12 punti ... per rabbia e paura! L'autolesionismo

Una cicatrice coperta dalla manica, la lametta in borsa pronta per ogni evenienza. Sono solo alcune ombre nella vita di chi soffre di autolesionismo. Ma si può e si deve cercare aiuto.

19 MAG 2015 · Tempo di lettura: min.

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12 punti ... per rabbia e paura! L'autolesionismo

L'autolesionismo (o Repetitive Self-Harm Syndrome Sindrome da auto-lesionismo ripetuto) si definisce normalmente come il tentativo di causare intenzionalmente un danno al proprio corpo, infliggendosi lesioni (tagli, graffi, scottature, ematomi etc.) a volte gravi.

Dal 1980 compare come sintomo in alcuni disturbi di personalità nel Manuale diagnostico DSM IV TR. Difficile trovare dati specifici sulla sua diffusione, spesso chi si infligge ferite le tiene coperte e gli unici modi per venire a conoscenza di tali atti è verificare i ricoveri ospedalieri o tramite analisi di studi specifici. I migliori studi attuali indicano che i casi di autolesionismo sono molto diffusi tra i giovani dai 12 ai 24 anni, mentre si sono verificati pochissimi incidenti di autolesionismo tra bambini di età compresa tra i 5 e 7 anni. Nel 2008, Affinity Healthcare ha suggerito che i casi di autolesionismo tra giovani potrebbero essere al 33%.

Vi sono varie forme di autolesionismo identificabili in base alla loro gravità:

  • automutilazione grave (rara), produce un danno irreversibile ad una parte del proprio corpo, da ferite molto profonde sino alla mutilazione;
  • automutilazione leggera (diffusa) si manifesta con tagli, bruciature, fratture, contusioni e altre ferite;
  • automutilazione latente, la più subdola perché si nasconde in determinate forme di dipendenza e disagio come la tossicodipendenza, la bulimia, l'attività fisica eccessiva.

Chi è l'autolesionista: un identikit generale

Molti studi in passato hanno dimostrato che l'autolesionismo si manifesta principalmente in età compresa dai 16 ai 24 anni con una percentuale maggiore per le donne (1:7) rispetto agli uomini (1:25) (dati OMS), ma in realtà può colpire tutti indipendentemente dall'età, dal grado di istruzione e dalla classe sociale. L'elevata incidenza sulle donne è di norma a causa di fattori sociali e culturali: tradizionalmente agli uomini viene permesso di esprimere la propria aggressività, alle donne viene invece insegnato a reprimerla o a rivolgerla verso se stesse. Le donne di solito presentano anche disturbi del comportamento alimentare associati a comportamenti autolesivi.

Quando facevo lo specializzando presso un reparto psichiatrico di un ospedale romano, mi è capitato di assistere a ricoveri di molte ragazze in regime di Trattamento Sanitario Obbligatorio a causa delle lesioni che si erano autoinflitte. Durante il ricovero manifestavano, soprattutto nei primi giorni, anche condotte bulimiche con abbuffate l'induzione di vomito.

Nei casi più gravi, dove il malessere psichico era ancora più marcato, vi era il tentativo di condotte anticonservative ma il suicidio era più una "scappatoia" nei momenti di forte crisi. Ovvero i casi in cui il malessere è così forte da portare la persona al pensiero "o mi taglio/brucio o mi uccido".

Chi soffre di autolesionismo non si piace, odia il suo corpo, non ha fiducia in se e neppure negli altri.

Molti degli autolesionisti che ho visto in SPDC o che seguo sono estremamente perfezionisti, non riescono a gestire o a manifestare le emozioni intense; odiano ciò che vedono quando si guardano allo specchio, sono profondamente a disagio se qualcuno gli fa un complimento e cercano di allontanare le persone che vogliono entrare in contatto con loro.

Di solito non sono un pericolo per gli altri, ma solo per se stessi poiché indirizzano tutta la loro aggressività verso l'interno.

Ma perché tutto questo?

I motivi possono essere moltissimi e questa lista non sarà sufficiente perché ogni persona è diversa e unica.

