Affrontare una separazione: perché è così doloroso?

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

La fine di una relazione è dolorosa anche perché spesso porta a metterci in discussione e a farci delle domande sulle nostre responsabilità. Insomma: ci manda in crisi.

23 lug 2019 · Tempo di lettura: min.
Affrontare una separazione: perché è così doloroso?

Perché la fine di una relazione importante è così dolorosa? Per alcune persone questa è una domanda sciocca: è ovvio che sia dolorosa, dal momento in cui non hai più accanto qualcuno che ancora ami, o al quale comunque vuoi ancora molto bene, e con cui sei abituato a condividere la quotidianità.

Per altre persone, questa domanda non è così scontata. Molti pensano, infatti, che, passato un primo momento di tristezza, ci si debba rimettere in piedi ed andare avanti senza grossi problemi. Magari trovando qualcun altro.

Ci sono poi persone che, a seguito della fine di una relazione, mettono in discussione il loro ruolo nella coppia e le responsabilità che pensano di avere nella separazione. Spesso queste persone arrivano in terapia, con la necessità di capirsi meglio, di padroneggiare meglio le proprie emozioni; talvolta, con l'aspettativa, più o meno consapevole, che se riusciranno ad "aggiustarsi" l'ex compagno o compagna li vorrà nuovamente accanto.

Di chi è la colpa?

Un aspetto molto importante nel modo in cui reagiamo alla fine di una relazione è la nostra tendenza ad attribuirci la responsabilità degli eventi salienti nella nostra vita, piuttosto che la tendenza a pensare che sia colpa degli altri e noi non possiamo farci nulla, ma solo andare avanti e trovare una persona migliore.

Una persona che tende ad attribuire a se stessa la responsabilità di ciò che gli accade sarà portata a chiedersi cos'ha fatto all'interno della relazione che può aver contribuito alla rottura. Un'attitudine di questo tipo può dimostrarsi molto costruttiva, e spingerci a migliorare alcuni aspetti di noi, oppure estremamente dolorosa, se accompagnata ad una tendenza all'autocritica eccessiva.

Mettersi in discussione ed esaminare il nostro ruolo può certamente portarci a riconoscere di aver fatto degli errori; questo è un momento doloroso in cui sentiamo non solo la tristezza della separazione, ma anche il rimpianto di non aver "giocato meglio le nostre carte" per preservarla. Possiamo anche sentirci in colpa: verso l'altro, se ci rendiamo conto di avergli causato sofferenza con il nostro atteggiamento, e verso noi stessi. Questo sarà un ulteriore aspetto del lutto che affrontiamo per la perdita, che comunque vada è doloroso e richiede tempo.

Una riflessione di questo tipo tuttavia, se abbiamo una buona capacità di amarci e perdonarci (una buona autostima, insomma), diviene in un secondo momento una spinta motivazionale molto forte al miglioramento, ed un motivo di crescita. Da uno sbaglio può nascere riflessione, consapevolezza, e crescita, che possiamo utilizzare nella prossima relazione che instaureremo.

Nel caso in cui io non abbia una buona autostima, e faccia fatica a perdonarmi gli errori, superare questo momento sarà difficile e doloroso. Potrò pensare di non essere degno di avere una buona relazione; di non essere capace di stare con qualcuno. Questo perché mi manca la fiducia nelle mie capacità di superare le difficoltà, ed anche la capacità di perdonarmi e darmi un'altra possibilità. L'autocritica eccessiva è qualcosa che apprendiamo crescendo, ad esempio interiorizzando una figura genitoriale rigida e severa (seppur amorevole: non sto parlando di un genitore abusante, ma di un genitore piuttosto rigido), oppure scegliendo l'autocritica come strategia di sopravvivenza utile (ad esempio, mi rendo conto che se mi incolpo di quello che non va, ottengo costantemente affetto e riconoscimento). In questi casi, è importante lavorare in terapia per rivedere, ridimensionare ed al caso sostituire questi atteggiamenti con altri, più utili.

Chi invece è abituato a dare la responsabilità agli altri supererà più facilmente questa fase iniziale. Se posta all'interno di una persona con una buona capacità di esaminare e riflettere gli eventi, questa attitudine sarà protettiva da autocolpevolizzazioni dolorose; la persona sarà comunque in grado di rendersi conto se il suo atteggiamento è in qualche modo motivo di sofferenza a sé o agli altri, grazie alla sua capacità di esaminare ciò che gli accade in modo realistico, e di ascoltare gli altri. Ad esempio, potrebbe scegliere di iniziare una terapia su richiesta esterna, di un compagno o compagna ad esempio, con la volontà di costruire una relazione più soddisfacente. Se invece viene a mancare la capacità di analisi e di ascolto dell'altro, è molto probabile che una persona con questo atteggiamento finirà per rimettersi in una relazione con caratteristiche molto simili, con buone probabilità di interromperla poi per i medesimi motivi. Ecco dunque che la sofferenza, che viene attenuata dando la colpa all'altro o altra crudele, o ingiusta, o insensibile, arriverà a lungo andare, dopo una serie di insuccessi.

