Anoressia e bulimia: uno sguardo costruttivista

Anoressia e bulimia sono comprensibili alla luce di fattori marcosociali, familiari e personali. L'accento, con uno sguardo costruttivista, è sempre sulla 'relazione' fra Sè e il mondo.

9 MAG 2016 · Ultima modifica: 10 MAG 2016 · Tempo di lettura: min.

PUBBLICITÀ

Anoressia e bulimia: uno sguardo costruttivista

Desidero iniziare con alcuni dati epidemiologici sulle patologie.

L'anoressia:

– il rapporto fra maschi e femmine è di 1/10 (dati molto recenti indicano 1/9)

– colpisce 1 – 3% dei giovani

– ha un esordio fra i 14 e i 18 anni sebbene vi siano alcuni casi di ragazzine in terapia anche in età più precoce (anche a causa di un abbassamento generale della soglia media di comparsa del menarca).

– ha un tasso di mortalità del 10-15%.

La bulimia:

– è 3 volte più frequente dell'anoressia

– ha un esordio in tarda adolescenza

– il rapporto maschio-femmina è di 1/7

– negli USA almeno il 10% delle donne soffre di un disturbo del comportamento alimentare diagnosticato, pertanto il numero reale è ancora più grande.

Di anoressia e bulimia ne hanno scritto molti, ne hanno parlato e ne parlano i mass media e i primi casi in Italia risalgono ai primi anni 70'. L'idea di scriverne mi è venuta anche per tentare di spiegare 'cosa fa' la Psicologia, per favorire un'alternativa all'immaginario collettivo che la considera una disciplina più o meno misteriosa che si occupa dell'anima impalpabile esclusivamente attraverso la terapia psicoanalitica ad orientamento freudiano. Invece non esiste solo Freud e la psicologia non si occupa dell'anima. Le prospettive teoriche sull'uomo, perfortuna o purtroppo sono molte. La Psicologia non si limita solo a curare, ma adopera la conoscenza per promuovere alternative di sviluppo (del sé, dell'ambiente…) ma anche ipotesi di prevenzione.

La prospettiva teorica/costruttivista

La prospettiva teorica con la quale affronto il tema oggi, ritengo sia estremamente interessante e poco conosciuto per i 'non addetti ai lavori', pertanto nell'ottica divulgativa con la quale ho pensato a questo articolo, vorrei condividere quanto per me è stato illuminante, sperando possa esserlo per molti altri.

L'orientamento costruttivista ('Psicologia dei costrutti personali', G. Kelly, 1955) pone l'accento sulla relazione nella formazione dell'immagine corporea: non può esistere un IO senza un TU (M. Buber). La scoperta dell'alterità avviene attraverso la sintonizzazione reciproca fra mamma e bambino, permettendo il processo di auto-definizione: capisco quali sono i miei confini in relazione all'altro, confini anche corporei. E' bene tenere presente che far coincidere l'immagine corporea con il Sé non è un processo scontato, per chiunque. Se ci pensate bene ci sono giorni in cui ci vediamo meglio di altri, a volte senza nemmeno sapere perché. Nel disturbo questo si amplifica. È nella matrice relazionale che si può articolare l'immagine che la mente si fa del corpo. Possiamo ben comprendere quale esperienza terribile deve essere per l'essere umano che sperimenta precocemente relazioni invalidanti (rifiuto, indisponibilità, imprevedibilità ecc.) o addirittura abusi, proprio da coloro i quali invece dovrebbero proteggere e amare.

La Teoria dei costrutti personali di Kelly sostiene che la persona è impegnata a capire la propria natura e la natura del mondo e a verificare quanto possa essere guida efficace nel prevedere il futuro a breve e lungo termine. Assume ruolo fondamentale il concetto di 'anticipazione' che esprime il costante impegno delle persone a formulare ipotesi circa il possibile esito dei propri o degli altrui comportamenti.

