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Accogliere per lasciare andare: superare il lutto

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Articolo rivisto dal Comitato di GuidaPsicologi

Riavvicinarsi al trapasso, affinché la morte possa rientrare a far parte dell'esperienza di vita e la vita tornare a fluire.

27 GEN 2019 · Ultima modifica: 28 OTT 2019 · Tempo di lettura: min.
Accogliere per lasciare andare: superare il lutto

La sofferenza avvolge l'anima. La desolazione si fa imperante. La morte si fa più vicina. La vita si fa più importante. L'assente è il "grande presente" dentro di sé. Narrare la perdita genera, perfino, un generale imbarazzo, come se sulla morte gravasse una certa inibizione comunicativa, tentativo di esorcizzare la mortalità insita nella natura umana.

Il lutto è feroce. Eppure ha un ruolo terapeutico, perché innesca la necessità di andare avanti, restituendo a chi resta l'obbligo di un cambiamento, poiché nulla è più come prima.

Il lutto comporta alcuni passaggi naturali. Da una fase di iniziale ottundimento mentale, caratterizzata da infiacchimento, offuscamento dei sensi, ira, lancinante dolore, incapacità di accettare la notizia, si passa ad una seconda fase di ricerca e desiderio ardente della persona persa. Dolori fisici, afflizione, insonnia, rimuginamento accompagnano due stati d'animo contrastanti, la certezza della morte altrui e l'impossibilità di credervi. Non è insolito provare collera verso il defunto, ritenuto il responsabile di tanto dolore, oppure struggimento, tanto da spingersi in un'ansiosa ricerca nelle zone dove sarebbe possibile incontrarlo, per parlare con lui. Solo quando si accetta la perdita scompaiono rimprovero ed ira, lasciando posto ad una tristezza profonda, che caratterizza la terza fase. Giunge, infine, anche l'ultima, quella della ridefinizione di sé e della situazione, dove alcuni modelli di pensiero e comportamento, legati alla persona scomparsa, si perdono, mentre valori e mete condivise si cementano nel cuore. Sogni vividi e sensazioni di presenza del defunto possono fare la comparsa, mentre questi viene ricollocato emozionalmente nel mondo interno del superstite, dando luogo ad un minor isolamento affettivo e sociale.

Il cordoglio si trasforma in una condizione patologica solo quando non si giunge alla consapevolezza della perdita e al recupero dell'immagine della persona amata. Rancore, impossibilità di fare nuovi progetti, depressione, agorafobia, ruminazione mentale, isolamento sociale, rimpianti, alterazione dell'umore e dei cicli del sonno, pensieri suicidi possono susseguirsi in un crescendo che devasta la quotidianità. Solo la persona in lutto potrà uscire dal proprio dolore, ritornando alla vita.

Sono concorde con i nuovi studi costruttivisti, tra cui spicca Neimeyer, che convergono nel riconoscere al dolore un ruolo attivo e che enfatizzano la necessità di attivare risorse adattive, capaci di rafforzare il senso di autostima di chi si sente avvolto dal dolore dell'impotenza.

Il lutto ha tempi e modalità personali. Nessuna ricetta. Nessuna regola. La stanza della relazione d'aiuto è solo una possibilità. Quella diventa il luogo in cui piangere, arrabbiarsi, ridere, accanirsi, spazio in cui è possibile narrare la perdita, spogliarsi dei ruoli, ammettere sentimenti ambivalenti, luogo dove depositare tutta quella sofferenza, certi che potrà contenerla, spazio dove riorganizzare le credenze fondamentali, ricercando convalide per una mutata identità.

Ricostruire le svariate influenze che la persona amata ha avuto sulla propria vita. Esplorare ciò che resta di quella relazione come eredità positiva. Allontanare la sensazione di sentirsi in balia degli eventi. Maturare un senso di fiducia nel futuro. Riconoscere le situazioni nuove ed uniche che contraddistinguono il momento successivo al decesso.

Valorizzare e connotare positivamente il presente. Dare un senso alle esperienze di vita, tutte quante. Questo, il percorso; questo, il punto d'arrivo.

La narrazione, in forma orale o scritta, rappresenta per molti un veicolo per elaborare un dolore lancinante, poiché consente di fare chiarezza interiore. Nel raccontarsi la persona evoca ricordi, osservando il proprio processo mnemonico, integrando il tutto in un insieme coerente, funzionale alla ricostruzione della propria identità, ipotizzando un futuro nuovo, riordinando lentamente il senso della propria vita.

Ritengo impossibile parlare di un modo universale per vivere il momento del lutto; tuttavia, credo in un traguardo comune: il mantenimento della relazione simbolica con il proprio caro e la ridefinizione del proprio Sé anche attraverso la ricerca del beneficio dell'evento luttuoso, per quanto paradossale possa apparire.

Nella memoria, forse più che nell'oblio, c'è sollievo dal dolore. Ed allora, più che recidere il legame con il defunto, il senso sta nel ridefinire quella relazione, in modo che si adagi simbolicamente e spiritualmente nella memoria.

Più che un lavoro di disinvestimento dell'energia emozionale trattasi, dunque, di valorizzare il contributo di quella presenza all'interno della propria vita e nella costruzione della propria identità, fino a riconoscere anche i risvolti positivi della perdita, più spesso legati a una crescita personale, a una nuova filosofia di vita e al rafforzamento delle relazioni esistenti.

Da sempre sostengo che non conti ciò che il tempo fa, ma ciò che l'essere umano fa con il tempo, anche perché non credo che il tempo, da solo, guarisca ogni ferita. Non allontanamento, né rimozione nascosta, quanto piuttosto riavvicinamento al trapasso, cosicché la morte possa rientrare a far parte dell'esperienza di vita e la vita tornare al suo corso, con un significato ancora più pieno.

Articolo della dottoressa Luisa Ghianda, iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia.

Scritto da

Dott.ssa Luisa Ghianda - STUDIO LG LIVE GENTLY

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