fondamentale avviare un processo di comprensione dello stile di vita del soggetto, esplorando sia il momento d’insorgenza del sintomo (dove si trovava, cosa stava facendo, era in compagnia di chi, ecc.) sia le dinamiche caratteristiche in quel momento della vita. Integrando tra loro tutti questi elementi si potrà comprendere il tipo di conflitto alla base della sintomatologia ansiosa e affrontare il problema alla radice.

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Scritto da

Dott.ssa Glorioso Valentina

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