Ti odio e ti amo

Un altro aspetto rilevante nel modo in cui affrontiamo una separazione è la capacità di riconoscere, ammettere e gestire le nostre emozioni. Anche questa può sembrare una cosa scontata: se vengo lasciato soffro. In realtà le emozioni che possiamo provare sono molte, a volte contrastanti tra loro. Posso provare al contempo una forte nostalgia ed una grande rabbia verso il partner che mi ha lasciato. Posso provare al contempo compassione e rabbia verso me stesso. Se percepisco le emozioni che provo posso prendermene cura, da solo o con l'aiuto di qualcuno.

Se invece considero alcune emozioni inaccettabili, o inammissibili in questa circostanza, allora superare la separazione sarà più faticoso. Le emozioni ci guidano nello scegliere ciò che corrisponde ai nostri bisogni; se mi rifiuto di accettare la rabbia verso il partner, ad esempio, questo non farà certo sì che io non sia più arrabbiato, piuttosto non mi permetterà di capire di cosa ho bisogno in questa situazione. Ad esempio, ciò che mi ha fatto arrabbiare nel comportamento del mio ex è un particolare atteggiamento, che è sempre stato difficile da accettare per me; posso allora capire come io abbia bisogno di relazionarmi con persone che dimostrano un atteggiamento differente, e cercarlo in chi mi sta attorno per sopperire alla mia mancanza. Se sono stato trattato con indifferenza quando esprimevo la mia paura di perdere l'altro, ad esempio, avrò bisogno di confrontarmi con qualcuno che accolga la mia paura.

Oppure posso non accettare di sentirmi in colpa, perché l'altro mi ha abbandonato e dunque sono convinto di dover "reagire" a testa alta. In tal modo non avrò l'opportunità di capire come io abbia inconsapevolmente contribuito alla separazione.

Un problema molto frequente è la difficoltà a gestire la rabbia. Molte relazioni finiscono per la tendenza di un partner a comportarsi in modo rabbioso ed aggressivo davanti alle differenze e incomprensioni. È chiaro che ammettere la propria rabbia e l'incapacità a farvi fronte è un importante passo che consente di iniziare un processo di cambiamento. In terapia mi capita spesso di lavorare con le persone per aiutarle a prendere consapevolezza delle loro emozioni, affrontarle, diminuire la paura che avevano delle emozioni stesse, ed imparare ad esprimerle in modo utile e rispettoso di sé e degli altri. È un lavoro che determina una svolta importante nella qualità delle relazioni.

I ruoli nella relazione

Molto spesso, dopo la fine di una relazione, una persona si accorge di essersi in qualche modo intrappolata in un ruolo. Ad esempio, un partner può riferire che in effetti si sentiva accudito come un figlio, che ora che non lo è più e che desidera evitare di ritrovarsi nuovamente in quel ruolo. Andando a ritroso, probabilmente si scoprirà che un'assunzione di ruolo di questo tipo si può trovare anche in altre relazioni precedenti. Ecco che è molto utile capire come si sono consolidate certe dinamiche relazionali.

Il primo passo è molto concreto e consiste nell'individuare delle strategie per uscire da questo schema, in altre relazioni presenti o future. Il passo successivo è capire da quale esigenza profonda sia partito questo meccanismo, per andare a soddisfarla in altro modo, cosicché la persona sia davvero libera di avviare nuove relazioni partendo da un presupposto paritario, che eviti di ricadere nella vecchia dinamica accudente – accudito. Un'altra dinamica frequente potrebbe essere quella di controllore e controllato, laddove un partner assume un ruolo critico costante, e l'altro si ingegna per soddisfare i requisiti richiesti, solitamente senza riuscirci. In questo senso, all'uscita da una relazione può capitare di rendersi improvvisamente conto che il ruolo che avevamo in quella coppia, dal di fuori, non ci piace più, perché desideriamo un altro tipo di relazione.

Rottura e crisi!

Abbiamo visto come, dopo un fallimento relazionale, sia possibile divenire consapevoli di diversi aspetti che ci riguardano, sia perché relativi al nostro modo di dare significato alle nostre esperienze, sia perché ci costringono a renderci conto di alcune lacune nel nostro mondo emotivo, sia perché ci rendiamo conto di aver assunto inconsapevolmente ruoli ben precisi, che ora ci vanno stretti. Sono tutte esperienze che ci scuotono ed aggiungono al dolore per la perdita, la consapevolezza di voler fare dei cambiamenti che, come tutti i cambiamenti, ci spaventano.

Se accettiamo di fare un passo indietro e guardare a quanto ci è successo da un punto di vista diverso, ecco però che ci si aprono nuove possibilità. Anche le rotture più devastanti possono essere lette come nuove possibilità di guardare a quello che vogliamo per noi, e come ottenerlo. Mettersi in discussione è disorientante, tuttavia apre porte diverse da quelle percorse finora, grazie alle quali possiamo riscrivere parti di noi e del nostro modo di stare con gli altri che sono state motivo di sofferenza.

Articolo scritto dalla dottoressa Valentina Cozzutto, iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia

Scritto da

Dottoressa Valentina Cozzutto

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