È una elaborazione costante rivolta alla determinazione soggettiva del proprio futuro, nel tentativo di 'scrivere un copione' che si possa avverare sulla base delle nostre aspettative. Quando la figura di accudimento nella relazione è invalidante, sorge nel bambino l'incapacità di fidarsi delle proprie anticipazioni, e l'incapacità di decodificare i propri stati interni emotivi e corporei. Precocemente si porrà il problema di definire: come fare ad evitare ulteriori invalidazioni nella relazione con la figura significativa? Anticipare il rifiuto diventa quindi un buon modo per rendersi spiegabili le esperienze e per avere criteri predittivi che non invalidino ulteriormente le aspettative.

Perché ci si sente rifiutati?

Questo comporta una spinosa questione, rispondere alla domanda: perché mi rifiutano? Le alternative sono due: IO sono CATTIVA/ALTRO è BUONO oppure IO sono BUONO/ALTRO è CATTIVO, e poiché il secondo costrutto è del tutto impraticabile per l'essere umano, risulta che le alternative sono comunque entrambe terribili, e la scelta migliore diventa non decidere, ovvero mantenere una costruzione di Sé fluttuante che permette di mantenere la relazione evitando le invalidazioni. Ecco che dal punto di vista comportamentale vengono ristrette al minimo le aree di sperimentazione di Sé: mangiare, correre, dimagrire. E tutto ruota intorno a ciò.

Il sistema personale sebbene importante, non è l'unica variabile patogenetica, è importante porre l'accento sulla multifattorialità del disturbo, e questo aspetto è quello che più mi preme mettere in evidenza.

Vi sono fattori macro-sociali, fra i quali i modelli sociali di bellezza: ampia infatti è la polemica riguardo alle modelle in passerella e sui giornali, ma non si esaurisce qui il problema. Vi sono fattori socio-culturali, basti pensare che in Africa non esiste la patologia, nei paesi in cui si 'muore di fame' in senso letterale non si può 'giocare' con il cibo dal punto di vista relazionale. Mentre negli ultimi anni si è registrata un'ascesa verticale del disturbo in Giappone, così come nelle Isole Fiji si è verificato il fenomeno con l'avvento della tv. Un altro importante fattore è la 'centralità del bambino' (famiglie nucleari vs famiglie agricolo-patriarcali).

Uno degli aspetti che più mi ha colpito riguarda il benessere dei figli come dovere sociale: la responsabilità di essere un buon genitore è diventata socialmente discriminante. Se non lo sei, sei fuori.I fattori familiari: spesso vi è una richiesta implicita di omologazione indifferenziata in seno alla famiglia (nelle opinioni e nei comportamenti) che è di ostacolo ai processi di crescita personale, e una difficoltà ad affrontare i passaggi delle fasi di crescita rimodulando i propri ruoli soprattutto da parte dei genitori, accomunati nel trattare come bambine di due anni, le figlie anoressiche di sedici. Ma ancora perseverare una armonia di facciata evitando forme di conflitto esplicito.

L'importanza della prevenzione e dell'educazione

Premesso tutto ciò, l'aspetto che più mi piace e mi spinge ad affrontare questo percorso di studi con una sana dose di motivazione intrinseca è l'accento sulla prevenzione. C'è un modo per costruire relazioni autentiche e non invalidanti? Che ruolo possono giocare i media e la società nella prevenzione della patologia? Senza voler fornire le tavole dei comandamenti, sono proposti di seguito alcuni spunti interessanti sui quali riflettere:

– insegnare a nutrire il Sé senza cibo;

– promuovere una cultura che non identifichi l'aspetto fisico con l'autostima;

– la funzione nutritiva NON è l'unico e fondamentale dovere di un bravo genitore;

– educare i propri figli a nutrirsi rispettando fame e sazietà;

– favorire la conoscenza e la legittimità delle emozioni, proprie e altrui;

– valorizzare le differenze, le imperfezioni, le incompiutezze.

Vorrei concludere con un pensiero di Kelly a mio avviso molto profondo e significativo il quale sostiene che persino i più ovvi accadimenti della vita quotidiana potrebbero mostrarsi totalmente trasformati se fossimo sufficientemente inventivi da costruirli in maniera diversa.

PUBBLICITÀ

Scritto da

Dott.ssa Elisa Messina Psicologa Psicoterapeuta

Lascia un commento

PUBBLICITÀ

ultimi articoli su anoressia