  • Per scaricare lo stress: infliggersi ferite e il dolore che ne segue placano lo stress. È piu facile sopportare una sofferenza fisica (che posso toccare, vedere, dargli e attribuirgli una motivazione guardando la ferita che sanguina) piuttosto che una sofferenza psichica, intangibile. Finché la ferita fa male ci si può concentrare solo su quella.
  • Per mostrare agli altri e far accettare loro la nostra sofferenza: le persone accettano di più, in quanto tangibile, una sofferenza "fisica". Questo permette all'autolesionista di "esistere" agli occhi degli altri. Una cicatrice è un segnale esterno e riconoscibile per tutti della sofferenza che si ha dentro e con essa posso comunicare agli altri il mio dolore.
  • "The pain must be felt": solo percependo il dolore fisico si riesce a ricordare di essere vivi. Non si è in legame con il proprio corpo e sentire dolore è il modo più veloce e spesso unico conosciuto per percepire il proprio corpo.
  • Come sostituto o surrogato di un desiderio di suicidio.
  • Per auto-punirsi di proprie azioni o sensi di colpa.
  • Per esprimere la profonda rabbia che si prova verso gli altri ma che non si riesce ad esprimere esternamente per cause culturali ed insegnamenti sociali.

Indicazioni utili

  • Mai isolarsi ma far presente la problematica ad una persona per noi importante affinché possa diventare un "sos" nei momenti di forte crisi.
  • Nel momento in cui si manifesta la crisi svolgere un'attivita "lesionistica" rivolta ad un oggetto esterno, quale "picchiare" un oggetto morbido al fine di "scaricare" la rabbia.
  • Uscire immediatamente di casa o dalla stanza per cambiare contesto fisico.
  • Nei momenti di non crisi fare un'attività fisica che "svuota" la rabbia accumulata.
  • Sperimentare nuove e diverse espressioni della rabbia (arte, scrittura, musica etc).
  • Soprattutto mai vergognarsi di ammettere di essersi volontariamente feriti, per paura di essere considerati pazzi, di non essere compresi o di essere giudicati. Non c'è motivo di cui vergognarsi perché nella sofferenza non esiste alcuna vergogna nel chiedere.
  • Chiedere aiuto a un terapeuta è la cosa migliore da fare perché, a differenza delle persona che ci sono vicine e di cui potremmo temere il giudizio, il terapeuta non giudica ma ascolta, accoglie e può aiutare a cercare le risorse utili e necessarie per ritrovare la serenità e sconfiggere questo problema, così come far riscoprire il bello di stare bene ma soprattutto il bello che abbiamo dentro di noi.

Tagliarsi non è un modo per cercare attenzione. Non è una manipolazione. È un meccanismo per affrontare i problemi, punitivo, gradevole, potenzialmente pericoloso, ma efficace. Mi aiuta a sopportare le forti emozioni che non so come gestire. Non ditemi che sono malato, non ditemi di smettere. Non cercate di farmi sentire in colpa, mi accade già. Ascoltatemi, sostenetemi, aiutatemi.

Dal libro "Un urlo rosso sangue" di Marilee Strong.

Riferimenti bibliografici:

- Cerutti R., Manca M., Presaghi F. (2010). Correlati psicopatologici delle condotte autolesive in adolescenza. Psichiatria dell'Infanzia e dell'Adolescenza, 77, 2: 393-405.

- Vittorino Andreoli, Giovan Battista Cassano, Romolo Rossi (a cura di), DSM-IV. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, Milano, Elsevier, 2ª ed: 2002. ISBN 88-214-2588-6; ISBN 978-88-214-2588-2

- Corcoran, P.; Reulbach, U.; Perry, I. J.; Arensman, E. (2010). "Suicide and deliberate self harm in older Irish adults". International Psychogeriatrics 22 (8): 1327. doi:10.1017/S1041610210001377

- Hawton, K. et al. (1998), "Deliberate self harm: systematic review of efficacy of psychosocial and pharmacological treatments in preventing repetition", British Medical Journal 317

- Maimonides, Mishneh Torah, Hilchot Khovel u-Mazik ch. 5, etc. See also Damages (Jewish law)

- What self-injury is, FirstSigns, retrieved 2008-05-26

- OMS 2011

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Scritto da

Dott. Fabio Glielmi

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