Le parole nello spazio d’analisi

Marco oggi entra con passo pesante, si toglie la giacca, rimane come d’abitudine in camicia.Al passo pesante all’entrata fa seguire un corpo pesante sul lettino.

25 mar 2014 Psicoterapie - Tempo di lettura: min.

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Marco oggi entra con passo pesante, si toglie la giacca, rimane come d’abitudine in camicia. Al passo pesante all’entrata fa seguire un corpo pesante sul lettino.
Il rumore 

Marco:... C’è un rumore che si ripete sempre uguale, taratan, taratan, taratan... lei non lo sente?

Terapeuta: Un rumore ritmico, musicale. 

Ho elaborato un programma per la soluzione finale

Marco: (dopo un silenzio) Va bene, a parte i rumori, qui le cose stanno peggiorando sempre di più, dopo aver cenato venerdì sera, non ho toccato né cibo né acqua fino a domenica all’una. Sono stato trentasei ore, no, ventiquattro... quasi quaranta ore senza bere, né mangiare. Sabato e la mattina di domenica sono stato sempre rintanato in solitudine cercando di dormire il più possibile. Nei momenti di veglia ho elaborato un programma per la soluzione finale. Diciamo che ho sempre pensato di farla finita, in qualche maniera a una forma di vigliaccheria, a darla vinta a quello che ho dentro, che avevo responsabilità verso i bambini, mi veniva da pensare rispetto a queste cose, se era vero coraggio continuare a stare male, ci vuole coraggio a farla finita. Poi non è vero che a farla finita do soddisfazione a quello che ho dentro, lui mi tiene su quel tanto che basta per continuare a tormentarmi. In ogni caso ho pensato di farlo apparire come un incidente per non gravare le persone di angosce maggiori.

Terapeuta: Forse con il suo digiuno cercava di non alimentare il suo torturatore.

Marco: Non mi pare che si alimenti di pastasciutta; non ne avevo voglia, è che alla fine sono crollato e mi sono deciso ad alimentarmi.

Terapeuta: (rompe il silenzio) E nel digiuno, come si sentiva, cosa le dava?

Marco: Un senso di lucidità, puro spirito. Ragionavo continuamente e mi vedevo già morto e non avevo il bisogno di alimentarmi.

Terapeuta: E il suo carnefice, quello come lo vedeva?

Marco: Sconfitto, senza argomenti.

Terapeuta: Gli ha tolto il pane di bocca.

Marco: Già. 

Il girone dell’Inferno   

Terapeuta: Se questo torturatore svolgesse ilo suo compito in un girone dell’Inferno, che girone potrebbe essere?

Marco: Il girone degli Ignavi, Celestino V, che per “ viltà oppose il gran rifiuto”.

Terapeuta: E la pena, come la vede la pena?

Marco: Non vedo nessuna pena, non credo che esista un Inferno. Se penso a una pena, a un Inferno, allora mi conviene restare qua, qua so di che pena si tratta. Un buon motivo per non suicidarsi mai. (silenzio) 

L’intervista 

Terapeuta (rompe il silenzio): Se lei fosse un giornalista, che lavora per una radio locale e il direttore le dice: Marco oggi devi intervistare una persona, è uno che fa il torturatore, il carnefice, intervistalo in diretta radiofonica.

Marco- intervistatore (dopo una pausa): Se è una intervista in diretta gli chiederei di presentarsi, essendo radiofonica, anche di descriversi.

Il torturatore: Sono un torturatore, con l’aspetto di un caprone, con delle corna. Di nome mi chiamo... Ettore il malizioso.

Marco-intervistatore: Da quanto fa questo lavoro?

Il torturatore: Da quando mi sono accorto che per il mondo girava quell’anima candida di Marco, troppo innocente per non essere infilzato, era scandaloso, essere così santo, bisognava bloccargli la crescita. E’ un lavoro che faccio da molto tempo.

Marco-intervistatore: Nel suo lavoro quale è la cosa che le da più soddisfazione?

Il torturatore: I momenti topici, il danno che a Marco sembra che io faccia, lo fa sbandare visibilmente, però la soddisfazione più grande è di essere sempre lì, non lasciarlo mai e quando riesce a fare cose buone, riuscire a mettergli in luce i lati ambigui, riuscire a smorzarlo sempre, come la candela che continua ad accendersi e io sacrestano che la spengo, come per dirgli che la messa è finita prima di incominciare...

Terapeuta: Siamo in diretta radiofonica, come ascoltatore desidererei fare io qualche domanda a Ettore, me lo concede?

Marco-intervistatore: Ben lieto.

Terapeuta: Desideravo chiedere a Ettore se è la prima volta che fa il torturatore o lo ha già fatto in passato.

Il torturatore: C’è un demone superiore che appena adocchia qualcuno crea un torturatore ad hoc, l’altra faccia dell’angelo custode, io sono nato e morirò.

Terapeuta: Un accompagnatore.

Il torturatore: Da quando la persona è notata.

Terapeuta: E prima, cosa fa, cos’è?

Il torturatore: Non esisto, il torturatore viene creato ad hoc. Un torturatore che si adatti alle caratteristiche del soggetto, confezionato come un abito, su misura, per essere efficace e crescere con lui.

Terapeuta: Che compito ha il torturatore?

Il torturatore: Annullare il più possibile, senza farlo in maniera definitiva, la personalità del soggetto, contrastando le iniziative e i pregi in natura, smorzarlo continuamente, non fargli andare male direttamente le cose, ma far sì che la vittima si senta scoraggiata fin dall’inizio.

Terapeuta: Lei diceva che c’è un demone superiore che crea il torturatore quando adocchia qualcuno. Mi chiedevo cosa lo attira.

Il torturatore: I bambini che hanno una specie di aura, che sono più innocenti di altri, sono potenzialmente un pericolo, e sono una preda prelibata del maligno. Sono più immacolati di altri e sono potenzialmente un pericolo per il maligno, perché possono diventare fieri avversari da grandi. Bisogna smorzarli subito, introdurre in loro il senso del male, far loro capire subito l’esperienza di un male che fa aprire gli occhi.

Terapeuta: Il demone superiore ha paura di loro.

Il torturatore: Della loro purezza. C’è il gusto di far del male a chi non conosce il male, di sporcare ciò che è puro, pulito. 

Il colloquio termina. Marco si alza dal lettino. Fa qualche passo, si gira “ alla prossima volta”, sorride.

Dott. Luciano Marchet

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